Eravamo in un orrido altopiano
massacrato da fuochi e da esplosioni,
in fuga, diguazzanti in una melma
di sterpaglie e cadaveri, inseguiti
da non so che nemici spaventosi.
Era la guerra, o altro finimondo,
e qualcuno di noi era sparito,
perito in quel disastro senza nome
o in altra strage, in un tempo lontano.
Quand’ecco che dal fondo della notte,
emerso dal più cupo dei crateri,
giungevi tu, alla guida di un furgone,
di un camion, di un enorme carro armato.
Tu, ciclopico eroe, giovane ancora
e forte come non eri mai stato
eri corso a salvarci. Io e le sorelle
eravamo bambini, e così piccoli
che la mamma, un’intrepida ragazza,
ci lanciava in gran furia sul cassone
insieme a qualche straccio e masserizia.
Con quale abilità, con che perizia
guidavi poi il rombante mastodonte
in testa ad un convoglio disperato.
Afferrato a uno sterzo gigantesco
con braccia poderose, come Ursus
alle corna del toro, conducevi
il veicolo immane, innestavi
la ridotta, scartavi per scansare
esplosioni e macerie, a denti stretti
risalivi sprofondi – Eri mio padre,
finalmente. E pensare che da vivo
fosti così sparuto, così piccolo.
Non avevi neppure la patente.

 

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