IO TU E LA PIZZA
(un primo incontro)

 

Ci conoscevamo appena. Avevi esitato a lungo prima di chiamarmi, ma, una volta presa la decisione, io ero già alla tua mercé. Non avevi alcun dubbio sull’esito di quella telefonata: eri sicura di piacermi. Stavi chiedendo a uno sconosciuto (o quasi) di uscire con te – ma con che stile! Con che grazia! E che spavalderia!

– Sei separato?
– Più o meno, sì.
– Vivi con qualcuno?
– Al momento no, grazie a dio… Ma a dire il vero… Ecco, veramente stavo pensando a una donna.
Che coglione. Tu ti stavi solo procacciando la scopata del prossimo weekend e io già la buttavo sui sentimenti. Ma avevo una scusante: la donna a cui stavo pensando, quando ricevetti la tua telefonata, era una spaventosa melassa di ricordi dolorosi, palpiti inespressi e "paura di amare". Ed ecco che, mentre mi struggevo per una sua vaga e incerta promessa, una bella collega mi telefonava. Avevi un tono, come se volessi dirmi: “non montarti la testa, tu non meriterai nulla di ciò che vorrò darti. La fortuna ti ha baciato, tu potresti essere chiunque". Ah, mia Lù! Ero già un verme che il cigno si degna di mangiare. Una volta ho visto davvero un cigno che faceva così: inghiottiva un verme, poi lo rivomitava, poi lo inghiottiva di nuovo…
– Senti, vuoi che ci vediamo? …
Tu proponevi a me di uscire… No, non poteva essere vero. Mi dicesti che ti sembravo un po’ esitante, ma io ero solo sbalordito, senza fiato.
– No, ma che dici. Sono molto contento, ovviamente…
– Sei sicuro?… Ne sei proprio sicuro?
Ed ecco che già mi avevi in pugno e non sapevi che fartene di me. Orgogliosa, spavalda: così mi sembrasti e volevi sembrarmi. Ma lo eri davvero? Sembrava volessi dirmi: io non sto chiedendo, sto largendo un immeritato favore. Eri proprio sicura di voler uscire con me?
Fu in quella pizzeria, il primo venerdì successivo alla tua telefonata, che io mi innamorai di te. La pizzeria non era quel che si dice un posticino appartato, la pizza non era un granché. Ma io non vedevo altro che te. Tu, invece, non eri contenta di essere in mia compagnia, quella sera. Un po’ t’incuriosivo, forse; ma conoscevi troppo bene il gioco. E forse mi trovavi prevedibile. Non tentasti minimamente di adularmi. Anzi, mi dicesti che quando ci eravamo conosciuti, a quella cena tra colleghi, avevi trovato la conversazione piuttosto noiosa.
– Senza offesa, la conversazione era piuttosto noiosa. Magari ti credevi brillante… c’erano un sacco di donne e tu parlavi, parlavi…
Stronza di un’impertinente, pensai. Ma non dissi nulla, sorrisi. Tu eri serissima.
– Ma allora com’è che hai voluto annoiarti di nuovo, stasera?
Fu l’unica mia battuta impertinente, quella sera. Tu non cogliesti, o forse ti eri semplicemente distratta e non avevi sentito. Guardavi più spesso la punta della forchetta e il coltello che me, e quando mi guardavi era come per dirmi: va beh, ho capito che ti piaccio, non fissarmi in quel modo. Ero io a parlare di più, ma eri tu a guidare la discussione; o a sviarla, a spiazzarmi.
Sai, fino ad allora le conversazioni galanti erano state la mia arma vincente, ogni volta che mi ero trovato in compagnia di una donna davanti a una pizza. Disponevo di un repertorio collaudato di facezie, ma con te quest’arma si rivelò subito inefficace. E del resto, a che serviva parlare? Non avevi già deciso che tu ci stavi e io pure? Mi guardavi come se volessi dirmi: "uffa, come la fai lunga! ". Interloquivi con garbo e grazia, ma avevi l’aria di sfottermi un po’. Stavo per innervosirmi, ma un tratto mi resi conto che le tue frasi finivano quasi tutte con un "o no?", o con altre locuzioni dubitative. Forse avevo trovato il bandolo, il tasto giusto: ti piaceva contraddirti e contraddire. Te lo feci notare. Finalmente mi sembravi interessata alla conversazione. Sorridevi! Un sorriso genuino, disarmato e privo di malizia. Il sorriso di una bambina che smette il broncio perché trova interessante un gioco che le viene proposto. Non c’era alcuna affettazione nel modo in cui parlavi. Non ti sforzavi di piacermi. Del resto doveva essere piuttosto evidente che mi piacevi. Sbavavo, letteralmente: lo confesso.

