Il tesoro di Biagio

(Un racconto scritto almeno trent’anni fa)

Brasi Mezzalenticchia

Fu l’uccisione del mulo il primo dei numerosi peccati che dannarono Biagio Marotta. Gli fracassò il cranio. E non con una schioppettata, né col dorso della zappa o con un mazzapicchio, ma con un pugno. Sì, proprio un pugno in mezzo alle orecchie, su quella testaccia di mulo impenitente. Lo zio Suoledilegno aveva visto coi suoi occhi quel pugno poderoso abbattersi sulla povera bestia come il maglio del maniscalco sull’incudine, e quella, colpita a morte, stramazzare per non più rialzarsi. Lui stesso, Biagio, aveva raccontato il fatto per filo e per segno, e quasi se ne era gloriato.
«Che gli è successo al tuo mulo», gli aveva gridato il compare Brasi Mezzalenticchia, dall’alto della sua fulva cavalcatura, vedendolo che andava a piedi con la bisaccia sulla spalla.
«Aveva la testa dura, e io della sua testa io ne ho fatte due», disse Biagio, picchiettandosi la fronte con le nocche.
«Gli hai dato una legnata?»
«Con questa mazza», disse Biagio mostrando il pugno.
«Lo ammazzasti?… Con un pugno?»
Mezzalenticchia scese da cavallo e affiancò il compare, che andava a passo di bersagliere. Questi accelerò l’andatura, spronato da una collera reviviscente che gli imporporò le orecchie e la nuca taurina.
«Ammazzasti il tuo proprio mulo con un pugno? Ma che mi racconti!»
«Sì, con un pugno. Non ebbe il tempo di dire cristo aiutami.»
«E che aveva fatto, povera bestia?»
«Aveva preso il vizio di bere nel secchio e si rifiutava di tuffare il muso nell’abbeveratoio. Moriva di sete, ma non voleva saperne di bere nell’abbeveratoio. Sentiva l’odore dei buoi che ci avevano bevuto anche due o tre giorni prima. Quel mulo era come i signori, beveva solo nel suo bicchiere, e io dovevo sempre portarmi il secchio appresso e lavarlo e nettarlo bene prima della bevuta. Bastava una formica, una pagliuzza dentro il secchio e già lui faceva no con la testa, il signorino. Ancora un po’ e avrebbe preteso di mangiare il fieno nella madia e l’orzo nel piatto di terraglia.»
«Minchia!», Esclamò compare Brasi Mezzalenticchia, e la bocca gli rimase aperta in un’espressione di scempia meraviglia. L’inaudito, per lui che infilzava le mezze lenticchie con lo spillo, non era tanto la bravata di ammazzare un mulo con un pugno, quanto lo sbalorditivo sperpero di risorse che quel delitto costituiva. Di Mezzalenticchia, che si era guadagnato quel soprannome per la sua immensa taccagneria, si diceva che non aveva mai sputato per terra per sparagnare il grasso per gli scarponi: trovava più saggio dirigere gli scaracchi sul cuoio delle sue vetuste calzature, che ormai avevano perso spaghi, suole e chiodi. No, Biagio non aveva la testa a posto. Ammazzare il proprio mulo era come demolire la propria casa, come dar fuoco al granaio. Un mulo come quello, calcolò compare Brasi, costava dalle cento alle centoventi onze.
«E che hai fatto della carogna? L’hai venduta a basso macello?»
«I cristiani mangiano buoi, pecore e porci come loro», disse Biagio Marotta. «Mangiano galline, conigli, quaglie e pernici. Oppure se ne strafottono della Bibbia e mangiare chiuppi, civette e corvacchi. Ma i muli no, non si mangiano. I muli e gli asini se li mangiano i cani. I cani dei pastori hanno fatto festa col mio mulo. Va’, vai a vedere come se lo stanno ancora spolpando.»
Biagio vide la disapprovazione, il raccapriccio, lo scandalo negli occhi del compare, due occhietti senza luce né pupille, due pertugi. Vide un omino piccolo e gobbo, meschino, vile, geloso d’ogni sua cosa, del suo mulo, della sua grama salute. Era aprile e lui si teneva ancora avvoltolato in una mantella di panno tutta sbrendoli e rattoppi, quel lenticchiaro; e teneva strette in mano le redini del suo mulaccione come fossero un sacchetto pieno di marenghi d’oro. Allora Biagio si arrestò, buttò per terra la bisaccia, piantò in faccia al compare quei suoi occhiacci assassini, si morsicò i baffoni neri come il carbone, lo agguantò per le esili spalle e prese a scuoterlo con troppo cameratesca irruenza. «Amico, amico mio, che ne abbiamo di questa vita? Vieni stasera dalla ‘Gna Lippa, uomo di scarso appetito. Ci beviamo quattro cannate di vino e ci mangiamo due chili di fegatelli e stigghiole. I muli vanno e vengono, come le buone e le male annate, ma il vino resta e fa sangue e sete d’altro vino. »
Il quadrupede di Mezza Lenticchia rinculò, anche lui spaventato. «Buono!», gli fece Biagio, agguantandolo per il morso e strattonandolo quasi volesse svellergli la testa dal collo.
«Restiamo così», disse Mezza Lenticchia, «ci vediamo stasera dalla Gna’ Lippa, ma lascia stare il mio mulo. Lui è manso come un agnello e beve dove capita, nell’abbeveratoio, nelle fontane e nel torrente». Mezza Lenticchia non poteva dir di no a un espresso invito di Biagio Marotta, anche se non era suo costume bisbocciare nelle taverne. Rimontò a cavallo e spronò l’animale.
«Salutiamo, massaro Biagio.»
«Salute, compare Brasi.»


