Sciarra

Per un po’ avevamo smesso di tenerci il broncio, io e la poesia. Mi sembrava persino che mi sorridesse da lontano. Cautamente avevo ripreso a corteggiarla, ma senza, come si dice, sbilanciarmi troppo. Avevo rimesso mano al sito dei Feaci, tirato giù dagli scaffali qualche plaquette sgualcita.
Poi non so che è successo. Adesso non ci salutiamo neppure, se per caso ci incontriamo.
A dirla tutta, me la ritrovo tra i piedi di continuo, ma è sempre più trasandata, a stento la riconosco. La sento farfugliare frasi sconnesse, nelle conversazioni che intrattiene con bidelle e portinai sfaccendati. Predilige la compagnia dei malparlanti, frequenta urlatori e slam nei pub di periferia.
Non so cosa fare per tenermene il più possibile lontano. Se esco a fare una passeggiata, marzo, non meno crudele di aprile, risveglia le radici di antiche malerbe; se mi chiudo in casa, Lei mi guarda in tralice dalla pila di libri dimenticati sul comodino.
Forse vorrei che stesse solo con me, malgrado io l’abbia lungamente trascurata. Vorrei che io e lei parlassimo con una sola voce. Ma la poesia è mobile, infedele e bagascia, per sua natura.

2 commenti su “Sciarra

  1. Tu dici che la poesia è “fimmina”? Non l’avrai mica tradita con qualche altra bagascia per caso? Però spero facciate pace prima o poi: non si può pensare all’uno senza l’altra.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *