IL DIAVOLO E SAN FILIPPO

(da “Racconti saraceni”)

 

Era luglio affocato. Il grano era stato appena mietuto e il pianoro, disseminato di grandi covoni simili a capanne di paglia, pareva un vasto, spopolato villaggio africano. Uscire dall’ombra del castagno era come entrare nelle vampe di un vasto inferno. Sopra il giallo accecante delle restoppie, il cielo vampava come un immenso forno. Don Masino – erano ancora le quattro di dopopranzo – aveva legato il mulo al moncone di un ciliegio bruciato e, all’ombra del castagno, si concedeva un po’ di tregua. La giornata era lunga, non finiva mai, e c’era da insaccare ancora molta paglia, un mare di paglia. S’era disteso a terra quant’era lungo, la berretta sugli occhi e la bardella sotto la testa. La fiaschetta, che di mattina era piena, a quell’ora era ormai vuota, e Don Masino aveva la gola arsa a causa della susca e della crudele canicola. Avrebbe voluto dormire un poco, ma il caldo, le mosche e quella susca dannata che s’impastava col sudore e mordeva le carni come tanti spilli, glielo impedivano. Allora decise di ributtarsi a lavorare. Uscì dall’ombra del castagno ed entrò nelle vampe del vasto inferno. Prese raffio, reti e rastrello e si rimise a insaccare paglia. A un certo punto, asciugandosi il sudore, alzò lo sguardo verso il ciliegio bruciato … E il mulo? Dov’era finito il mulo? Guardò fin dove giungeva lo sguardo accecato dal sudore e dal sole, facendosi schermo di tutte e due le mani. Il cielo vampava come un immenso forno, la collina vacillava negli occhi come dietro il fondo di una bottiglia scolata. <<Morello Morello>>, prese a chiamare, con grido che la susca strozzava. Ma i muli non rispondono al chiamo come i cani. Non gli restava che andarlo a cercare. Si mise a camminare, col sole che gli cuoceva la ragione dentro la berretta. <<Morello Morello!>>. Ma di Morello neanche l’ombra. Allora si disperò e perse la fede in Dio. Si morse i pugni, gettò la berretta per terra, la pestò sotto i piedi, e appiccò a tutti i nomi dei santi i più oltraggiosi insulti che la collera gli suggeriva: lui che non aveva mai bestemmiato in vita sua e la domenica in chiesa era più puntuale del sacrestano.
<<Che avete , massaro, che sacramentate come un saracino?>>, disse a un tratto una voce alle sue spalle, mentre lui bestemmiava. Don Masino si volse … E quello lì, chi diavolo era? Da dove sbucava fuori? Era pallido in viso (in quella stagione!); aveva una giacca con due file di bottoni, come i cittadini, pantaloni di tela fine, stivaletti neri ai piedi e una paglietta bianca sul capo: un cittadino tale e quale. Per la verità, quell’abbigliamento non era il più consono, in una stagione così calda.
<<Bestemmio come mi pare di bestemmiare, che m’è scappato il mulo e sa il diavolo dov’è>>, disse Don Masino. E l’altro, con l’aria di chi la sa, disse:
<<Posso farvelo trovare io, il vostro mulo. L’ho visto in un vallone qua vicino.>>
<<E ditemi dove, mannaggia al trono di Nostra Signora.>>
<<Non è facile, e poi non è proprio vicino.>>
<<E allora portatemi là, mannaggia alla corona di San Crispino.>>
<<Prima dovete fare una cosa.>>
<<Che cosa?>>
<<Togliervi una cosa che avete indosso.>>
Don Masino si tolse la camicia.
<<Non quella: un’altra cosa che avete indosso.>>
Don Masino si tolse i calzoni.
<<Non quella: un’altra cosa che avete indosso.>>