La taverna della ‘Gna Lippa

La sera, prima dell’Ave Maria, Biagio Marotta era già nella taverna della ‘Gna Lippa, con la sua cricca di undici o dodici compari che insieme bevevano come un reggimento. Tracannava intere cannate di vino e chiamava continuamente in causa Dio, la Madonna e i santi nel racconto di come, una volta, aveva lisciato il pelo a certi taglialegna forestieri che erano entrati con le accette e l’aria da malandrini nella sua proprietà. Era ancora sobrio, ma non abbastanza da versare vino nei bicchieri senza spanderne sul tavolo e addosso ai compari. Cantava, anche. Aveva una voce che pareva un coro di muggiti, e stornellava che era un piacere.«Buttana di to ma’ quant’hai li minni fai ‘nammurari a mmia ch’haiu vint’anni».
In realtà Biagio non aveva vent’anni, e ormai neppure quaranta, ma i suoi capelli erano neri come il corvo, e neri i suoi baffi da saracino. Il vino rosso accendeva le sue gote dello stesso colore. Lussureggianti bioccoli neri, folti come il vello di un caprone, straripavano dalla camicia di panno male abbottonata.
Brasi Mezzalenticchia, insolito invitato in un posto come quello, arrivò per ultimo, e subito fu salutato da un coro di schiamazzi troppo calorosi. Biagio fece un gesto circolare col braccio e tutti tacquero. Poi si levò in piedi, il bicchiere in mano, nell’atto di un brindisi maestoso, e disse con smaccata solennità: «Beviamo alla salute di mio compare Brasi, che oggi ci fa il grandissimo onore di imbriacarsi con noi malagente». Un coro di EVVIVA e ALLA SALUTE travolse il povero Mezzalenticchia, che si ritrovò in mano mezzo biccchiere di vino e l’altra metà nella manica e sul pastrano.
«Salute», squittì, e non fece in tempo a vuotare il bicchiere che altro vino e grida gli piovvero addosso. Mezzalenticchia non aveva mai messo piede in una taverna e il vino lo beveva solo a tavola, dopo i maccheroni; ma ormai che era in ballo, doveva farsi onore, perché un uomo che non beve non è un uomo, e più vino un uomo riesce a tracannare, più è degno di stima e di rispetto. Si tolse il pastrano e lo appese al chiodo.
«Gna’ Lippa», guaì il poveruomo «Portami un uovo e quattro olive.»
Rise Biagio Marotta, e la sua gola spalancata pareva il forno del fornaio. E tutti risero con lui.
«Ma perché quattro olive e non cinque? ‘Gna Lippa, cinque olive. Anzi, cinque e mezza, e la mezza pesala senza l’osso», disse. Tutti si torcevano dal ridere, e rideva Anche Mezzalenticchia, ma la sua risata sembrava il verso strangolato del tacchino. Si levò ancora in piedi Biagio, sempre brandendo il bicchiere, e dall’alto della sua imponente statura tuonò sopra le coppole dei beoni:
«’Gna Lippa, porta una pignatta di trippa, un calderone di fegatelli e stigghiole, dodici uova per compare Brasi, un chilo di acciughe e una burnia di olive.»
Brasi Mezza Lenticchia impallidì. Questa volta fu lui stesso a mescersi tre bicchieri di vino, uno dopo l’altro, e a tracannarli con gli occhi chiusi.
«Bene, così si fa», approvarono i compari. E Biagio riprese a cantare le sue canzonacce oscene. ‘Gna Lippa, un donnone di centocinquanta chili, mastodontica, tarda, pliocenica tartaruga, stava portando una pentola piena di fegatelli e stigghiole. Certemente gli stornelli di Biagio non offendevano le sue orecchie avvezze a ogni trivialità (e del resto lei non veniva considerata una donna vera e propria, con quei floridi baffi che se non erano quelli di Biagio poco ci mancava, con quelle braccia grosse come le travi del solaio); pure, la ‘Gna Lippa si sentiva in diritto di riprendere, di tanto in tanto, gli ubriaconi che affollavano il suo locale: malgrado la sua dubbia femminilità, oltraggiata dalle espressioni postribolari e dalle bestemmie di quegli omacci avvinazzati, talora aveva un soprassalto di ribellione.
«Bocca di cantero», gridò la megera a Biagio, «Bocca d’inferno. Valle a cantare al casino quelle strofe. Bestemmi che trema la terra, e quando canti tu i diavoli ballano.»
«Quando canto io i diavoli ballano», gridò Biagio con feroce allegria. E, afferrata la ‘Gna Lippa, con quelle sue braccia enormi che tuttavia non bastarono a cingerle la vita, si produsse in una danza che voleva essere una mazurca ma potrebbe essere descritta come una colluttazione tra un orso e una vacca da latte.
«Va’, vattene», fece la donna, un po’ infuriata e un po’ divertita. «Va, vattene, bocca d’inferno. Quando morirai tu, tutti i diavoli faranno festa.» Era solo un modo di dire, ma Biagio colse un maligno spunto da quella frase e urlò a sua volta, levando in alto il bicchiere come per un estremo, selvaggio, orgiastico brindisi: «I diavoli faranno festa, e io farò festa coi diavoli.»
Era partito. E chi lo teneva ormai! I compari appaludivano e fischiavano, la Gna’ Lippa andò a prendere un’altra pentola piena di brodaglie fumanti e non ci badò più.
«Sapete dirmi, massaro Brasi, chi è che va all’inferno? Ve lo dico io: i preti e le puttane vanno all’inferno. Picciotti, tutte le puttane del mondo mi aspettano all’inferno! E pazienza se ci troverò pure il papa e i preti. Ci andrò volentieri e cantando, io, all’inferno, e, parola di Biagio Marotta, pianto una vigna anche lì e con quel caldo vedrete che vino!»
Brasi Mezza Lenticchia si segnò in nome del padre e del figlio, e rise anche lui. E siccome lo spirito santo gli lavorava già nella testa, si era scordato che il vino e le stigghiole non glieli davano gratis. Ma al momento di pagare Biagio Marotta gridò: «Altolà, le mani sopra il tavolo. Pago tutto io, paga Biagio Marotta. Questo consolo, per i funerali del mio mulo buonanima, me lo pago io da me stesso, a me ai miei amici che mi vogliono bene. Alla faccia dei muli e dei preti.»
Andarono poi tutti e dodici, o tredici che erano, a pisciare dietro il muro del carcere, alla faccia dei carabinieri. Il rivolo percorse ottocento metri di strada in discesa e, parola di chi l’ha raccontata, raggiunse la bottega dello speziale, in piazza Garibaldi.


