Com’era buona la nonna!
(racconto di Natale)

Era il giorno dell’ottantesimo compleanno della nonna, il giorno fissato. Mancavano un paio di settimane a Natale. La vecchia era un po’ malata e c’era il rischio che dimagrisse: non conveniva aspettare ancora. La cosa doveva essere fatta nel tardo pomeriggio, come imponeva la tradizione. Ero un bambino allora: avevo compiuto da poco sette anni e pesavo sì e no quindici chili. Lo zio Peppe Mangiapoco, detto Ossolungo per via della sua alta statura e della sua magrezza, aveva già avvertito i fratelli emigrati in Germania. Mia madre, secondogenita e unica figlia femmina, tirò fuori dall’armadio i vestiti nuovi, le stoviglie da cerimonia dalla credenza (ceramica di Caltagirone!) e un bell’abito nero dal baule. Anche le zie erano molto indaffarate: non le avevo mai viste così eccitate.

Prima d’allora non avevo mai assistito allo scannamento di un parente e non capivo bene cosa stesse accadendo. Non sapevo neppure cosa fosse uno scannamento, e nessuno si curava di darmi spiegazioni in merito. Nessuno tranne Ossicino, il mio fratello maggiore. Ossicino si chiamava in realtà Gesuino, ma lo chiamavano così perché aveva due anni più di me e pesava si e no dodici chili. Mangiava poco, era un po’ malato… pace alle sue ossa. La mamma diceva sempre: «mangia o sarai mangiato». E Ossicino mangiava poco, troppo poco.

«Perché ammazzano la nonna, Ossicino?», gli chiedevo quel giorno.

«Perché oggi compie ottant’anni, è un po’ malata e abbastanza grassa».

«E ce la mangiamo?»

«Certo, e vedrai quanta roba»

«E mangeremo anche il nonno?»

«Anche lui, quando verrà la sua ora. I maschi vanno in pensione a ottantacinque anni, le femmine a ottant’anni».

Non la finivo più di far domande a Ossicino, che la sapeva lunga in fatto di scannamenti. La mamma mi aveva raccomandato di star lontano dalla marmellata e dal torrone: dovevo mantenermi digiuno fino al banchetto serale. La stessa raccomandazione non valeva per Ossicino: mangiasse pure quanta marmellata voleva, tanto –diceva lei- non sarebbe mai cresciuto.

Era buona la nonna, oltre che grassa. Buona e molto calda. Ogni tanto mi prendeva a letto con sé e mi raccontava certe favole di orchi mangiabambini da farmi accapponare la pelle. Insomma, le volevo bene e mi dispiaceva che dovesse morire; ma in compenso tutti quei preparativi mi mettevano allegria. Ero frenetico, mi tremava la mandibola e battevo i denti, anche perché era quasi Natale e faceva freddo.

Gli zii, mi spiegava Ossicino con molta competenza, avrebbero reclamato le parti migliori, in quanto figli maschi della nonna; ma mia madre mi lasciava intendere che una grossa porzione sarebbe toccata anche a me. La nonna pesava almeno cento chili: ce n’era abbastanza per tutti. O almeno, per tutti quelli che a tavola erano capaci di farsi valere.

«Mi raccomando», mi diceva la mamma nelle furtive pause del suo frenetico faccendare, «Stai lontano dalla marmellata e dal torrone, non devi toccare cibo fino a stasera. Giura che non toccherai cibo fino a stasera».

«Lo giuro, mamma: non toccherò cibo fino a stasera».

«Bravo. E guarda che la mamma ti tiene d’occhio. Se a tavola farai lo smorfiosetto, capirò che hai spizzicato. Ricordati: chi non mangia sarà mangiato».

Per dirmi queste cose la mamma (tanto buona anche lei, pace alle sue ossa), mi tirava in disparte, parlava a voce bassa. Fingeva di smocciarmi, mi aggiustava i boccoli e mi ripeteva nervosamente, quasi ringhiando dentro il mio orecchio: «Mangia o sarai mangiato, mangia o sarai mangiato».

Ciò che la preoccupava, io credo, era la fame proverbiale degli zii di Germania, che avevano già preso l’aereo e stavano arrivando. In famiglia si parlava spesso delle prodezze conviviali degli zii di Germania; tanto che mi figuravo la Germania come il luogo dove si andava a non fare altro che mangiare: il Bengodi dei mangioni, il paradiso degli affamati. L’aereo degli zii era decollato da un paio d’ore, forse stava già costeggiando l’Etna simile a un avvoltoio famelico, per atterrare a Fontanarossa dopo l’ultima virata perigliosa. Insomma la loro fame incombeva come una seria minaccia. Il nonno, invece, non impensieriva nessuno; anche perché, come andava spiegandomi Ossicino, che sapeva molte cose sulle faccende dei grandi, al coniuge della vittima spettavano, per consuetudine, solo il fegato e le interiora.

Verso le undici arrivò Padre Antonio col chierichetto. Tutti e due indossavano paramenti di colore rosso sangue. Padre Antonio era un tipo alto, asciutto come un osso. Aveva un faccia scarna, annoiata, color giallo-itterizia, antipatica. A occhio e croce, non doveva pesare più di una cinquantina di chili. Aveva orecchie grandi e diafane come fette sottili di prosciutto, un naso lungo e affilato come uno stiletto. Lo salutarono tutti in coro; lui rispose al saluto con un lieve e sussiegoso cenno del capo. Subito immerse l’aspersorio nel secchiello che il chierichetto reggeva e asperse di acquasanta e giaculatorie il corpo nudo della vittima.

Mi pare di vederla ancora, la nonna. Quanta ciccia! Era distesa supina sul tavolo da cucina, sopra una bianca tovaglia di pizzo. Era nuda. Quella tovaglia era opera della nonna stessa, il suo capolavoro: l’avevo vista spesso lavorare all’uncinetto.

Tre volte il rossovestito parroco immerse l’aspersorio nel secchiello e tre volte, giaculatoriando, scagliò sul corpo nudo della nonna, che era simile a una massa enorme di tremula gelatina, frettolosi spruzzi d’acquasanta. Ad ogni getto d’acquasanta l’enorme pancia sussultava come i fianchi di una giumenta punzecchiata dai tafani. Compiuto il suo ufficio, Padre Antonio riscosse l’obolo e se ne andò di corsa. I preti, chissà perché, hanno sempre fretta.

Dio, com’era grassa la nonna! E com’era brutta e strana, così nuda! La sua faccia, con quegli occhietti spalancati, con quella bocca grinzosa e senza labbra, con quei grossi nei pelosi color melanzana, era molto buffa a vedersi. I figli dello zio Ossolungo, i più discoli fra i miei cugini, correvano intorno al tavolo sacrificale imitando il grido di guerra e la danza degli Apaches. Ululavano, sputavano addosso alla vecchia noccioli di ciliegie con le loro cerbottane di canna. Le zie avevano un bel daffare a distribuire scappellotti e cioccolatini per farli smettere. Diedero un cioccolatino anche a me, ma io non lo mangia. Dovevo mantenermi digiuno fino al banchetto serale. Gli zii di Germania dovevano vedersela con me.

Il nonno, piccolo e magro, se ne stava seduto in disparte presso il braciere pieno di cenere, da tutti ignorato e forse ignaro di tutto. Era un vecchio completamente rimbambito, mezzo cieco, sordo, tossicoloso. Ogni tanto, con la punta del bastone, mestava la cenere e scrutava a lungo nel braciere, come a cercarvi l’ultimo tizzone acceso, o qualcosa che avesse perduto.

Quando mancava poco all’arrivo del macellaio, la nonna volle andare in bagno. Mia madre l’aiutò a scendere da sopra il tavolo, sbuffando, e volle accompagnarla e sorreggerla.

«Ti avevo detto di farla bene, stavolta. Anche la purga ti avevo data, mamma. Dobbiamo fare le cose sempre all’ultimo momento…».

Il macellaio venne dopo circa un’ora e la nonna non era ancora uscita dal bagno.