La conversazione s’era fatta un po’ più vivace. Ma a tratti ti interrompevi, ti rabbuiavi senza motivo, riprendevi a tagliuzzare la tua pizza con precisione chirurgica e io non c’ero più, ti eri eclissata in un tuo pensiero davvero importante; mentre io, lì, non ero affatto importante, ero un uomo come tanti o anche peggio degli altri, uno che si sforzava di dire alcunché di interessante, un seduttore verboso e un po’ imbranato, un cinquantenne galante e old fashion, un arrapato come tanti che girava intorno all’unico argomento che gli stava a cuore, perché “gli uomini vogliono una cosa sola”. “E io, perché non dovrei essere come un uomo? Le donne sono come gli uomini”: questo tu pensavi (e mi hai detto, poi, in molte occasioni), e il tuo sguardo a tratti dolcelanguido, a tratti attraversato da lampi di dispetto, diventava cinico e cattivo. A un certo punto ti eri chiusa. Non mi guardavi più affatto. Non parlavi più. La tua bella bocca si contraeva in una smorfia che adesso conosco bene, che significa pressappoco: "Non sono d’accordo ma non vale la pena discuterne, e piantala di dire stronzate che tanto non ti sento". Eri scontrosa, ah sì. Ma eccoti nella posa che preferisco: in guardia. Finalmente i fioretti s’incrociavano.
L’affondo avvenne al momento giusto, ma forse non te l’aspettavi ancora.
– Hai una bocca molto bella – dissi.
Ecco: io potevo farti un complimento di quel genere, tu a me no. Adesso ero io a stare sopra, cazzo. Gli uomini non sono come le donne, Lù.
Lo ripetei scandendo:
– Hai una bocca stupenda.

Non avevo pensato ad altro per tutta la serata. Avevo voglia di baciarti.
Toccata! E fu quella la mia prima violenza, tra le tante che non mi hai perdonato. La tua espressione, in quel momento… non saprei come descriverla. La tua bocca era sprezzante e sensuale, un concerto di espressioni dissonanti. Esprimeva compiacimento, fastidio, riconoscenza, avversione. Diceva: "ci siamo, finalmente", e "ci risiamo!"; "ma come ti permetti" e "OK, continua così"; "non aver fretta" e "dai, concludiamo la faccenda".

In quel primo incontro c’è tutta la nostra storia, Lù. Il resto non serve raccontarlo. Non in prosa, almeno. A parte il fatto che non sono tagliato per il romanzo.

 


20 commenti su “

  1. E’ una danza che precede l’accoppiamento, se non sbaglio. Ma non comprendo la dinamica e la meccanica di questa relazione tra due individui di specie diverse.

  2. se è autobloggrafica come credo, devo dire che anche quando vai sul privato privatissimo dai l’impressione di prenderci per il culo, eppure ti ho visto dare i numeri per la tipa, se è quella che penso.
    ps mi hai cancellato un commento che era un capolavoro l’altra volta. non farlo più.
    Saluti alla gnà gnà

  3. @ditta Clebbino: grazie di cuore.

    @pornie: il mistero sulla tua vera identità è infine svelato, altrimenti penserei che stai facendo i complimenti a te stessa.

    @a me mi: è scomodo e imbarazzante ricevere visite, in un blog, da una persona che ti conosce personalmente.

    Gloria, non capisco.

  4. Markelo, cletus: lasciamo perdere, ragazzi. Questa è vita vissuta, non letteratura. La cosa è duurata quasi un anno, ed è stata un bagno di sangue.

  5. mmhh, roba vissuta. interessante.
    anch’io sono letto e talvolta commentato da persone che conosco.
    però, in effetti, raccontare di una che si conosce….
    beh, ci penserò.
    cristiano prakash

  6. “altrimenti penserei che stai facendo i complimenti a te stessa”

    Beh. In un certo senso, sì.

    Altri baci

    Pornie

  7. Cristiano: confesso che è una bieca ritorsione, ma anche un omaggio (mai conosciuta una donna più affascinante e più stronza). Mi massacrò le palle con la sua “riservatezza”. La parola privacy mi fa venire l’orticaria.

    Pornie: ho sempre pensato che l’anti-bridjet jones somigliasse molto alla mia Lù. Troppo, direi.

  8. uahahagghagahgh
    se penso alla mia lù!
    dominicana, non fa niente dalla mattina alla sera. le cresce la pancetta, ha 5 anni più di me, due seni enormi, io sono un dio.
    ieri notte dopo scopato in auto le ho rubato il cell, ho letto i messaggi sgrammaticati che manda a sto tale di roma.
    -ti amerò per sempreeee
    -sei tutta la mia vitaaaaaaaa
    ridevo e lei ride.
    la mia lù è un vero cesso ma quando sta sotto ha la faccia di j lopez, davvero.
    un viso soave.
    della mia pelle dice che è soave.
    io sono pieno di soldi e mi vesto da cane bastonato, ma guido una macchina che si ciuccia 18,2 litri per 100 km.
    200 cavalli di seconda mano.
    spero di non essere MAI come te, a 50 anni giowanni, la tua storia d’amore m’ha messo addosso una tristezza perchè credi di poter raccontare con leggerezza questo squallore.
    oddio i blog,
    che ridere.

  9. Mi sembra che lei, a questo primo appuntamento, sia innamorata di un altro. Prima di uscire stava male, un mal di testa fortissimo, si sentiva in colpa, ha pianto, ha provato a chiamare l’altro, che le ha risposto freddamente, ha detto “lo sai come stanno le cose” e allora lei ha cominciato a truccarsi e ha trovato un vestito qualsiasi nell’armadio.
    Forse il pensiero dell’altro piano piano si allontana, certo non subito, non del tutto a quella prima cena, forse nasce un nucleo di vero interesse. Poi, forse, ci vorrà tempo.

  10. Credo che un’abbuffata di pasta e una fritturina di pesce con polenta bianca, io ci metterei un bianco forte e aromatico un Traminer, ma ne capisco meno di Brad, e come dolce un babà con poco rhum e crema al burro al caffè, beh potrebbe consolare.
    Inutile dire che la vita è sempre più “letteraria” della letteratura.

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