Donna Concetta

Quando beveva, Biagio picchiava la moglie. Non mancava mai di picchiarla, se aveva bevuto. Non che la picchiasse troppo, da mandarla all’ospedale, ma abbastanza da farla piangere per un’intera notte. Lui aveva il sonno e il vino pesanti, russava e non sentiva i singhiozzi della donna.
Donna Concetta era piccola ed esile come una bambina tisica: si rannicchiava nel suo cantuccio sotto le coperte, il corpicino infossato nel morbido materasso di lana, e singhiozzava e pregava, mentre il marito russava da far tremare i trespoli e le tavole del letto. Lei sapeva tutte le orazioni a tutti i santi del calendario: a San Francesco protettore degli animali, a Santa Barbara patrona dei tuoni e dei lampi (affinché piovesse quanto bastava, né di più né di meno), a San Calogero protettore degli ubriachi, alla Vergine Maria, che mettesse buoni consigli nella testa di quello sconsiderato, e, infine, a Santo Minico Soriano, il Mercurio del Pantheon di donna Concetta, il quale aveva il compito di raccogliere le preghiere dei buoni cristiani e portarli ai destinatari in paradiso.
Biagio e donna Concetta non avevano figli, e magari proprio per questo lui la picchiava. Ma con la testa balzana che l’uomo si ritrovava, forse il Signore Onnipotente aveva visto giusto a non concederle di mettere al mondo delle creature: Biagio si beveva metà del raccolto, l’altra metà lo spendeva per comprare muli che puntualmente si azzoppavano e finivano in pasto ai cani. Lui non voleva saperne di camminare sulla retta via, e così portava anche le sue bestie per sentieri poco agevoli; fatto sta che ogni anno doveva comprare un altro mulo. L’ultimo, poi, era morto in circostanze misteriose. Addirittura – le era sembrato di capire – era stato lui stesso ad accopparlo, con le sue mani. O che sventura, che fuoco grande, con quel marito! Eppure l’uomo lavorava. Ah se lavorava! Era capace di tirare lui l’aratro, e di fare il lavoro di due muli da solo, con la forza e la lena che aveva. Quel sancristoforo d’uomo che le ronfava accanto, se appena avesse avuto la testa sulle spalle, avrebbe fatto la fortuna di sette generazioni… ma non c’era nessuna generazione, era proprio lì il male. Il materasso dalla parte di Biagio aveva uno squarcio da cui fuoruscivano filacce di lana. Era stato lui stesso, con una zampata rabbiosa, nel corso di chissà che incubo, ad aprire quello squarcio. Non si tagliava le unghie da mesi, forse da anni. E del resto il coltello che lui usava per gli innesti non ce la faceva a spuntare quegli artigli. Un’accetta, ci voleva, o il saracco del falegname. In fondo era buono, Biagio, aveva un cuore d’oro. Forse l’avevano affatturato, gli avevano fatto una magaria. Si, doveva essere proprio così: uno spirito maligno gli urgeva dentro, uno spiritello capriccioso e iracondo, lo stesso che lo aveva spinto a compromettersi con l’esattore.
Era accaduto per via di una certa tassa: biagio s’era rifiutato di pagarla e così, una sera, gli erano venuti in casa l’esattore e due carabinieri. Volevano pignorargli tre giare d’olio da seicento chili d’olio l’una, per dodici onze di tassa non pagata. Successe il finimondo, l’iradiddio, la rivoluzione del quarantotto. L’esattore e i carabinieri se la cavarono con qualche ammaccatura, grazie ai vicini che volevano bene a Biagio e accorsero per togliergli dalle mani i malcapitati; ma lui finì in galera e ci rimase per tre anni. I primi sei mesi – come lui raccontò dopo – gli lisciarono il pelo per bene: una triplice passata di legnate e nerbate ogni giorno, colazione, pranzo e cena. Quando uscì di galera, di lui erano rimaste solo una montagna di ossa, e aveva una fame da mangiarsi gli stipiti della porta. In tre giorni si mangiò dodici forme di formaggio da tre chili l’una, e bevve tutto il vino che non aveva bevuto in tre anni. La moglie, che mangiava meno di un passerotto, gli aveva messo via tutto il formaggio che i pastori avevano portato come balzello per poter pascolare nella terra di Biagio, dove neppure gli uccelli potevano entrare senza permesso. Quando si fu mangiato l’ultimo pezzo di formaggio, prese il lapis, scrisse alcune cifre sul retro di un santino e calcolò che mancavano sei forme da tre chili. L’indomani prese la zappa e, invece di usarla propriamente sulle fratte che avevano sommerso la vigna, la diede in testa a un pastore, e a momenti lo ammazzava. Di nuovo in gattabuia, ma questa volta ci rimase solo un anno. Quattro anni di galera, con un intervallo di quattro giorni tra la prima volta e la seconda.
«Come devo fare con quest’uomo», sospirò donna Concetta, affidato l’ultimo accorato paternostro a Santo Minico, sollecito araldo delle sue cure presso la corte celeste, «Come devo fare». E si rintanò sotto la cotonata, il cui gran peso le impediva di rotolare addosso al marito. Il materasso, infatti, gravato solo da un lato dall’enorme mole dell’uomo, era tutto in pendenza come il costone dove la vigna di Biagio Marotta, sarchiata e inzolfata a dovere dall’antico vignaiolo e bevitore, aveva riacquistato vigoria e salute.