Non era quel che si dice un tipo affabile, il macellaio. Scorbutico, rude, accigliato; ma poiché indossava un elegante doppiopetto, fu trattato con molti riguardi:

«Prego dottore, si sieda. Gradisce questo? Gradisce quell’altro?». Lui rispondeva a grugniti e non volle accettare nulla. Frattanto le vicine presero ad arrivare a frotte, a stuoli. Meste, compunte, nerovelate, entravano, stringevano la mano a mia madre e agli altri parenti prossimi della vittima, si sedevano, sgranocchiavano una pasta di mandorle, tracannavano un bicchierino di limoncello, facevano un discorsetto dolente e commemorativo, sospiravano e se ne andavano a capo chino, non senza aver rinnovato le condoglianze a tutti.

Il nonno, per nulla commosso, anzi completamente assente, si lasciava prendere docilmente la mano e se la lasciava scuotere. Non ringraziava neppure.

Il macellaio se ne stette per un po’ tranquillo, tra gli altri convenuti; ma a un certo punto diventò impaziente e, tratto fuori dalla tasca interna della giacca un coltellaccio, si mise ad affilarlo su una banda di cuoio che gli pendeva dalla cintura. Poi prese a bestemmiare. Affilava e bestemmiava, bestemmiava e affilava.

«Porco di quel…, mi fate venire qui alle quattro, sono le quattro e mezza e la vecchia non è ancora pronta».

«Abbia pazienza, dottore, dobbiamo aspettare i miei fratelli, che arriveranno a momenti dalla Germania», disse la mamma.

«Pazienza un corno. Ne ho ancora setteda scannare, mannaggia a…».

Tutti così i macellai. Vanno sempre di fretta, non hanno rispetto neanche per i bambini. Bestemmiare così davanti a un innocente. Da allora ho sempre odiato i macellai.

Mentre il macellaio sacramentava e affilava il coltello, la nonna era finalmente uscita dal bagno. Alla vista del coltello, si spaventò, comprensibilmente, ed emise un gloglottio strozzato da vecchio tacchino. Mio padre la agguantò, la lego mani e piedi con un tratto di spago, delicatamente, e, aiutato dallo zio Ossolungo, la pose sul tavolo sacrificale, accarezzandole i capelli per rassicurarla. «Non fare così, vedrai che non ti accorgerai di nulla».

Il nonno si era reso conto, forse, che qualcosa di importante stava accadendo. Aveva smesso di trafficare con la cenere del braciere e fissava il vuoto davanti a sé. Il bastone gli era sfuggito di mano. Il macellaio sacramentava con crescente veemenza.

«Abbia pazienza, dottore, dobbiamo aspettare i miei fratelli, che dovrebbero già essere all’aeroporto», ripeteva la mamma sempre più eccitata.

Le zie, tutte accaldate per il gran faccendare, ad ogni bestemmia del macellaio si segnavano con rapidi gesti, quasi a volersi cacciare di dosso qualche insetto molesto. «Patri e figghiu e spiritusantu: abbia pazienza, dottore».

Dall’uscio spalancato era un continuo andirivieni di vicini e parenti che venivano a condolersi.

«E’ permessu!», gridavano a gran voce dopo essere entrati, gli uomini avanti e le donne dietro. E buttavano i cappotti sull’enorme mucchio di soprabiti e pastrani che si era formato sopra un grande letto, posto per l’occasione vicino all’uscio. Era un letto enorme, totemico. Aveva un’imponente testiera in ferro battuto, ed era così alto che i più piccoli dei miei cugini ci s’infilavano sotto senza doversi accoccolare.

«Arrivànu i teteschi?», chiedevano i più, dopo essersi scappottati..

«No, ca forsi l’aeroplanu fici ritardu», rispondevano in coro gli zii, le zie e mia madre.

«Funnu dati i sacramenti e a binidizioni?», chiedeva poi qualcuno, ma a bassa voce, in un sibilo. La risposta era un impercettibile ammiccamento: tutto a posto, tutto a posto

Erano le sette di pomeriggio, quando, con notevole ritardo, arrivarono gli zii dalla Germania: Quagliotto, Borraccione e Mangiassai, tre omaccioni lustri e pingui come tutti gli emigrati che tornano dalla Germania. Valanghe, raffiche di baci e abbracci. Anch’io fui baciato e abbracciato da non so quante persone. Baci sudati, appiccicosi, soffocanti. Il tramestio cresceva, la folla di parenti e amici s’infittiva, i bambini vociavano. Aria di festa, festa grande.

