Sciarra

Per un po’ avevamo smesso di tenerci il broncio, io e la poesia. Mi sembrava persino che mi sorridesse da lontano. Cautamente avevo ripreso a corteggiarla, ma senza, come si dice, sbilanciarmi troppo. Avevo rimesso mano al sito dei Feaci, tirato giù dagli scaffali qualche plaquette sgualcita.
Poi non so che è successo. Adesso non ci salutiamo neppure, se per caso ci incontriamo.
A dirla tutta, me la ritrovo tra i piedi di continuo, ma è sempre più trasandata, a stento la riconosco. La sento farfugliare frasi sconnesse, nelle conversazioni che intrattiene con bidelle e portinai sfaccendati. Predilige la compagnia dei malparlanti, frequenta urlatori e slam nei pub di periferia.
Non so cosa fare per tenermene il più possibile lontano. Se esco a fare una passeggiata, marzo, non meno crudele di aprile, risveglia le radici di antiche malerbe; se mi chiudo in casa, Lei mi guarda in tralice dalla pila di libri dimenticati sul comodino.
Forse vorrei che stesse solo con me, malgrado io l’abbia lungamente trascurata. Vorrei che io e lei parlassimo con una sola voce. Ma la poesia è mobile, infedele e bagascia, per sua natura.

I Mercati

(appunti di teologia apofatica e previsioni a lunghissimo termine)

Dice che i sacrifici, il sacrificio
ci otterrà in premio la salvezza.
Ma il dio non ha sentimenti,
non lo commuovono i disoccupati
né i pensionati, e certo
non baderà alle lacrime di un ministro,
fosse pure un ministro del suo culto.
Non lo offendono le bestemmie,
non ci sarà grato delle offerte:
seguiterà a colpire di downgrading
i popoli e gli stati.
Neppure gli eletti, le triple A,
saranno risparmiati.

Sia fatta la Sua volontà,
se mai il divino può avere
un disegno, uno scopo, un’intenzione.
E officiamo il rito dei sacrifici
per disinteressata devozione,
senza nulla sperare
da colui che è unico e plurale
che non è giusto né ingiusto
che è umano e non umano
che non è bene e dunque non è male
che non ha cuore
che è impermeabile alle invocazioni
che non ha eserciti né polizie
eppure ci governa.

Ma vi conforti sapere, o disgraziati,
che ha un difetto la Sua divinità:
il sole si spegnerà un giorno,
e prima d’allora i pianeti
saran rifusi nel grande altoforno.
E prima ancora la luna si sgretolerà
e come valanga di sale precipiterà
sui diacci grattacieli di cristallo.
Dunque c’è almeno un attributo
che rende un po’ meno trascendente
il Senza Volto, l’occhiuto senza occhi:
questo iddio scellerato non è eterno.

la poetica di caterina

Caterina coltiva un bel giardino.
sarebbe molto bello, perlomeno,
se non fosse un giardino
condominiale, mal recintato,
se le talpe i condòmini i vicini
non fossero un’incivile
marmaglia multietnica.
Di notte veglia, scrive poesie.
Ne ha tante, ripartite in varie aiuole
ordinate e catalogate:
queste per Dio, queste per la mamma,
queste erotiche e queste invece no.
Queste contro la guerra e queste (ahi quante!)
per lui, per l’altro, insomma per l’amore.
Un tempo se ne vergognava,
le teneva per sé, le concimava
ogni giorno con il disprezzo
dell’ultimo suo amante.
Ora, chissà perché,
le va offrendo ai passanti
in mazzi di foglietti scompagnati
strappati a mille quaderni. Caterina
è una pazza, una prodiga mendìca
che squaderna il suo cuore di fanciulla
nell’indifferenza del mondo.
Nei giorni di pioggia, ai semafori,
con in mano quei fiori appassiti,
si china sul parabrezza
e ti guarda. E’ ancora una bambina.
Ha occhi scuri e supplici di cane,
tristi come l’inverno.

via Pergola

Le stesse povere case,
ma i plasticoni che erano pastello
ora sono grigi, crepati,
striati delle rugginose lacrime
di grondaie sfondate.
Non erano state che catoi
negli anni cinquanta, poi
furono intonacate,
sopraelevate di uno o due piani.
Molti di quei balconi
non hanno più gassine*,
né panni stesi e panieri appesi,
né graste di prezzemolo e gerani.
La parabola non può mancare
dove ancora abita qualcuno:
disoccupati, vedove, lapisti*,
la famiglia che chiamano i pazzi,
qualche ladro. E mia madre.

 

 

* gassina: Avvolgibile fatto di assicelle di legno, collocato sul lato esterno delle imposte
* lapista: addetto a piccoli trasporti mediante motofurgone del tipo Ape Piaggio

 

bah!