Il tesoro nella pignatta

Un ventaccio di ponente agitava il noccioleto in fondo al vallone e strappava gli ultimi ricci vuoti ai radi castagni a mezzacosta, nella chiusa che era appartenuta al trisavolo di Biagio Marotta, e che lui, Biagio, aveva ereditato dal padre assieme alla vigna di Rasalgone e alla mezza salma di terra di Malocristiano. Ruta, cardi, ginestre e qualche ficodindia prosperavano nel pietrame, lungo l’esigua striscia di terreno incolto che cingeva la chiusa e ne costituiva il confine. Non c’era una casa vera e propria in quel terreno, ma una minuscola stalla di campagna dal tetto mezzo sfondato e assediata dai rovi, quattro mura che a malapena, nei giorni d’inverno, riparavano dal vento durante il breve pasto meridiano. Spesso, quando voleva star lontano dalla moglie, Biagio passava la notte lì dentro, coricato nella mangiatoia o su un mucchio di strame, avvolto in una coperta. All’ora del pasto, legava il mulo all’anello di ferro infisso nel muro della casupola, accendeva il fuoco e sedeva su una pietra, svolgendo il fagotto dove la moglie aveva messo un’enorme pagnotta, un pezzo di pecorino pepato e un pugno di olive nere. Le olive le mangiava alla fine, con l’ultimo quarto di pagnotta, quando il fuoco aveva consumato i rami della rimonda o le ultime tavole della porta ormai inutile che lui aveva divelto. Prendeva quel pugno di olive, le buttava nella brace, in mezzo alla cenere, e poco dopo se le cacciava in bocca fragranti, croccanti, quasi carbonizzate, senza neppure pulirle della cenere. Poi s’attaccava al barilotto e, a quel popò di borraccia, a quel santo capezzolo di legno succhiava e succhiava finché il vino non gli usciva dalle narici.
Quel giorno Biagio Marotta aveva bevuto più del solito e aveva dovuto fare uno sforzo per non cascare addormentato. Gli uccelli erano contenti perché era una bella giornata e riempivano l’aria quasi tiepida di un dolce, soporifero coro di cinguettii. Ma l’uomo è nato per lavorare, la terra non aspetta e il cielo, in quella stagione, concedeva una rara, clemente tregua prima di riprendere a rovesciare pioggia e gelo sui terreni appena arati. Delle buone giornate bisognava approfittare e ringraziare la Provvidenza; Biagio, invece, bestemmiava. Non gli andava a genio che l’uomo fosse nato per lavorare, ma lavorare doveva. Non aveva con chi prendersela e se la prese con la giumenta, perché non stava perfettamente immobile mentre lui le metteva il sellone, legava il sottopancia, il pettorale, la codiera, agganciava le catene al sellone e al bilanciere dell’aratro. La strattonò brutalmente afferrandola per il morso e bestemmiando come un giudeo. La giumenta apparteneva allo zio Suoledilegno, che aveva una chiusa in cima al colle, dove una cresta di rocce bianche brillava come alabastro al sole di mezzogiorno, in quella luminosa giornata di primo inverno.
«Oeh, non maltrattare la bestia», gridò allarmato lo zio Suoledilegno da lassù. Biagio bestemmiò più forte e a stento si trattenne dal prendere a pugni la giumenta, il muro della casupola, gli alberi e persino le pietre. Il vino attizzava il rancore che covava nella sua anima, un rancore cieco e senza ragione rivolto agli uomini, alle bestie, alle cose. «Ahia!», gridò; e via, su per la costa, appresso alla giumenta spaventata, a scavare solchi profondi come fossati, incespicando sulle enormi zolle che il vomere rovesciava, incitando l’animale con quel grido rabbioso. Era più la forza del braccio del contadino che quella dei fianchi possenti della giumenta a scavare i solchi. Con una mano reggeva le briglie, con l’altra spingeva la manecchia con tanta forza da far penetrare vomere e versoio fino al timone. «Ahia, figlia di una mula!», gridava. «Scavalo, e non grattarlo, il terreno». Se la bestia scartava o s’infossava, lui dava un energico strattone con le briglie e con l’altra mano riusciva a sollevare l’aratro un palmo da terra, sempre imprecando e insultando l’animale che sbuffava di continuo e, nonostante il freddo invernale, aveva madidi i fianchi e il collo. Se qualcosa sottoterra impediva il vomere, lui tirava indietro le redini e l’aratro, o crollava come un fuscello il pesante attrezzo finché non disseppelliva macigni, svelleva radici, rovesciava zolle mastodontiche. Ma a un certo punto il vomere parve incastrarsi definitivamente, né strattoni e bestemmie valsero a disincagliarlo. La giumenta, dopo un estremo strappo che impegnò fino allo spasimo le poderose cosce, rinculò, si sedette sui garretti. Allora Biagio affondò le mani nella terra, afferro la cosa e tirò, tirò con tanta forza quanta ne bastava a sradicare un pino. Non era una radice, sangue di giuda, né una pietra: era qualcosa che tutti i diavoli dell’inferno tenevano con le loro grinfie e non volevano mollarla; ma Biagio riuscì a strappargliela, ed era… Sì, proprio una enorme pignatta di terracotta piena di marenghi d’oro. Il vomere si era infilato dentro la bocca della pignatta. Stette a guardare per un po’, incredulo e istupidito: monete luccicanti, sparse tra le zolle come grani della semina. Si chinò e ne prese un paio, le mise sul palmo della mano, ne saggiò il peso e valutò la loro prodigiosa lucentezza. No, non era uno scherzo del vino: i marenghi erano veri e d’oro, d’oro fino come una fede nuziale, come i pendenti che donna Concetta sfoggiava per la festa del patrono. Si guardò intorno: non c’era nessuno. Neanche gli uccelli, che a un tratto avevano smesso di cantare ed erano volati via. Nessuno, solo lui e la giumenta. A grandi manate, rastrellò le monete fuoruscite dalla pignatta, e con esse terra e pietre e frasche, tutto nella pignatta; poi corse verso il casolare con in braccio quell’immensa fortuna. Prese la zappa, scavò una buca profonda nella terra battuta, dentro la casetta, ci mise il tesoro e lo ricoprì con terra, concime e paglia. E chi mai lo avrebbe più trovato o sarebbe andato a scavare in quella misera stalla, dov’erano solo una mangiatoria, una zappa e un vecchio aratro?
Ripassò mentalmente tutto ciò che sapeva e aveva sentito dire sui ritrovamenti di tesori. Non doveva farne parola con nessuno. Nel Libro del Cinquecento, il libro dei segreti e delle magie, che solo i preti possiedono, c’era scritto che, chi trova una pignatta piena di marenghi d’oro, non deve dirlo a nessuno, altrimenti accadono due cose ugualmente spiacevoli: una è che la pignatta sprofonda cento canne sottoterra col suo prezioso contenuto, e neanche scavando per cento anni la si può più ritrovare; l’altra è che il disgraziato, non avendo saputo mantenere il segreto, sarà colpito di malattie e sette anni di mal’annate, e non c’è santo e madonna che lo preserverà da queste sventure. Biagio non aveva mai letto il Libro del Cinquecento: era scritto in latino, a quanto dicevano. E del resto non sapeva né leggere né scrivere. Solo i preti (e qualche fattucchiere, nel passato) avevano potuto leggere il Libro del Cinquecento, ma tutti, da che mondo era mondo, sapevano e tramandavano questa sacrosanta verità: che chi trovava una pignatta piena di marenghi d’oro non doveva rivelarlo a nessuno, pena la definitiva perdita del tesoro e, per sette anni, di ogni fortuna e celeste protezione. Ovverossia, non proprio a nessuno, ma a nessuno tranne al sangue del suo sangue, ai figli, ai fratelli e ai genitori. E qui era l’angosciosa questione che, subito dopo l’euforia del prodigioso trovamento, si presentò al giudizio sconvolto di Biagio: come spendere, da solo, quel tesoro, se non poteva farne parola con nessuno, neanche con la moglie, e con nessuno dividere, nonché i marenghi, neppure la contentezza? Biagio non aveva né genitori, né figli, né fratelli. Aveva avuto sei fratelli, ma tre erano morti da bambini, e gli altri tre, più anziani di lui, erano morti da pochi anni, chi di malattia e chi di precoce vecchiaia. Aveva una moglie, è vero, ma quella moglie era sangue estraneo, non gli era cugina, aveva un altro nome, veniva da un’altra discendenza. Ma forse la moglie è come una sorella, congetturò, o almeno come una parente. Forse la moglie poteva essere considerata alla stregua di una madre, di una figlia. I preti sapevano sicuramente qualcosa sulla faccenda. Decise allora di metter da parte l’antipatia che nutriva verso il clero e di far finta di volersi riconciliare col padreterno.