«Oggi scanniamo la nonna, oggi scanniamo la nonna», urlavano i cuginetti.

Appena gli zii di Germania e gli altri parenti si furono accomodati, dopo essersi contese con malgarbo le sedie e i primi posti, il macellaio si fece largo nella ressa per compiere il suo ufficio, ma la mamma lo fermò ancora:

«Abbia pazienza, dottore: dobbiamo aspettare il notaio».

«Porco di questo e quello, è tutto il giorno che scanno e ne ho ancora sette da scannare».

E arrivò anche il notaio, alto e magro anche lui, come il prete e come lo zio Ossolungo. E anche lui, come il prete, aveva molta fretta. Chiamò l’appello dei parenti; s’informò sul peso, la data di nascita e lo stato di salute della sacrificanda; lesse precipitosamente l’atto testamentario; suggellò, dissuggellò, bollò, fece firmare; poi se ne andò di corsa senza neppure salutare. Gli zii di Germania se l’ebbero a male.

«E cosa gli costava un buonasera?», disse lo zio Quagliotto.

«Qui in Italia più hanno studiato più sono incivili», disse lo zio Borraccione.

«In Germania è tutta un’altra cosa», sentenziò lo zio Mangiassai.

«Posso, finalmente?», grugnì il macellaio, troncando quella discussione che minacciava di andar per le lunghe. Si fece silenzio. Tra gli zii e mio padre corse un cenno d’intesa. Di scatto immobilizzarono la vittima.

«Il collo… tenetele su il mento…», disse mia madre. La testa della nonna s’era insaccata nelle spalle come una chiocciola nel guscio. Si dibatteva, non voleva morire; ma la sua disperata resistenza non impensieriva certo i ben pasciuti zii di Germania, né mio padre, che a quei tempi era giovane e forte… pace alle sue ossa.

«Tienila per i capelli… forza… tira…»
Erano ormai le otto e mezza di sera e avevo molto appetito. Non mangiavo dalla sera del giorno prima. Finalmente il coltello affondò nella gola.

 
(il disegno è di Alfio Scalisi, detto Aldo)

32 commenti su “

  1. Gli ho dato solo una scorsa veloce. Me lo devo rileggere con calma. Ma mi è parso un MAGNIFICO HORROR fantastico e grottesco. Il primo horror siculo, inoltre. Cosa che gli dona un gusto assai speciale.
    Bellissimo.
    Sono ancora a bocca aperta per ammirato stupore – e un po’ di tremore anche, devo aggiungere.
    “Devo al più presto iniziare una cura dimagrante”, pensavo, guarda caso, proprio oggi, dopo che a una cena, ieri sera, non avevo saputo resistere di fronte ai cannoli siciliani presentati come dessert….

  2. caro giovanni, rispondo qui al tuo commento.
    raramente mi son sentito tanto scoperto e capito.
    non sose sia affinita’ o solo un’attenzione. so che c’azzecchi sempre e mi sembrava giusto restituirtelo.
    alle prossime {sono al future centre di ve. latastiera e’ uno schifo)
    ciao cristiano prakash

  3. Arden, sono contento che ti piaccia, il mio racconto di Natale. Ma mi vorrai ancora bene, dopo averlo letto? meglio il tuo affetto che il tuo ammirato stupore.

    Grazie, Cristiano. Era solo un commento.

    Mauro, non andartene.

  4. Sono rimasta un poco scossa da questo tuo racconto.Tiene con il fiato sospeso.Non so che dire, so solo che non sono riuscita a smettere di leggere sino a che non sono arrivata alla fine.