Don masino si tolse gli scarponi.
<<Non quella: un’altra cosa che avete indosso.>>
Don Masino si tolse le mutande.
<<No, è un’altra cosa che avete indosso.>>
Don Masino si tolse i pedalini e restò nudo.
<<Non quelli …>>
Don masino ora sudava come il putto di una fontana, e non solo per il gran caldo. E tremava.
<<Toglietevi quella cosa che avete indosso.>>
Don Masino si strappò il crocifisso dal petto e lo scagliò per terra.
<<Ora venite, vi porto dov’è il mulo.>>
Si avviarono, l’uomo davanti e Don Masino dietro, nudo come una pecora tosata. Giunsero a un ripido pendio roccioso, tutto balze e dirupi, brullo, bruciato come neppure l’estate poteva averlo ridotto. Don Masino non ricordava di aver mai visto quel luogo. Eppure era pratico della contrada. A lungo durò la discesa, perché il vallone era così profondo che pareva non aver fondo. Infine giunsero all’imbocco stretto stretto di una grotta nera nera. L’uomo disse:
<<E’ lì dentro, il vostro mulo.>>
<<E io son ciuco! Come può un mulo entrare in quella tana? Un mulo non è un coniglio!>>
<<Fidatevi, e venitemi dietro.>>
L’uomo si imbucò nel cunicolo. Don Masino si disse: ho fatto trenta, farò trentuno. E si imbucò anche lui nel cunicolo. A lungo strisciò dentro il buio budello. Si pentiva di aver dato ascolto a quell’uomo: un mulo, come poteva impertugiarsi lì dentro? Ma ormai voleva andare fino in fondo, al budello e alla faccenda. Sbucarono, finalmente, in un antro così vasto, ma così vasto che appena se ne scorgevano i confini e la volta rocciosa. E c’era un caldo, in quell’antro, ma un caldo, che quello di fuori era nulla al paragone. Le pietre e la terra fumigavano come lava or ora rappresa, e in lontananza balenavano lampi che parevano fiamme guizzanti. E se non erano fiamme, in nome di Dio, cos’erano?
<<Eccovi il mulo>>, disse l’uomo porgendo le redini. E infatti il mulo era lì, proprio Morello, tale e quale, a parte gli occhi, che erano due tizzi ardenti, e il fumo che sprizzava dalle froge.
<<Don Masino agguantò le redini, ma subito le lasciò, ché scottavano. La bestia nitrì, s’impennò. Don Masino cadde all’indietro e finì col culo sopra una pietra rovente, e non fece in tempo a dire ahi, che già le natiche gli friggevano come braciole sulla graticola. Allora si buttò in ginocchio e <<San Filippo>>, gridò piangendo, <<San Filippo d’Aidone, fatemi uscire di qui, salvatemi. Fatemi uscire di qui e ogni anno, per la vostra festa, io vi porterò una torcia grossa quanto una colonna.>> Poi gli mancarono i sensi. Fu tutto buio.
Si svegliò che le cicale cantavano nelle restoppie e la luna era alta nel cielo. Il mulo, legato al ciliegio bruciato, dormiva in piedi, immobile. <<San Filippo, grazie, grazie San Filippo!>>
Questa storia vera, la racconta lo stesso Don Masino. E siccome la gente senza fede non riesce a credere che un uomo possa finire all’inferno vivo (e alcuni non credono affatto all’inferno, neanche per i peccatori morti), lui si slaccia le brache, senza complimenti, si abbassa i calzoni e mostra la cicatrice dell’ustione. E ogni anno, sull’altare della chiesa di San Filippo, per la festa che chiama ad Aidone pellegrini da cento paesi, nella selva di candele che ardono davanti al santo, ve n’è una che pare una colonna, tanto è alta e grossa. La recò Don Masino da lontano, sulle spalle, come Cristo la croce.

