gramigne


Un nero strato di cemento e ghiaia
allagò l’aia, ricoprì la cenere
di gramigne bruciate.
E sopra la gettata fu murata
una bruna chiancata di arenaria.

Erano in tre: un valente muratore,
un vecchio e un erculeo manovale.
Posavano lastroni ponderosi,
come me fiduciosi che la casa,
la mia casetta, sarebbe durata
nuova e perenne, indenne da ogni tabe.

Ma non c’è scampo: aprile
in ogni minima crepa,
in ogni stampo di conchiglia fossile
insinua certe erbacce
dalle radici dure come scalpelli.
Certe tenaci piovre vegetali,
tentacoli e granfie che a strapparli
strappano malta e pietre come zolle.

Ti resta nelle mani qualche segno
e latice vischioso di celidonia.
Ne avverti ancora dopo mesi
l’odore acre. Settembre
è già quasi passato
e io vivo in un comodo bivano
al terzo piano, in compagnia di un pendulo
potus appeso come un lampadario.
Lontano da gramigne e da cicorie.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *