l’amore ai tempi di Photoshop


Bellissima. Quasi più vera che di persona,
nel monitor a diciannove pollici.

Mai ti vidi così nitidamente.
Le efelidi che traspaiono dal fondotinta,
il piglio altero e scostante,
il dispettoso startene in posa:
“basta che ti sbrighi”; e quella ruga
disperante, che solo tu vedevi,
di diffidenza e di risolutezza.
E l’altera bellezza che già teme
la luce troppo cruda, l’inquadratura
ravvicinata – Il tuo fastidio, in genere,
per la vicinanza eccessiva.

Quel broncio, che mi piacque
quasi più che il sorriso, la tua dolcezza
camuffata e delusa, l’ottuso rancore:
tutto in esatta evidenza,
ad alta risoluzione.

Traffico a lungo col mouse, zoom in e zoom out.
Vizio onanistico, pura contemplazione.
Ti allontano e avvicino, e come Alice
diventi grande e piccina. Ti accarezzo
e ti tocco, ti clicco
col cursore a forma di lente, di nuovo, ancora,
fino ad entrare nel tuo sguardo come
in un torbido acquario. Zoom out,
e torni dolce e arcigna, un ovale
un po’ quadrato, angoloso,
pressoché a grandezza naturale.

Mi tolgo gli occhiali per guardarti
da più vicino. Posso persino
ruotare l’immagine di novanta gradi
e inclinare il mio capo, simulare
una vicinanza orizzontale – La tua bocca!
E’ ancora più rossa, più bella, dopo l’upgrade
di questa postazione telematica
che a lungo, a lungo patì l’accesso negato
e fu lei stessa una porta sbarrata.

“Ma smettila, smettila di chiamarmi amore”,
sembra tu mi ripeta. Zoom in
sull’ombra di tristezza e di livore
nello sguardo, sulla piega lieve
di disgusto e sussiego in quella bocca
che dalle mie impronte insolenti
indovino persino a pc spento
(malgrado ogni tuo schermo, devi ammetterlo,
ti tocco ancora, ancora).

Zoom out, amore. Vattene di nuovo,
e che io non sappia dove.
Non possa più giungermi di te
né buona né mala nuova.
Zoom out, finché non diventi
che un francobollo, una caccola
in fondo al desktop – Sparisci, vattene
dalla mia mente.

Zoom in – Resterò al tuo cospetto,
immagine in me chiusa come un figlio,
altare, simulacro. Resterò
finché l’infinitesimo dettaglio,
ogni più tenue macula o vena
non ricalchi il disegno del sigillo
da sempre in me stampato,
figura che riconosco e mi somiglia.

E sarà infine svelato il segreto
per cui tutto ciò che io sono e mi fu ignoto
si rivolse a te, da te agitato
fino al fondo più oscuro – Zoom in
nell’occhio che si allarga a dismisura.
Ed ecco, non sei niente: nulla più
resta di te nel fosco paesaggio,
in quel bosco indistinto, giù, nell’iride
dove finisce il viaggio.

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