28 commenti su “

  1. Racconto gustosissimo, narrato come davanti al fuoco un po’ per far paura e un po’ per ridere della propria paura attraverso la presa in giro del compaesano.
    Si sente tutta l’arsura della campagna sotto il solleone, e l’odore delle stoppie, e quello di qualche ispida erbetta tra i sassi, del sudore, del mulo, e quasi direi della petraia e dell’inferno.
    Un “diavolo cittadino” è certamente perfetto in questa scena.
    Grazie, Giowanni.

  2. Non ci vedo nulla di “edificante”, aggiungo. A meno che non paiano tali le chiappe bruciacchiate del povero don Masino allucinato di sete e di fatica.
    ;-)

  3. Ti ringrazio per aver postato questo racconto che ha proprio il sapore delle fiabe di Capuana.Si sente il calore, del sole, la sete che ti attanaglia, la rabbia di chi perde il mulo che per lui rappresenta il solo mezzo di trasporto, si trova un mondo, che solo chi vive la nostra terra può capire. Lo trovo bellissimo.

  4. condivido l’idea che restituisce il caldo e l’arsura siciliana. sono però incerto sull’aspetto religioso.
    cristiano prakash

  5. PS sempre per Arden: sono per la libera interpretazione dei testi! Laddove se persino ora Giowanni dicesse: No, la intendevo così, non avrebbe più voce in capitolo. Un testo significa da solo, al di là dell’autore. E ognuno ci può leggere quello che vuole, secondo le proprie inclinazioni, le proprie letture, i proprie convinzioni, i propri errori. Alè! Critica letteraria pura, stamane. Va, meglio che torni a tradurre…

  6. Qualche notizia, che può aiutare a contestualizzare il racconto. Aidone è un paese dell’entroterra siculo. San Filippo, meglio noto come San Filippo d’Aidone o San Fulippo niru, è conosciuto come il santo più miracoloso della provincia di Enna. Lo si festeggia il primo maggio (ma la festa dei lavoratori non c’entra, credo). La credenza popolare vuole che il santo, apostolo di Cristo, sia potente quanto Cristo stesso, tanto che, oltre alla facoltà di risanare da ogni genere d’infermità della carne, può salvare i peccatori dall’inferno (anche dopo morti). Gli si attribuiscono anche altre speciali prerogative, quali quella di regolare la temperatura del forno a legna in modo che il pane non venga né troppo crudo né carbonizzato, e quella di proteggere il bestiame dai ladri e dalle malattie. Quand’ero bambino, mi capitò di far parte di una interminabile corteo di pellegrini che partiva da Piazza Armerina all’alba per essere ad Aidone intorno alle 10, in tempo per seguire il fercolo del santo che veniva portato a spalla per le vie della città. Alcuni penitenti percorrevano a piedi i 20 chilometri di cammino e arrivavano ad Aidone coi piedi massacrati. Ciò accadeva quando al santo era richiesta una grazia speciale, o quando tale era stata la grazia ricevuta.
    Il racconto fu pubblicato alcuni anni fa in una rivista locale proprio nell’occasione della festa, e aveva, sì, un intento burlesco. Era molto più lungo. L’ho prosciugato per adattarlo al contesto, ma credo che lo lascerò così, in questa versione ridotta.
    In realtà la storia ha e vuole avere un po’ il tono e l’andamento di un racconto popolare edificante, o di una storiella devozionale, ma sempre in chiave burlesca.
    Infine, hai ragione anche tu, eburnea: un testo pubblicato vive di vita propria e non è, o non è soltanto, ciò che l’autore voleva che fosse.

  7. Adesso so a che santo votarmi quando mi cimento nella preparazione del pane e mi sento quasi onnipotente, salvo imprevisti e distrazioni. Finora mi ero accontentata di spiriti guida, angeli custodi ed eventuali altre presenze benigne, casualmente di passaggio.

  8. Davo la mia interpretazione, Eburnea, proprio perché sono d’accordo con te sull’autonomia del testo – e delle teste:-)
    A volte sono un po’ troppo decisa: dovrei limitare l’uso dell’indicativo, penso.

    (Non sono d’accordo sulla virtù edificante di “tutte” le chiappe, però;-))

  9. Aidone…torna ne Le Città del mondo di Vittorini, vero?
    Quando Rosario si interroga sulle città e sulle belle piazze e sulle belle donne che devono abitare nelle belle città dalle belle piazze :).
    sai Giowanni, sono venuta + volte in Sicilia, la prima per inseguire i luoghi di Vittorini e di Bufalino, poi per riascoltare storie come questa, bellissima, che ho appena letto.
    buona notte

  10. Che piacere! passo spesso da te, a leggere. Non darti peso di seguire consigli; i libri ti trovano lo stesso, in un modo o nell’altro…

  11. Arden, i tuoi indicativi vanno benissimo, w l’indicativo.

    Ma sulle chiappe aprirei una dotta discettazione, cominciando dal loro valore nel giardino dell’Eden per terminare con le letterine di turno, trovandone tutti i valori antropologicoesteticoeideticoprovarbielessicalepsicanaliticofreudianoesteticomoralesociopolitico! Eh, facciamo? Un convegno sulle chiappe! Partendo, ovviamente, con la lettura attenta e appassionata da parte di Giowanni del suo bello scritto narrativo :-)

  12. Scusate se abbasso un po’ il tono della discettazione, rischiando però di alzarne al temperatura. La parola chiappe non mi attizza molto. Preferisco l’altrettanto pedestre ma sempre irresistibile culo, o la più soda e meglio tornita glutei.
    A un ipotetico convegno sul culo (nell’arte e nella letteratura, ma non solo), mi propongo come esperto del settore.