  5. Ma cccccdp!! (cose, cose cose, cose,cose di pazzi!). Astunata arristai! Ha ragione ARDEN: il primo horror siciliano! Ma sai, mentre leggevo, un misto di sensazioni, tra festa dei morti (noi siamo gli unici a mangiare le ossa dei morti, del resto) e qualcosa di gioioso (che mi ricorda i preparativi di ravioli con ricotta e sugo di maiale per pasqua), e la ceramica di caltagirone, e quell’aereo sopra l’etna. Ma è una meraviglia. Succulentissimo. E poi ha una cosa tipica nostra siciliana: è tragicomico, nel senso: tragico-tragico e comico-comico. Senza via di mezzo. Missy.

  6. Sì, Missy ha usato il giusto aggettivo. È succulentissimo, questo racconto. E Missy ci ricorda anche molto utilmente le tradizioni tipicamente siciliane cui allude.
    Aggiungo che per tutti (anche i non-siciliani) il rito contadino dell’uccisione del maiale è forse l’evento tradizionale più facilmente riconoscibile dietro questa scena di festosa macelleria familiare.
    Il che ti rende in qualche modo una specie di animalista, Giowanni (anche se non so fino a che punto questo fosse nelle tue intenzioni…)
    La cosa magnifica è che riesci a far risultare questo horror una novella di tradizioni, di famiglia, assolutamente “natalizia”, come tu la definisci, in tutto e per tutto.
    Sei così bravo in quest’operazione da lasciar stupiti anche noi che già sappiamo la tua bravura.
    E come si fa a non volerti bene? (Dopotutto, non sono tua nonna;-))

  7. Arden: ci hai azzeccato. E’ un racconto animalista, in effetti. Anzi, è una specie di vendetta. Mi spiego. Il bambino che racconta questa storia sono io. Quando avevo sette anni, mi affezionai a un capretto che il nonno allevava per mangiarselo a Natale. Ci giocavo come fosse un cagnolino. Pochi giorni prima di Natale, fu chiamato il macellaio. Non si preoccuparono neppure di non mostrarmi la scena dello sgozzamento. Ecco, io volevo troppo bene al nonno, responsabile di quel delitto, e allora qui faccio sgozzare la nonna.
    Dopo quell’episodio, per un po’ di tempo soffrii d’anoressia, soprattutto mi rifiutavo di mangiare la carne.

    Missy: Sono contento dell’effetto comico-comico… guai se non fosse divertente. Volevo rendere quel clima di festa, soprattutto per i bambini. Ho fatto di tutto un mazzo: banchetto di Natale, u consulu per i funerali, le liti per la spartizione dell’eredità. Alla fine anche i funerali, da noi, finiscono con una gran mangiata.

  8. Grazie, Arden. Senza la tua benevolenza, questa blog avrebbe meno senso.
    Ho fatto una piccola modifica, un’aggiunta. Mi piacerebbe renderlo ancora più autobioggrafico. Ci lavorerò ancora e, se mi convinco che funziona, vorrei metterlo assieme ad altri racconti-favole di ambiente siciliano (alcuni li hai già letti). Il titolo della raccolta dovrebbe essere “Racconti saraceni”.
    Per alcuni di questi racconti ci sarebbe una specie di cornice, una vecchia zia che racconta. In effetti avevo una zia che mi raccontava dei “cunti”, e l’incipit era invariabilmente “Cuntavanu i saracini…” (i saraceni raccontavano).
    Non ho mai capito chi fossero ‘sti saracini, né glielo chiesi mai (ero un bambino). Forse una famiglia di Saraceno (cognome abbastanza diffuso in meridione, ma non al mio paese); oppure qualche parentela con “le mille e una notte”, chissà.

  9. beh, io non mangio carne e pesce da più di 10 anni.
    ieri sera ho guardato una delle ultime interviste a t. terzani il quale, con quel suo modo speciale di dire le cose, si meravigliava di come si possa noi allevare in modo crudele per poi mangiare degli incolpevoli animali.
    non parlo mai di queste cose, ma l’occasione è, appunto, succulenta.
    cristiano prakash

    ovviamente sto benissimo con chi non la pensa come me……

  10. Che dire? Stringato e con un happy end come piace a me.
    :-)

    p.s. scherzo, è molto particolare e ben scritto. Compliamenti.

