sul libro ancora da scrivere


Riuscissi a non cercare compagnia
nei pomeriggi grigi, nei week end,
e a vivere di poco, di un part time,
di ancora meno di quanto mi basti.
Niente più blog, amici di penna,
fast poetry, lepide e-mail.
Né questo vano mestare in quaderni
lagni amorosi e vieti canzonieri
in vita e in morte d’indegne madonne.
Ma cosa ho scritto in tutti questi anni?
Dov’è il fiore splendente che intristì
e si chiuse nel frutto imbozzacchito?
Non era questo il poema che il cuore
allevava – quand’ero giovane:
questi versi imbastiti nei ritagli
di tempo, frettolosi e malcontesti.

Potessi ritrovare l’innocenza
d’appena ieri (ero giovane ancora
a cinquant’anni, quando accadde il fatto).
E se non ho più filo per la tela,
avessi ora il coraggio e la pazienza
di riannodare, qui, nella voragine
della pagina, i fili spezzati.
Non importa se al libro di una vita
difetterebbero l’arte e la scienza
(che una prudente gioventù operosa
m’avrebbero ottenuto, e non l’amore):
potrei almeno mostrare al mondo e ai figli,
come i vecchi orgogliosi e sconfitti,
i sacrifici, il frutto del lavoro.
Ma ormai io non avrò figli spietati
da cui sperare assoluzione e affetto
o compassione invece che disprezzo.

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