La confessione

Erano le sette di mattina quando Biagio bussò al portone della chiesa di San Filippo. Le cantonate della chiesa tremarono, un cupo bombito riempì la navata. Trasalì il santo nella sua nicchia e con le tre dita benedicenti si aggiustò l’aureola traballante. La finestra della casetta allato della chiesa si aprì e donna Menica, la madre di padre Bertolazza, mise fuori la testa. Era la prima volta in vita sua che donna Menica si mostrava con la chioma sciolta, senza la sua candida, perenne treccia arrotolata sopra il capo.
«Ma chi è a quest’ora di mattina?»
«Sono io, Biagio Marotta.»
«E che succede? Tua moglie si sente male?» Anche padre Bertolazza si affacciò. Biagio quasi non lo riconobbe, con quella maglia di lana giallognola invece della tonaca.
«Voglio confessarmi», disse Biagio. Non aveva un tono di voce da peccatore penitente, ma piuttosto del campiere che sveglia il garzone.
«A quest’ora? fece il parroco. E infilò la testa nella tonaca imprecando. Non poteva trovare un’ora più da cristiani per tornare all’ovile, quella pecorella smarrita? Ma voleva davvero confessarsi, quel giudeo, quell’uomo senza dio, o il diavolo gli suggeriva qualche azione sacrilega? Per la verità padre Bertolazza era un po’ spaventato. Chiedergli di tornare più tardi? No, forse conveniva assecondare i capricci del pericoloso individuo, badare a non irritarlo. Si precipitò giù nella chiesa e chiuse a doppia mandata la porticina che dalle scale dava nella sacrestia. «Eccomi», disse, sfilando il paletto dagli anelli. «Eccomi subito». Schiuse il portone della chiesetta e corse a rifugiarsi nel confessionale. Biagio lo seguì e si inginocchiò dietro la grata, attraverso i cui fori poteva intravvedere gli occhietti di rospo e la pappagorgia del prete.
«Che peccati hai fatto?»
«I peccati miei, Cristo me li perdona», dichiarò Biagio, «perché sono un lavoratore e mi sveglio due ore prima del gallo.»
«Ma… e allora?»
«Bestemmio perché piove e fa bel tempo quando vuole Lui, ammazzo le bestie perché Dio le ha fatte testarde come i cristiani e liscio il pelo a mia moglie perché passa le ore a dir rosari e sforna il pane crudo per non perdere qualche avemaria.»
«Figliuolo, sei venuto a confessare i tuoi peccati o quelli degli altri?», fece il prete. «Abbi pazienza, sgravati la coscienza con la santa confessione e domanda perdono a Dio.»
«Non ho bisogno della vostra sensalia per domandare perdono a Dio», disse Biagio.
«Oh vergine santa!… Figliolo, sei venuto a confessarti o a insultare un ministro di Dio?»
«Sono venuto a confessarmi. A confessarmi e a domandarvi una cosa. La domando a voi che siete prete e avete letto tutto il latino e i segreti dell’antichità.»
«Che c’entrano i segreti e il latino…»
«Quando io faccio piangere mia moglie, commetto peccato mortale?»
«La fai piangere nel senso che… La prendi a legnate?»
«Le femmine sono delicate e piangono anche senza motivo. Insomma, io voglio domandarvi, è peccato mortale far piangere la propria moglie?»
«Mortale, veniale… Dipende. Ma lasciala in pace quella santa donna, che ne ha viste tante ed è pure malata…»
«Io voglio domandare, e voi che lo sapete avete da rispondermi: è vero quel che vossia dice quando fa gli sposalizi, che la moglie per il marito è sangue del suo sangue?»
«Eccome no! E i due diventeranno una sola carne, dice la Genesi.»
«Finalmente! », esclamò Biagio, «È proprio la cosa che volevo sapere. Ma ‘sta Genesi, chi è?»
«La Genesi, cioè la Bibbia. Tu e tua moglie siete una sola carne e un unico sangue.»
«E’ quello che volevo sapere e vi ringrazio assai. Allora, se io confido a mia moglie un segreto, è come lo rivelassi a un figlio, a mio padre…»
«Un marito non deve avere segreti per la moglie, né la moglie per il marito.»
«E di questo vossia è proprio sicuro?»
«Sicurissimo.»
«E questa cosa, che il marito non deve avere segreti per la moglie, è scritta nel libro del cinquecento?»
«Del cinquecento, del seicento… E’ scritto in tutti i libri. E, quel che conta, è scritto nella Bibbia. Ma dimmi, hai dei segreti, tu, per tua moglie? Una scappatella, qualche femmina di malaffare… »
Quello era un tasto delicato. Biagio andava a far visita, di tanto in tanto, a certe signorine coi capelli rossi e biondi, lì alla Ferraria, ma lo faceva di sera tardi. Chi glielo aveva detto, a quel diavolo di prete? La più bella si chiamava Giosefin, che in francese voleva dire Peppina.
«L’uomo non fa peccato, ma la femmina sì», affermò Biagio.
«Come sarebbe…»
«Il peccato è della femmina che dice di sì, per debolezza o per bisogno, non dell’uomo. L’uomo è uomo, e la femmina…»
«E’ femmina… Va bene, va’, e non dirmi neppure chi è ‘sta malafemmina.», sbottò padre Bertolazza spazientito. «Va’! Ego te absolvo peccatis tuis. Dieci avemarie e dieci paternostri.»

Dalle parole di padre Bertolazza Biagio aveva ricavato la convinzione che la moglie era sangue del suo sangue, e perciò poteva senz’altro renderla partecipe del segreto della pignatta. Manco male. E con chi avrebbe potuto, sennò, dividere, se non la ricchezza, almeno la contentezza di aver trovato quel tesoro? Avesse avuto dei figli, quattro figli, o quaranta, li avrebbe mandati ognuno in un paese diverso con le tasche piene di marenghi d’oro, uno a Mazzarino, uno a Caltagirone, uno a Ramacca; e là ognuno avrebbe comprato terre, carrozze e cavalli per vivere come un duca. Li avrebbe mandati in paesi lontani, lontanissimi, ancora più lontani di Catania, dove nessuno avrebbe potuto riconoscerli e far domande sulla loro improvvisa ricchezza. Nessuno, nessuno che non fosse un consanguineo, poteva esser messo a parte del segreto, pena lo sprofondamento della pignatta coi marenghi d’oro. Ma alla moglie sì, a lei poteva dirlo, c’era scritto nel libro del cinquecento, nella Bibbia e, gli era parso di capire, anche nel libro del seicento. Cinquecento e seicento, per Biagio, non erano numeri riferiti a epoche, a secoli, ma misteriose formule cabalistiche, roba da maghi e preti. Affrettò il passo. Non vedeva l’ora di dirle: «Siamo ricchi!».

