I defy you, stars

Non era un uomo istruito, mio padre,
sia pace alle sua ossa tribolate.
Ma aveva fatto la guerra,
visto un bel po’ di mondo: la sua Grecia,
quella di cui ricordava le canzoni
(ta òmorfa màtìa su, ta òmorfa màtia),
la Germania, la Francia liberata,
poi Napoli (e cantava “era de maggio”),
poi Milano, poi basta: cinque in tutto,
quant’erano le dita della mano.
Parlava due o tre lingue: l’alemanno,
il greco, un petit peu di francese
e un arcaico idioma gallo-italico.
L’italiano lo odiava, e anche l’Itaglia.

Piccolo di taglia, arabo alquanto,
normanno e longobardo e catalano,
Massèr Griöli era un grande e felice
rapsodo, un uomo arguto e appassionato,
specie al terzo bicchiere – Ma che vino,
amici! E che racconti!
Storielle buffe, perlopiù inventate,
com’erano – diceva – i film di Ringo
o le storie dei libri: storie, appunto.
Gli urgeva sempre in gola una risata
ma non rideva mai.
Solo gli occhi nerissimi ridevano
se meditava frottole e facezie.
E sapeva a memoria quattro canti
dell’Inferno, nonché un intero brano
del Romeo e Giulietta in traduzione
ottocentesca. “Stelle, io vi disfido”,
tuonava, minacciando il lampadario
con la strenua forchetta.
Poi se ne stava immobile per ore,
la testa sprofondata tra le braccia
conserte sopra il tavolo. Fingeva.
Fingeva di dormire, non voleva
si capisse che era infelice.

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