  13. Col(favoredellenebbie): Aidone, Piazza Armerina, Nicosia, Sperlinga… i luoghi mitici dove Vittorini dice di aver incontrato il dantesco Gran Lombardo. Questi paesi, in realtà, furono fondati da coloni longobardi intorno al 1000, e ancora oggi vi si parla una lingua molto più vicina ai dialetti lombardo-piemontesi che al siciliano (quasi identica -pare- al dialetto di Casale Monferrato).
    Le mie prove narrative, però, s’intitolano “racconti saraceni” e non “racconti normanni”. Diversamente da Vittorini (si parva licet), io sento di più la parentela con gli avi arabi, che con quelli normanni. Ma il tuo richiamo a Vittorini mi ha fatto pensare che, in una precedente versione del racconto, Don Masino era un uomo molto alto e robusto. Nella possanza fisica del personaggio non c’era (non consapevolmente, almeno) un riferimento alla mia ascendenza normanna. Più che altro mi piaceva questa figura di uomo gigantesco che compiva l’impresa titanica di portare sulle spalle, ogni anno, per chilometri e chilometri, una torcia di cera grande come una colonna dorica.
    Forse dovrei riscrivere il finale. Andava meglio prima.

  14. .. splendido racconto.. (mi vergogno un po’ a dire che quando il diavolo cittadino gl’ha chiesto di togliersi il crocifisso ho davvero rabbrividito.. sara’ la ‘semplicita” con cui racconti.. e la meticolosita’ anche.. il campo desolato con i covoni di grano.. il caldo che fa sragionare e da’ allucinazioni.. e l’allucinazione-sogno-realta’ che s’avvera sul serio.. m’ha ricordato certe storie che mi raccontava mia zia.. che ancora oggi stento a ricacciare nel mondo della fantasia della gente semplice.. perche’ sono una bambina.. e perche’ alle volte la fortuna d’un credo sta in storie magistralmente raccontate.. ma stanotte mi farai dormire??)
    p.s.
    grazie per le cose tenere che mi scrivi.. che magari non lo sono.. ma io le sento cosi’.. buonanotte.

  15. Grazie, swandive. La tua lettura è sempre molto attenta.

    In effetti nella tua scrittura c’è come una scontrosa tenerezza che mi commuove, e le cose che io ti scrivo vorrebbero essere… sì, tenere e affettuose.

  16. Che bel racconto, caldo, intenso, paesaggistico, ma anche cinico e realistico sulla natura umana. Un rientro alla grande, carissimo Giowanni!
    Unica cosa: ad Aidone lo so, ci sono i Castagni. Ma dalle mie parti, don Masino si sarebbe sdraiato sotto un Carrubbo, la nostra “Maccia ì Carrrùa”.
    Sai che sono stata a Morgantina una estate intera (e dormivo ad Aidone)?
    Missy.

  17. Cara missy, ti ringrazio molto per l’apprezzamento.
    Don Masino non è necessariamente di Aidone. Anzi, lo pensavo abitante di un paese vicino ad Aidone. Piazza Armerina, per esempio. Per la festra di san Filippo d’Aidone, un sacco di gente si riversa ad Aidone da tutti i paesi vicini, compiendo a piedi il pellegrinaggio.
    So che sei un’archeologa; allora conoscerai le zone archeologiche di Piazza Armerina: Montagna di Marzo, Philosophiana… Oltre alla notissima Villa Romana del Casale.
    Io sono di Piazza Armerina.

  18. Conosco bene ma mai abbastanza quei luoghi bellissimi. Pur essendo siciliana, ogni volta che vengo dalle vostre parti, mi sembra di fare un viaggio diverso. La gente ad Aidone ha un dialetto straniero, facevo fatica. Gente di cuore. Estate bellissima. Un viaggio, appunto.
    Missy.

  19. speriamo che anche sa filippo ci aiuti!
    8 dicembre, ore 10,00, piazza cairoli a messina: MARCIA CONTRO IL PONTE!!

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