Come un massaro ricco

«Siamo ricchi, lo vuoi capire?», le sbraitava sulla faccia, abbrancandola per la pettorina e sollevandola da terra come un cencio o un esanime manichino. Ma donna Concetta non voleva credergli e lui, indignato, furioso, pareva volesse azzannarle il naso. «Non farmi gridare, disgraziata, che se qualcuno ci sente, addio marenghi. Allora sì che ti taglio la testa con la roncola». Le pupille estaticamente arrovesciate come quelle di Santa Rita da Cascia con la fronte trafitta dalla spina, o di Santa Cecilia sotto la mannaia del carnefice, donna Concetta attendeva a sua volta il martirio: ecco, il suo destino si compiva, suo marito era definitivamente uscito di senno e adesso l’avrebbe strangolata, o decapitata con la roncola. Marenghi d’oro, pignatte… delirava, era in preda ai fumi di chissà che vino cattivo: non gli bastava bersi tutto il vino della sua vigna, ma doveva ubriacarsi col vino di sette contrade e sette cantine. Per un attimo Biagio fu preso davvero dall’impulso di prenderle la testa tra le mani e stritolargliela come una noce, ma a un tratto ebbe compassione di quella vecchina magra e stupida, e allora si disse che non era economico spargere il proprio sangue, anche se ormai non avrebbe dovuto far debiti per pagare le spese di un funerale. Mollò la presa e lei si accasciò sulla sedia come un sacco di canovaccio vuoto. «Oggi non ti ammazzo», le disse.«Ti ammazzo domani. Domani vado a prendere una manata di quei marenghi e te li sbatto sul muso. E poi t’ammazzo. Ma stasera voglio fare festa. Stasera voglio mangiarmi una mandria di agnelli e bermi una botte di vino. Poi vendo la terra di Malocristiano e mi compro una carrozza e quattro cavalli, come il barone Starraba. I Marenghi per il momento restano al loro posto, ché solo io e il diavolo sappiamo dove sono. Non uno né spenderò, nessuno deve vederli finché non sarà il momento. E se ti fai scappare una sola sillaba di ciò che ti ho detto, io ti dissotterro, se ti ho già ammazzata, e, giuraddio, ti riammazzo. E poi ammazzo tutti i tuoi parenti e le loro bestie, le chiocce, le galline e i pulcini. Tutti li ammazzo. Ammazzo te, le vicine di casa e tutto il quartiere. Ammazzo il prete, il beccaio, lo speziale, il barbiere, il sindaco, i carabinieri a cavallo e quelli a piedi. Tutti vi ammazzo. Parola di Biagio Marotta.»
Pronunciata l’apocalittica minaccia, Biagio uscì sbattendo la porta violentemente. Alquanti calcinacci si staccarono del muro e piovvero sul tavolo. Il giudizio universale era prossimo, quella catastrofica pazzia ne era un segno premonitore. Se ne era andato, a fare strage di agnelli, a vendersi le proprietà rimastegli, a bersi una botte di vino, a compiere l’eccidio annunciato. Donna Concetta non ne poteva più. «Il diavolo se lo porti», le scappò detto.
Nei giorni seguenti Biagio mise in atto quasi tutti i suoi proponimenti. Non ammazzò la moglie, perché in realtà l’uomo abbaiava più di quanto mordesse. Per prima cosa andò al luogo dove aveva sotterrato i marenghi e scavò… Erano ancora lì. E chi mai poteva trovarli, in quel posto? Ne prese quattro, li avvolse nel fazzoletto e se li mise in saccoccia. Vendette il terreno di Malocristiano, si comprò un magnifico cavallo, un carretto nuovo di zecca, completo di finimenti, bubboli e pennacchi, e andò a spasso in paese e per le campagne seduto su quel carretto come un re sul trono. I villani lo salutavano togliendosi la coppola come davanti a un massaro ricco, e nessuno (per timore di inimicarselo più che per rispetto di quella pompa) osò dire ciò che tutti pensavano e andavano mormorando: che non era sensato vendere mezza salma di terra per mostrarsi al popolo con un carretto nuovo e un cavallo impennacchiato. Che se ne faceva lui del carretto? Non era un ortolano, e per il trasporto di quello che ricavava dalle suo poche terre un mulo e due cavagni sarebbero stati più che bastanti. Per di più, lo smidollato, ogni sera all’avemaria era già dalla Gna’ Lippa, e non smetteva di sbevazzare che all’undicesimo tocco della campana di San Giovanni, quando i carabinieri facevano il giro d’ispezione per badare che le cantine osservassero l’orario di chiusura e quelli che ne uscivano non si accoltellassero per le strade. E non si accontentava di bere e offrir da bere a mezzo paese, il Biagio Marotta, ma aveva persino preso la principesca abitudine di pasteggiare a salsiccia, sanguinaccio e agnelli, invece che a fegatelli e stigghiole come tutti i zappaterra. Lui mangiava, beveva e pagava, i compari mangiavano e bevevano. Tutti insieme stornellavano e bestemmiavano.
I quattro marenghi in tasca
Biagio non aveva ancora speso uno solo dei suoi marenghi d’oro. Dopo il terreno di Malocristiano, vendette per poche onze la vigna di Rasalgone. Gli restava solo la chiusa dove aveva trovato la pignatta, con la stalla dove aveva seppellito il tesoro, e quella non la vendeva di certo. Giornalmente andava a controllare che i marenghi fossero al loro posto, e per non insospettire i vicini e zio Suoledilegno dava quattro colpi di zappa qua e là. Poi, di primo dopopranzo, sellava il cavallo e se ne tornava al paese. Il carretto non poteva arrivare fin là, poiché non c’erano strade né trazzere in quella contrada. Alla vigna di Rasalgone il carretto poteva arrivarci, ma la vigna di Rasalgone non era più sua, e così il carretto era del tutto inutile. Ma Biagio era ricco, poteva comprarsi tutte le vigne che voleva. Teneva sempre in tasca quattro marenghi nel fazzoletto arrotolato e ogni tanto le toccava, saggiava la rassicurante consistenza del prezioso metallo, sentiva come un grato calore irraggiarsi dal fagottino alla coscia. Era ricco, non doveva preoccuparsi. Ogni sera, quando tornava a casa e donna Concetta, già a letto, fingeva di dormire, era fortemente tentato di svegliarla e sbatterle sulla faccia le quattro monete dicendole: «Ecco qua, mi credi ora?». Così l’avrebbe smesso di gnaulare e di far correre santo Minico avanti e indietro dal paradiso. Ma un dubbio lo bloccava dal voler condividere la gioia e il peso di una ricchezza i cui benefici erano ancora una promessa: e se, una volta sicura che il marito non le aveva raccontato una frottola, la donna fosse corsa dalla sorella a spifferare la cosa? Per adesso era meglio lasciarla dormire. Ma era proprio questo timore a trattenerlo dal mostrare le monete alla donna, o non piuttosto qualcos’altro, una più oscura apprensione? C’era un misterioso vincolo tra lui e il tesoro, e questo vincolo poteva spezzarsi se gli occhi di qualcuno, persino di sua moglie, avessero visto un solo marengo d’oro. Non apparteneva a lui la facoltà di mantenere o sciogliere quel vincolo, ma alle monete stesse. I quattro marenghi d’oro, compagni identici a quelli seppelliti nella stalla, erano lì, nella tasca di Biagio, insieme a lui notte e giorno (Come tutti gli ubriachi, Biagio non si toglieva i pantaloni per andare a letto), e pareva spiassero ogni sua mossa e tenessero in loro dominio la sua mente e il suo cuore.

La sfida

Tre mesi erano passati da quando il vomere dell’aratro aveva infilato la bocca della pignatta. Uno cammina sulla terra, la mesta e rimesta con la zappa e con l’aratro, e crede che sotto non ci sia altro che pietre e radici. Poi un giorno la giumenta devia di un palmo ed ecco che salta fuori una colossale fortuna. Così, per ventura (quando si dice il destino!). Come quando uno pesta una merda e un altro gli dice: «è fortuna!». E che fortuna! Chi mai avrebbe potuto misurarla, una simile ricchezza? Ma le cose andavano male per Biagio Marotta. Non gli restavano che pochi spiccioli delle quasi mille e ottocento onze ricavate dalla vendita di Malocristiano e Rasalgone. Donna Cocetta si faceva sempre più magra e le scarpe del massaro ricco, del massaro prodigo, scarpe nere come quelle dei signori, erano sfondate (le scarpine da città non sono fatte per andare in mezzo alle zolle). Gli amici, che pure erano degli scrocconi inveterati, cominciavano a farsi degli scrupoli e si schermivano un po’, quando, alla taverna della Gna’ Lippa, lui li invitava tutti al suo tavolo. Uno di loro, un giorno, osò tirarlo in disparte e, con le dovute circonlocuzioni, gli fece intendere che la gente cominciava a non approvare quella esagerata prodigalità, e che era molto bello e ammirevole che lui avesse un così gran cuore per gli amici, ma doveva pensare un po’ anche a sè stesso, alla vecchiaia, a donna Concetta. Per tutto ringraziamento a quei santi consigli, Biagio gli diede uno spintone che lo mandò a gambe all’aria.
«Impicciati degli affari tuoi», gli disse. «Ogni uomo è padrone della propria tasca.»
Allora i compari si sedettero a un altro tavolo e tutti sembravano non badare più a Biagio. Parlavano a bassa voce come a un funerale. Insomma, Biagio Marotta avrebbe bevuto e mangiato da solo, quella sera, se non fosse arrivato, a un certo punto, un forestiero, un uomo sulla trentina, rosso di capelli e con un pastrano nero.
«Permette?», disse l’uomo, e posò sulla spalla di Biagio una mano bianca e lieve come quella di una donna. Era gentilissimo, aveva modi da gran signore. Il pastrano era di un tessuto lucido, roba fine, e la foggia del bavaro appariva piuttosto inusuale.
«Posso sedermi a questo tavolo?», disse ancora il forestiero. Biagio piombò di colpo in uno stato di trasognamento, un improvviso torpore gli fiaccò le braccia e paralizzò la lingua, mentre una strana vertigine (che certo non era dovuta al vino: aveva bevuto solo un paio di bicchieri) gli fece chiudere gli occhi e chinare il capo sul tavolo.
«Ma certo», disse poi, riscuotendosi. «Ma certo… Gradisce un bicchiere di vino?».
L’uomo, che nel frattempo si era seduto, fece un cenno di assenso e sorrise. La ‘gnà Lippa portò il meno unto dei suoi bicchieri e Biagio lo riempì lentamente. Il forestiero lo prese e lo vuotò con un movimento elegante ma deciso, buttando il capo all’indietro in modo rapido e macchinale. Biagio vuotò il proprio studiandosi di tenerlo con due dita (manco fosse un calice di sciampagna o un uovo fresco), e si sforzò di non produrre i gorgoglii e i poco urbani risucchi che, insieme ai rutti, costituivano, di solito, l’immancabile accompagnamento musicale alle sue bevute. Il contadino riempì di nuovo i bicchieri, il forestiero bevve in meno che un sorso.
«Un altro bicchiere?»
«Perché no.»
All’inizio erano più i convenevoli che i bicchieri di vino. «Vogliamo accompagnare il vino con due bottoni di salsiccia e quattro costine di agnello?», disse Biagio.
«Mi onoro di accettare», disse lo sconosciuto. «Gna Lippa, porta quattro metri di salsiccia e sei chili di coste di agnello. Un altro bicchiere?»
«Con piacere.»
Prima che coste e salsiccia fossero pronte, i due s’erano già scolate due cannate di vino da cinque litri l’una. Biagio, dimentico d’ogni signorilità, s’era messo a sbraitare una storia piena di muli abbattuti a pugni sul cranio, cavalli, carrozze, castelli, carabinieri, risse, legnate, galera, vendette; il tutto condito delle peggiori e più pittoresche bestemmie che avessero mai offeso i sentimenti cristiani della ‘gna Lippa. Questa poté anche notare che alcune di quelle bestemmie non facevano parte del repertorio di Biagio; anzi, non le aveva mai sentite prima d’allora… Doveva trattarsi di bestemmie forestiere. Il forestiero, al contrario di Biagio, non s’era scomposto di una virgola. Seguitava a bere con quel movimento rapido e preciso, simile a gesto di chi ingolla un sorso di rosolio in un bicchierino non più grande di un ditale. Malgrado il vino gli lavorasse forte nella testa, Biagio non poté non notare che il forestiero non solo beveva più di lui, ma era del tutto obrio, più sobrio che se stesse bevendo acqua di fonte. Diavolo, non poteva certo farsi battere da uno sbarbatello! Con una manata spinse via il bicchiere, che andò in cocci sul pavimento, e brandì la cannata per il manico dicendo: «Salute» . E ne tracannò metà del contenuto. Il forestiero afferrò a sua volta il manico della cannata. «Salute e ricchezza», disse, e, con una rapida rotazione del polso, semplicemente capovolse il capace recipiente versandosi nella gola l’intero contenuto. La camicia di Biagio, sbottonata fino alla cintola, era zuppa di vino e di sudore. L’uomo non s’era neanche sbottonato il pastrano ed era fresco ed elegante come un principe dopo la toletta mattutina. Un sorriso impercettibile, tra lo schernevole e il maligno, vibrava di tanto in tanto tra lo zigomo affilato e il labbro stretto e livido. Un’altra cannata di vino venne servita e, subito dopo, vennero deposti sul tavolo due enormi piatti, ricolmi l’uno di salsiccia, l’altro di costine. Il forestiero si protese in avanti, fissando dritto negli occhi il contadino, e disse piano:
«Hai i soldi per pagare tutto questo? Hai venduto la vigna di Rasalgone, la terra di Malocristiano, ma non ti rimane un soldo di quello che hai ricavato dalla vendita».
Biagio, con una zampata felina, afferrò un capo della salsiccia, che era lunga come la corda del pozzo. Il forestiero prese l’altro capo e lo sollevò dal piatto, delicatamente, come temendo di ungersi il pastrano con quell’insaccato.
«Che ne sai delle mie terre, tu che sei forestiero?», disse Biagio, sempre più lordo di vino e sudore. Con una mano teneva un capo della salsiccia, con l’altra si aprì la camicia sul ventre strappandone via gli ultimi due bottoni. Il cipiglio feroce, il respirare affannoso, simile a un ringhio, e la camicia tutta sbottonata, gli conferivano l’aspetto di un lottatore pronto al combattimento.
«Che ne sai tu delle mie terre e dei miei soldi?»
«Io so tutto della terra e dei soldi, ma tu non dovresti dire niente a nessuno, neanche a me che so tutto.», disse il forestiero a bassa voce, quasi in un sibilo, protendendosi verso Biagio. Questi, sempre ringhiando e con la bava alla bocca, prese ad arrotolarsi la salsiccia attorno al polso, e anche lo sconosciuto faceva altrettanto. Quando la corda fu tesa, i due si impegnarono in una specie di tiro alla fune, il forestiero a un capo del tavolo e Biagio dell’altro. Tira e tira, ma la salsiccia sembrava davvero una corda nuova appena uscita dalle mani del cordaio: non voleva spezzarsi. Ma, dei due, era solo Biagio a compiere sforzi sovrumani: l’altro teneva semplicemente l’altro capo della corda e non sembrava sforzarsi più del bambino che trae a sé, con uno spago, un carrettino di legno. Infine, quando il forestiero parve voler porre fine a quel gioco, la corda si spezzò e ognuno dei due si ritrovò in mano un lunghissimo pezzo di tenera salsiccia arrostita. Ciascuno accordellò la sua porzione, lo sconosciuto mise la propria nel piatto. A Biagio i piatti non servivano. E disse il contadino: «Mangia adesso. Voglio vedere se sei valente a mangiare come a bere. Metà a te, metà a me.»
«Toh, una sfida!», disse l’uomo, e proruppe in una strana risata, in sghignazzi simili al tossire del cane. «Scommetti che mangio più di te?».
«Cosa ci giochiamo?» disse Biagio.
«La tua anima contro le mie ricchezze», disse il forestiero.
«La mia anima e qui dentro il mio petto», disse Biagio, «ma dove sono le tue ricchezze».
«Le mie ricchezze sono in una stalla, nascoste in una buca che tu hai scavato, sotto un cumulo di letame. Se perdi, io me le riprendo», disse il forestiero. Biagio ringhiò come una fiera che stia per sbranare la sua preda e si buttò sulla salsiccia e sulle costine, ma per ogni rocchio di salsiccia che divorava, l’altro ne divorava due, per ogni costa d’agnello che si spolpava, l’altro se ne spolpava tre. lo sconosciuto aveva denti lunghi e aguzzi, e gengive così rosse da sembrare insanguinate. Mangiava due volte più di Biagio, tre volte, dieci volte di più. Ma la cosa più strana era che più mangiavano, più roba c’era ancora da mangiare. E la cannate, malgrado i due bevessero come cento uomini, erano sempre piene. Davanti a Biagio si arroncigliavano salsicce sempre più lunghe, salsicce che parevano vive come serpenti. Biagio sentì come se la terra sotto di lui si aprisse. Una sensazione di sprofondamento, poi di soffocamento. Era sepolto nella terra fino alla pancia, fino al petto, fino alla gola, e quella terra lo soffocava come un viluppo d’erbe, di duri arbusti simili a serpi. Pietre, macigni premevano contro il petto. Non riusciva più a respirare e continuava, con immensa fatica e pena, e ingoiare il cibo che lo asfissiava. Le mandibole erano come paralizzate, non poteva più masticare, e allora spingeva giù il cibo con le dita. Poi si fece buio. Le sue ultime parole furono un gemito, un mugolo d’impiccato:
«Una pignatta piena di marenghi d’oro, nella stalla, sotto un cumulo di terra e letame.»
Il diavolo rise, sghignazzò, e la sua risata era simile al tossire del cane.

Biagio fu portato a casa in fin di vita. Nel suo delirio di moribondo farfugliò ancora della pignatta con i marenghi d’oro. Ma la pignatta, nell’istante in cui egli ne aveva rivelato il nascondiglio, era sprofondata cento canne sottoterra, fino all’inferno che l’aveva partorita. Come spirò, un terribile vento flagellò le valli e i monti, scoperchiò i tetti delle casupole, schiantò gli alberi, addensò nel cielo nubi spesse e nere come pece. Erano i diavoli, che festeggiavano l’arrivo di un’anima dannata. O forse era Biagio che non voleva arrendersi all’inferno e combatteva un’estrema battaglia contro i diavoli che lo ghermivano. O forse le avemarie e i pianti di donna Concetta commossero l’Onnipotente e questi, all’ultimo momento, mandò l’arcangelo Michele a salvare dalle fiamme eterne un uomo che, se era stato un bestemmiatore, un iracondo, uno scialacquatore, aveva però adempiuto al cristiano comandamento di dar da bere agli assetati.

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