capodanno in famiglia


Un vero luminare, lo specialista.
Per duecento euro formulò una diagnosi
che potrei definire vaga, certa
e quasi certamente non infausta:
acufene a bassa frequenza.

E’ un rombo qui, nell’orecchio,
dentro la testa. E non c’è cura, salvo
questa: “fare finta di non sentire,
pensare ad altro, avere pazienza”.

E’ come fossi dentro una vecchia auto
(diesel, motore ancora buono):
la città si allontana alle mie spalle,
è notte, ho fatto il pieno, piove un poco
e la strada è deserta.

Pazienza? Neanche a dirsi. Io dormo e mangio
e leggo, poi di nuovo mi addormento.
E di che cruccio o patimento o attesa
ora potrei soffrire
– nello stato in cui sono,
ottuso di cibo e vino,
nel luogo delle mie buie vacanze,
nella casa degli avi, nel paese
del sonno e dei dormienti?

“Sei nel tuo” dice mia madre.
E intende: in casa mia,
a bere della mia botte
e mangiar pane della mia farina.

Un tempo resistevo, ho resistito
e questo mortifero sopore.
Ma ora sono stanco. Si dissolve
ogni inganno e fantasmagoria,
spenta la televisione. Chiudo gli occhi
e lascio che empia l’anima svuotata
il grato, cupo suono dell’oblio.

 

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