  11. Ciao, Giovanni, non ti facevo così truculento, ma devo ammettere che il racconto è scritto magistralmente.
    Complimenti.
    A quando la festa di fidanzamento (in sicilia penso sia d’obbligo, prima delle nozze) con Arden? Senza sgozzamenti, naturalmente…
    bertolina

  12. Cristiano: io non sono propriamente un vegetariano. Anzi, direi che sono un carnivoro convinto, ma la carne deve essere molto ben cotta e anche ben condita. Inoltre non riuscirei a tirare il collo a una gallina neanche se stessi morendo di fame.

    Mipassiilsale: grazie della visita. Mi ero imbattuto nel tuo tuo blog e mi è piaciuto molto. Contavo di linkarti, sennonché ho già troppi link…

    Bertolina: In effetti io e Arden ci amiamo e non ne facciamo mistero. Pensavo di chiedere la sua mano, uno di questi giorni, non senza averla avvertita, a scanso di futuri drammi della gelosia, del fatto che io sono costituzionalmente e cronicamente infedele.
    Tu cosa hai fatto in questo fine settimana? Cosa farai nel prossimo?

  13. Sono tornata a leggerlo, non si può fare a meno di gustare le cose belle, anche se a volte ci lasciano interdette. Devo venire a PIazza Armerina poco prima di Natale, e poichè sono una nonna, pensi che possa rischiare di essere considerata il pranzo di Natale, sai sono bella grassa pure io! :-)))))))

  14. Guarda che se metti ancora qualche disegno lo devi cambiare sul serio l’indirizzo del blogghe..
    Saludos

  15. commento solo per salvarti dal numero 17. io, del resto, lo detesto.
    non ho letto la storia perché faccio parte di quella bloggaglia incolta e ignorante che si spaventa quando vede un testo troppo lungo.
    ma magari quando non saraà lunedì e io non sarò così a pezzi, tornerò più coraggioso che mai.
    grazie per il commento che mi hai lasciato.
    ah.
    volevo dirti.
    bella vignetta.
    (le figure, come i bambini, le guardo.)

  16. cosa faccio il prossimo week end?!! E’ per mettere alla prova Arden che fai queste avances?..
    O forse ho capito male e non sono avances: nel caso volessi fornirmi chiarimenti il mio indirizzo e-mail è annaguala45@hotmail.com
    Ciao, ammazzanonne
    bertolina

  17. minchia…
    ho i brrrrividi…

    la carne mi piace sì, ma viva

    Lussurie
    Carne, o solo frutto addentato dei giardini di quaggiù
    frutto dolceamaro che impasta i denti di chi è solo
    degli affamati di solo amore, bocche o gole,
    e buon dessert dei forti, loro allegro desinare.
    Amore! Sola emozione di coloro cui l’orrore
    di vivere non commuove, Amore, che stritoli
    sotto le tue mole gli indugi di libertini e ritrose
    per il cibo dei dannati che scelgono i sabba,
    Amore, tu m’apparisti a volte come un buon pastore
    di cui sogna la filatrice seduta presso il focolare
    le sere d’inverno, al calore di un chiaro sarmento,
    ed è la Carne quella filatrice, e l’ora è giunta
    che il sogno avvolgerà la sognatrice – ora santa
    o no! che importa al vostro delirio, Amore e Carne?

    Paul Verlaine (Metz, 1844 * Parigi, 1896)

  18. O mària! I gà copà ea nona!!!!

    Adoro il colore locale (sono una fanatica di Verga, per intederci) e mi sono sbellicata alla scena dell’arrivo dei “teteschi”…
    L’idea di fondo, questo burlesco natalizio, mi piace molto – faccio parte del club “AntiNataleConvenzionale” :-)

  19. Contenta di leggerti…
    Per scegliere quanti post inserire per pagina vai su CONFIGURA, poi su IMPAGINAZIONE e lì metti il numero dei post.
    Scusa il ritardo nel rispondere, aspetto la tua mail. Un abbraccio

  20. mamma come mi ricorda la mia d’infanzia! voglio dire, parafrasando il tutto, ecco. Ben Giò, complimenti, è ben fatto. spero di leggere presto i racconti saraceni. Fracci

  21. Senzapiutempo: Non volevo spaventare le nonnine (e poi ci sarebbe ancora tempo). Sono esule nel nordest d’Italia, perciò a Piazza Armerina non mi troverai (a meno che tu non ci vada a Natale ;-)

    Bertolina (Anna Guala?): trascrivo il tuo indirizzo nell’agenda (alla lettera A), e sta sicura che come minimo ti scrivo.

