A marredda
(La matassa)

Accaddero tanti fatti inspiegabili nella vita di mia madre, come in quella di sua madre e della madre di sua madre. Volessi raccontarli tutti, potrei fare romanzi, per dirla come la dice lei (e magari prima i poi li farò).
Comincio col raccontarne uno, forse il più strano di tutti, accaduto a nonna Calorina. Me lo son fatto raccontare di nuovo da mia madre e lei, per l’ennesima volta, ha giurato che non ce ne mette e non ce ne leva niente, è andata precisamente come lei la conta, e anche nonna Calorina la contava così.
Un giorno passava per la strada un uomo che vendeva filo di tutti i colori, aghi di tutte le misure e filo da cucire e da ricamo. Nonna Calorina, a quei tempi, stava giusto ricamando le lenzuola per la dote delle sue figlie.
“Figlio mio”, racconta mia madre, “quest’uomo era un uomo bellissimo, ma altissimo, un gigante, ancora più alto di te, e nero di faccia, ma nero, nero come il tizzone.”
“Ma davvero era così nero, mamma, o era solo abbronzato? Non era per caso nero come i tuoi nipoti quando tornano dal mare?”.
“Macchè abbronzato, era nero, nero, ti dico. Nero più nero del lutto, nero come non se n’era mai visti (ne avremmo visti poi, dopo lo sbarco dei mericani, e ne vediamo anche adesso). Ma, fatto ancora più strano, aveva i capelli legati a treccia dietro la nuca, tale e quale le femmine che portano la treccia. Quest’uomo, come ti dico, andava banniando per le strade, che vendeva aguglie di tutte le misure e filo di tutti i colori, spagnolette e marredde di filo. Aveva una voce, ti dico, che spaccava le pietre. Quest’uomo parlava la lingua di un uomo normale, e vendeva, come ti dico, filo e augghie di tutte le misure.”
Interrompo il racconto di mia madre. “Ma tu c’eri?”, Le chiedo. Lei sembra pensarci un po’ su e poi mi dice che no, non c’era, ma mia nonna, sua madre, non raccontava fesserie. Ma poi mi dice che sì, c’era, c’era anche lei, ma non si ricorda tutto per filo e per segno, perché era signorina e aveva altre marredde per la testa. Il racconto della nonna è comunque degno di fede.
Ma ora, pensando a quand’era signorina, ha perso il filo e riprende daccapo il racconto.
“Insomma, come ti dico, c’era quest’uomo bellissimo, altissimo e nero di faccia, ma nero, nero come il tizzone, più nero del nero del lutto. Aveva un canestro pieno di filo a spagnolette. Marredde e spagnolette, ti dico, di tutti i colori. Con questa treccia nera dietro il cozzo, e una voce, ti dico, che spaccava le pietre.”
Le faccio segno di venire alla conclusione, e lei mi descrive di nuovo quest’uomo gigantesco, bello, nero come il tizzone, che vendeva marredde e spagnolette di ogni foggia e colore.
“Allora, come ti dico, tua nonna esitava, perché quest’uomo nero faceva impressione, quant’era nero. Ma lui si era fermato e aveva posato il canestro per terra, per mostrarle tutto quel filo a spagnolette e marredde. Tua nonna si fece coraggio, indicò una marredda rossa e gli domandò: quanto costa? L’uomo prese in mano la marredda, l’accarezzò, mostrandogliela, e disse il prezzo: tre centesimi. Senza aver neppure rovistato nelle tasche del fadale, e senza capire come, tua nonna si trovò in mano tre centesimi giusti, li mise nella mano nera e grandissima di quest’uomo nero e si prese questa marredda. L’uomo se ne andò, sparì. Ma come lei prese in mano la marredda, vide che era ‘mpidugghiata e tutta a giummi giummi, e non la si poteva spidugghiare. Provò e riprovò, con le unghie, a districare i ‘mpidugghi, ma più tentava di sbrogliarli, più quelli si ‘mpidugghiavano. Allora si arrabbiò e nominò con poca reverenza il nome di sant’Anna (perché nonna Calorina, quando la pigliano i s’ssantom’ni, non nominava mai il nome di Dio o dei santi, né il nome della Madonna, ma sempre e solo quello di san’Anna). Poi prese ‘stu jomm’ru di filo, lo buttò per terra e lo pestò sotto i piedi. E come la pestava, ‘sta marredda si muoveva, che pareva un serpente. Più la pestava, più lei si muoveva e torceva come un serpente.
Allora tua nonna – credimi figlio mio, m’ sentu a surr’zzar i carni (a raccontarlo mi si accappona la pelle) – credimi, figlio mio, tua nonna si fece il segno di croce, prese lo spirito delle iniezioni e lo versò su questa cosa. Poi prese un pospero e le diede fuoco.
Come svampò, questa cosa si mise a correre per tutta la casa e a soffiare come un gatto e, figlio mio, gridava con voce di femmina, e vuoi sapere che diceva?”
Io so già cosa diceva, ma le chiedo: che diceva?
“Diceva: tacch’m-sciogg’hm,
scioggh’m-tacch’m. È più diceva così, questa cosa in fiamme, più correva per la casa. Era propriamente un fuoco che correva a zigghizagghi e si torceva e diceva: tacch’m-sciogg’m, scioggh’m-tacch’m (lègami-scioglimi, scioglimi-lègami).
E, figlio mio, vuoi sapere come finì?”
Le dico che voglio saperlo, ma già lo so.
“Tua nonna prese la scopa e cominciò a correre dietro a questa lingua di fuoco, come volesse cacciare un gattaccio fuori di casa. E vuoi sapere che disse, questa marredda in fiamme, questa lingua di fuoco, prima di rotolare giù dal gradino della soglia e disfarsi, che ormai era cenere?”
Lo voglio proprio sapere, le dico, ma già lo so: questa cosa, che bruciava e strillava, gridò un’orribile bestemmia e rotolò giù dal gradino della soglia, disfacendosi in cenere.
“Perché quell’uomo nero… Quell’uomo nero era il diavolo. È quella marredda di filo era ‘ntantaziunata.”

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