ripostigli


Laggiù, a millequattrocento miglia
da quassù, noi abbiamo una casa
(il solenne plurale di mia madre
abbraccia anche il buonanima,
oltre che i quattro figli). In quella casa
possediamo, noialtri – si badi
e se ne prenda scrupolosa nota –
quarantadue cassapanche
e trentanove armadi,
per non dire di una ventina
di bui, catacombali ripostigli.
Le stanze in cui entra un po’ di luce,
quelle che danno sulla strada,
sono solo un paio. Più una terza,
cieca, che però ha un lucernario.
Il resto è un succedersi intricato
di retrostanze cripte sottoscala.
Quella sì è una casa
(così sostiene mia madre):
una casa adatta a conservare.
Per dormire, a che serve la luce?

Ma ora che non abbiamo più la paglia,
né cannizzi col grano e botti e giare,
né damigiane impagliate e mezzalore,
che c’è da conservare?
Se non c’è traccia di forni e tanure,
di lemmi e di cafisi e di carbone,
di fornacelle e di cavagni e concole,
di madie e trespi e di lasagnatori,
di conserve in burnìa e legna e versoi:
ora, ci domandiamo,
cosa conserva mia madre?
Nessuno ne ha idea: lo sa lei;
ma quando vado a trovarla in automobile
(station wagon del novantasei)
m’implora di portar giù i vestiti vecchi
e ogni altra cosa smessa o poco usata
ch’io rischi, non sia mai, di buttar via.

Prego che non accada tanto presto,
ma è scritto che accadrà. E’ necessario
che io torni laggiù prima o poi.
Non in vacanza estiva, ma per sempre,
perché si compia, in uno con la vita,
il mio, nostro destino e l’inventario
delle cose perdute.

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