l’altra notte sognavo che ero morto

Tornavo dal lavoro stanco morto
e per le scale udivo come un coro
di orazioni, o di canti, un responsorio
di voci bianche e di amen cupi e gravi.
Che i miei vicini (perlopiù cinesi
e tunisini) stessero ascoltando
radio Maria, lo reputavo un fatto
non meno singolare dell’assenza
dello zerbino, che, come notai,
era sparito. Avrei congetturato
d’aver sbagliato scala, o condominio,
non fosse che appiccata sulla porta
era un’antica targhetta d’ottone
con, ancora leggibile, il mio nome.

Le luce nelle scale era un po’ fioca,
sì che fu faticoso – in un intrico
di badge lucchetti e chiavi USB –
trovar la chiave, e avendola trovata,
infilare la toppa. Ma la porta
si apriva a un tratto, o mi veniva aperta,
quasi mi si aspettasse in casa mia,
dove vivo da solo – ma non ero
più vivo, mi pareva: ero disteso
sul letto, ed ero morto.

Il vestito era scuro, cereo il viso
come d’un morto. E morto ero davvero:
un morto inappuntabile e severo
tra quattro ceri, con le scarpe nere
e nuove e lucidissime (le suole
– pensai – giammai avrebbero calcato
la terra, e sulla terra camminato).
Avevo tutto ciò che deve avere
un morto, e che ad un vivo non disdice:
una camicia bianca, la cravatta,
tra le dita il rosario. Ero sereno,
parevo addormentato – ed ero serio,
come di certo si conviene a un uomo
in quello stato: dritto, e finalmente
ben pettinato.

Le mie sorelle erano assise in cerchio
intorno al letto, in abito da lutto,
giusta l’usanza, e addolorate il giusto.
Senza smettere la giaculatoria,
alzavano lo sguardo e con un cenno
salutavano me, che salutavo.
Curva sul capezzale era mia madre.
Mi scacciava le mosche dalla fronte
con un nero straccetto, e la baciava
rantolando il mio nome, disseccata
d’ogni voce oramai e d’ogni pianto.
Però anche lei s’avvide del mio arrivo,
mi salutò, m’indicò a me col mento.
“Se n’è andato”, diceva, “e non toccava
a lui questa ventura: a me toccava”.

“Non era vecchio, aveva cinquant’anni,
e un cuore così grande, così grande
che mai da Morte ne fu soffocato
uno più grande”. Poi enumerò
altri miei pregi, mi narrò di nuovo
di quel parto podalico e di altre
birbonate e prodezze: di quand’ero
infante, poi ragazzo, di com’ero
bravo a scuola, il primo della classe,
e di come mi aveva perdonato;
perché ero stato, è vero, un po’ scapato:
dedito a imprese oziose, un sognatore
svogliato – però tanto, tanto buono.
A dirla tutta, una testa di cazzo,
che con rara costanza e vero zelo
tradì ogni suo talento, ogni promessa.

Lo ammetto: mi commossi a questo punto.
Ero un reprobo, sì, ero colpevole
d’esser vissuto, e poi d’essere morto.
Come dire il dolore, la vergogna,
l’inutile, sincera contrizione
d’esser così mancato e di mancare
a me stesso e per sempre, dopo tanti
rinvii, speranze, attese fiduciose.
Avrei ancora, se avessi potuto,
indossato d’emblée quella carcassa,
col suo vestito nuovo – ma null’altro
potei che piangere, lì, ginocchioni,
allato dell’amato mio congiunto.

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