la barca degli amanti


Chi era quell’erinni, quella pazza
che piangeva di un pianto rantoloso,
nel sogno, e m’insultava, mi graffiava?
Era Megera, Tisifone o Aletto?
Dovevo averla conosciuta un tempo,
da giovane, ma ero un vecchio adesso,
e lei, seppure pallida e arruffata,
sembrava poco più che una ragazza.


Di che colore erano i suoi occhi?
Malediceva il mio nome, mi odiava,
mi spintonava, ma non senza grazia
e con qualche rispetto o cautela,
perché eravamo dentro una barchetta
fragile e vacillante, senza vela
né remi né timone. Tutt’intorno
uno stagno miasmatico e immoto.
Non fosse che era truce e scarmigliata
sarebbe stata bella, unica luce
in quel grigio crepuscolo brumoso,
perché era bionda e d’aspetto gentile.


Mi erano familiari i lineamenti,
pure alterati da furia belluina.
Conoscevo il suo seno battagliero,
le gambe snelle, l’anca di pantera.
Aveva le unghie d’un carminio scuro
e una tunica bianca, ma in passato
poteva essere stata una dark lady
rossa di pelo, o interamente nera.
Dubitavano il cuore e la memoria
tra vari nomi. Non potei chiamarla
che amore, mentre la sollecitavo
ad abbracciarmi, a non lottare più.


Infine eri anche tu, mio nuovo amore,
tu che sei mite e mai con me ti adiri.
Ti acquietavi difatti, eri serena
mentre poi ti sedevi e m’invitavi
a stare accovacciato, a te abbracciato
immobile, per tema che la barca
senza remi né vela né governo
si rovesciasse. “No lo sai?”, dicevi,
“siamo già morti, e questa morta gora
è l’inferno – ma tu non la guardare,
resta qui rannicchiato nel mio abbraccio”.

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