Chissà se c’è davvero. C’è chi giura
d’averla vista all’alba, chi di notte,
alle undici di sera alle otto all’una
e persino di giorno, ad ore strane.
Potrebbe non esistere o, se esiste,
rivelarsi soltanto agli iniziati.
Mente agli occhi assonnati, è un’apparenza,
un satellite meteo, una vana
parvenza tra le nubi novembrine.
E’ un concetto, un’ipotesi, una mezza
verità che talvolta appare intera.
Sarebbe, se davvero fosse vera,
così incostante ubiqua salterina,
ora rossa ora bianca ora di rame,
ora più tenue di una lieve piuma
ed ora incisa come una lacuna?
L’orbita irregolare a serpentina
è una scusa di chi ci crede ancora,
di chi incolpa le stelle d’ogni strana
altalena del cuore – non esiste
in nessun luogo, né è esistita mai,
la luna.

domenica


Mi alzo dal letto che ho già preso
la grave decisione
(o forse è lei a prendermi,
mentre ancora sbadiglio): mi rado.
Lascio solo il bargiglio.

I primi peli grigi sulle gote.
Tardivi, a dire il vero. E un poco storti.
Ritti, stopposi, quasi un’aliena,
più ispida vegetazione.

(Avevo scritto qui, ieri sera,
due mezze righe. Versi, pressappoco.
In uno compariva tra due virgole
la parola amore. Seleziono,
premo Delete. Le dodici e trenta,
l’ora di colazione.)

 

gita in barca


Sono partito infine, è non è stata
solo una gita in barca. Ero lontano,
in un paese appena tentato
dall’immaginazione. La laguna,
i sentieri selvatici di mare
tagliati tra i canneti
di puccinellia palustris, dove vola
l’airone cinerino e su ogni palo
sta solenne un gabbiano.

Ero con degli amici. “A che pensi?”,
mi chiede uno. “A chi?”, incalza l’altro.
Io, nel cuore, come un gabbiano
presidio la mia briccola, il mio palo.
Penso che me ne andrò altrove, che non amo
nessuno e non voglio vivere in nessuno
dei luoghi dove ho vissuto.

domenica


Che festa gli urli estivi dei bambini
nelle belle giornate come questa,
laggiù, nell’altra casa,
in un altro tempo della vita.
La porta sempre aperta sul cortile
dove anch’io avevo giocato,
il vociare ad ogni ora e gli abbai
di donne e cani felici.

Ora non li sopporto,
i bambini e le madri e gli animali.
Già di mattina chiudo il balcone
e accendo le luci, la radio,
il condizionatore
e il pc: in quest’ordine.

Maledetti vicini, maledetto
condominio multiculturale.
Anch’io finirò per chiamarli
barbari marocchini mustafà,
io più di loro clandestino.

i fumatori

I fumatori mesti,
stupidi fumatori
nel cortile dell’intelligent building
o seduti sui gelidi gradini
della scala antincendio,
a coppie o soli, taciturni – loro
la sera guardano tutti i telegiornali,
ma non andranno a votare.

Le mogli li hanno mollati,
di scatti contrattuali
non sono mai informati, non gliene cale.
I colleghi li chiamano ladri,
dicono che finiranno male:
un bel cancro sarà il loro salario.

L’inflazione è al 4%,
la nazionale non promette bene,
si scioglie la banchisa polare,
le banche americane hanno perso 180 miliardi di dollari nell’ultimo anno,
Berlusconi vincerà le elezioni
e loro che fanno? Fumano.

Fumano! E tacciono. Infreddoliti e grami,
perseguitati dai solerti agenti
del dl 16/01/2003 n. 3,
invisi agli ottimisti ai pessimisti
ai salutisti ai sindacalizzati,
loro, l’appestata e silenziosa
minoranza, gli stoici pezzenti,
alla vita non chiedono che questo:
qualche pausa per scomparire un poco
dalla scena triviale.


Sono apatico, ingrasso. Ho sempre sonno,
non c’è libro che non mi sia letargico.
Mi duole ogni giorno qualcosa, ed è una scusa
per non fare, non scrivere, ignorare
le piccole scadenze micidiali
che aumentano giorno dopo giorno
il debito e maturano il protesto
dell’inesorabile cambiale.

Somatizzo non so che cosa.
Forse la campagna elettorale.
Digerisco male, ho un peso
all’epigastrio, dove fanno grumo
aspirazioni, amori – ideali, forse.
Ah, l’orribile faccia inceronata
del Malefico Ipocrita che ammicca
come Riccardo Terzo (“fu mai
una donna sedotta
in tale condizione?”).

Se avessi soldi, giuro, me ne andrei
in una beauty farm, a dormire
nel morbido letto di fango
di una stazione termale,
in un denso Lete di vapori
sulfurei. Non sopravviverò
fino all’election day.