    Verme: Mi sembra di insultarti a chiamarti così. Non potevi sceglierti un altro nick? A giudicare da come scrivi, non mi sembri uno che guarda solo le figure, nei blog e/o nei libri.

    iperio: Grazie. Prima o poi farò un copia/incolla dei tuoi commenti. Ne verrà fuori un’antologia di migliaia di pagine della poesia di tutti i tempi.

    eburnea FF: Alcuni anni fa questo racconto venne pubblicato in modo singolare. Una mia amica bolognese mezza matta, il giorno di Natale, si piazzò davanti alla basilica di San Petronio e distribuì (come altri poi mi raccontarono, perchè lei non mi aveva detto nulla) centinaia di copie di questo racconto. No so se la performance venne apprezzata, dato il target…

    Anyanka, grazie della dritta. A dopo.

  22. c’e’ tutto.. il fratello magro.. gli zii emigrati e saccenti (‘questo e’ un semaforo..quando e’ verde puoi passare’ mi disse mio zio quando andai a trovarlo in svizzera)… la mamma che elargisce pillole di una saggezza che forse capirai poi o imparerai a non capire.. il nonno rincoglionito vicino al camino.. il prete cinico… e la nonna di cui c’hai regalato solo il rigurgito da tacchino (grazie.. un’espressione piu’ umana m’avrebbe fatto inorridire ancora di piu’).. c’e’ tutto come nella migliore tradizione meridionale.. del resto e’ questa perfetta ricostruzione del reale che contribuisce all’atmosfera provocatoria e surreale.. ma che eri uno scrittore ‘vero’ questo lo sapevo gia’ ;)
    e che questo sappia quasi di commento da emigrante tedesco comincio a sospettarlo..
    un saluto

  23. Swandive, grazie per il tuo commento acuto e pertinente. In effetti, secondo la classica ricetta degli autori di racconti fantastici (anche se il mio non è propriamente un racconto fantastico) l’irruzione del fantastico e dell’assurdo nella realtà è tanto più coinvolgente e sconvolgente quanto più la realtà stessa viene rappresentata come un luogo noto, normale e rassicurante. Qui l’assurdo è dato immediantamente, e questa è (forse) la novità.
    Ma ecco che anch’io ti sto dicendo: “questo è un semaforo”. Infine, è un racconto autobiografico e basta.

  24. Ora ora arrivai, lo so, in ritardissmo, per sbiascicarmi almeno un filino, un rigaglia, cheneso, un’animella de la nonna.
    Però e prutroppo, mi accorsi che voi tutto avevate primieramente spolverato, e me ne cruccio assaissimo.
    Così digiuno come un vampiro di terza classe, tenterò di affondare i denti in una coscietta di mio nipotino, avanzatami dai mie orrendi famigliari.

    non più vostro
    Marius
    il mostro di Heilige Strasse

  25. mììì, Giovà, sono agghiacciata e ammiratissima!!
    Solo ora scopro questo tuo superfantastico racconto. Cannibalismo familiare siculo d’altissima lega:-)) Anche l’ultima poesia sul tuo blog mi è piaciuta (e mi ha intristito) assai assai. Auguri carissimo per un 2008 come tu desideri.

  26. Da Triana andai e la curiosità non mi ha dato pace.
    Il racconto che ho letto è bellissimo, truculento quanto basta, anzi c’è un pò di avanzo, e certamente rivela atmosfere di Natale che conosco, nonna a parte, che la mia arrivava si e no a 40 chili e si fece i suoi 95 anni in piena lucidità, nella sua casa di Sardegna.
    Certe poesie sono gioiellini. Che bella scoperta!
    danis

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *