I contadini non amano i fiori

AMARCORD (che in vernacolo piazzese si dice iè m’ r’gord)

Questo poemetto, come quasi tutto ciò che ho scritto, non è recente. Diciamo che quando lo scrissi ero molto giovane (adesso sono soltanto giovane, avendo passato i cinquanta). Mi raccomando, perciò, alla clemenza dei coraggiosi che volessero leggerlo nonostante la sua lunghezza. Suggerisco, inoltre, di considerarlo un testo indeciso tra poesia e prosa (oltre che ancora in lavorazione).
Ricordo il momento, l’occasione in cui lo scrissi. Avevo appena letto il Tonio Kröger di Thomas Mann. Cosa c’entra Tonio Kröger con un poemetto malriuscito, scritto da un contadino mancato? Nulla, per la verità; ma all’epoca in cui lessi quel racconto riflettevo sulle cause di un mio irrimediabile disadattamento (“sei un adolescente disadattato”, mi diceva la mia fidanzata di allora), e una frase mi colpi, qualcosa che l’amico pittore dice a Tonio Kröger (il protagonista del racconto di Mann): “Sei un borghese disadattato”. O forse la frase era “sei un borghese traviato”. Ecco, io mi sentivo un contadino mancato, disadattato e soprattutto traviato. Traviato dalla poesia, dalle cattive compagnie, dalle malefemmine nordiche. Una volta mio padre mi disse: si peggiu d’ ‘na mala annata (sei peggio di una cattiva annata). Ero cronicamente fuori corso all’università, e invece di studiare o cercarmi un lavoro scrivevo poemetti. Ah, avessi dato ascolto alla buonanima! Un contadino non dovrebbe mai fare lavori improduttivi. 

Cos’altro? I toponimi (Muliano, Leano, Serradape ecc.) sono di località rurali nei pressi di Piazza Armerina.

I contadini non amano i fiori
(sulla passione per l’antiquariato)

Non ha finestre, quasi non ha porta
il ripostiglio, la grotta
nel recesso più buio, più segreto
della casa dove sono nato.
La muffa nera alle pareti
è soffice come muschio e ha un odore
di salnitro e ammoniaca.
Da nere travi pendono corde secche,
qualche paniere sfondato e ragnatele
disabitate. Neanche più gli insetti
vivono in questa tomba.
La chiave viene perduta
e ritrovata ogni sette anni.
M’invitano a indossare abiti vecchi,
tute scafandri caschi,
se voglio entrarvi a cercare con la candela
cose che altri dicono preziose
senza conoscerne i nomi francesi o arabi.
Appena trent’anni fa erano vive,
ancora in uso. Niente di speciale:
contenitori per olio e conserve,
attrezzi per lavorare la terra.
Cose che non hanno ancora un nome
nella straniera lingua in cui scrivo.
E non vorrei, del resto, per rispetto,
scriverne i nomi in corsivo,
evocarle in dialetto.

Sopravvivono i nomi – e gli scheletri.
Durano poco, oggigiorno, le cose.
Le parole, un po’ più durature,
non sono pietra, sono creta, o rame,
che quando è nuovo sembra oro.
Ma questa è l’epoca della resurrezione,
della vita eterna sulle mensole
di vetro, nei paradisi antiquariali.

Dovrei svuotare questo intestino cieco,
tradurre tutto nella mia nuova casa,
quando ne avrò una: panieri ceste
lumi a petrolio crivelli caldani
stoviglie pentole giare
cordame aratri falci rugginose
e ragnatele spesse come terra.
Ma basterà lavare, restaurare?
E quali piante dovrò coltivare
nel mio giardino?

O cara infanzia, amate cose, vecchie
e non antiche, Itaca
è mai esisistita? E vi ho davvero amate?
Ci eravamo disaffezionati
a voi, alle vostre ombre, come ai malati
che non guariranno più,
e non li guardiamo neppure,
quando siedono a tavola
pallidi e silenziosi.
Trent’anni dopo, di sé non lasciano
che ossidi, gusci vuoti e contraffazioni
persino nella memoria. No, non somigliano
alle patacche in vendita presso gli scavi,
né alle reliquie dubbie degli antiquari
che mostrano gromme e patine “originali”.

Dovrei lodarvi, venerarvi, o lari,
comporre odi per voi e peana.
Invece mi fate pena, come a mio padre.
Nascondetela, quella padella
annerita al fuoco di legna.
Perchè le avete inflitto
il ludibrio di stare lì esposta,
appesa, tra rampicanti e bougainville,
al muro di cinta di un villino,
in compagnia di un’erma di cemento
e di ortensie negli scaldini?
O almeno allontanatela del tutto,
truccatela, mummificatela
come le sue sorelle,
la cui crosta di fumo fu lavata
con l’acido per il water,
e il cui rame splendente, ritrovato,
venne di nuovo cancellato
con nitrato d’argento e ammoniaca
che le insignirono di un verde antico,
da bronzo greco o patella
trovata alla Villa Romana.

I miei ricordi non sono ancora
memorie. E vorrei cancellarli
con plasticoni e vernici. Non posso
tenere i cadaveri dei miei morti
in mostra sul canterano.
Tornato da Milano, del resto, non ho trovato
il lume a petrolio nel granaio,
il fuso e l’arcolaio nel sottoscala.
I miei cugini li avevano razziati
e venduti ai mercanti di Catania.
Puzza di morchia la giara superstite
ancora dopo trent’anni.
Dovrei riempirla di terra, come fan tutti,
e piantarci una palma, o dei gerani.
Ma mio padre e mio nonno a Leano
non piantarono palme, mai, né oleandri,
né rose né gerani. Gli unici orpelli
erano le decorazioni sulle stoviglie,
le ceramiche di Caltagirone.
Ma quelle erano fiori dei padroni,
regali del barone palermitano,
del cavaliere gerosolomitano.
I miei avi piantavano peri e meli
e pomodori, non laurocerasi.
E mandorli e noccioli, altro che ficus.
Seminavano grano, non prati inglesi.
Cipolle, non bulbi di crocus.
Le palme e i fiori stavano ai giardini pubblici,
non in casa e in campagna.

Ce n’erano anche là, fiori, cipressi,
dietro il muro di glicine e spine
che ci vietava la cerca dei nidi,
nella casa che apriva il suo cancello
solo a settembre, quando l’autunno
con l’esattore veniva
a esigere il raccolto dell’annata.
Ed allora cessava
il silenzio solenne in quei giardini.
Gli uccelli vi potevano cantare,
il signorino giocava
con una palla d’oro,
il fiero campiere s’inginocchiava
e baciava la mano.
Narrano che a dodici anni
il signorino morì
per una puntura di vespa,
o forse perì avvelenato
da un bicchiere di vino di Serradape.
E il barone, che aveva celebrato
l’aria salubre dei colli armerini,
non vi tornò mai più.

Ci sono entrato mai in quella casa?
Grande, più grande d’ogni casa umana.
Ero bambino e l’orgia dei tritoni,
là, fra gli spruzzi e i salici di babilonia,
mi parve cosa che forse ho sognato.
Dagli archi un po’ normanni e un po’ moreschi,
dalle mensole e dalle balconate
ghignavano e ringhiavano mascheroni,
un po’ draghi e un po’ grugni satireschi.
E dentro, quanti marmi e princisbecchi!
nuvole a forma d’angeli e madonne
volavano fra stucchi e lampadari.
Le cornici barocche dei ritratti
di Paladino, gli specchi, i doppieri,
le dormeuse le agrippine i luigi dodici
e altre meraviglie che anche adesso
non saprei come chiamare:
roba che certo non potrei trovare
alla Zineffa, rivendita
di vernici e cornici fatte a mano,
barocche anch’esse e di poliuretano.

Il corniciaio vende anche le pecore
di gesso, e putti e piccoli gazebo
per i giardini con bossi e panchine,
cose che tutti possono comprare.
Mi racconta che il padre era un pastore.
E io ripenso agli ovili di Muliano
e al pastorello di quattordici anni
che ammazzò col bastone una ninfa
chiamandola puttana.

Lu iornu pasciva li pecuri
la sira faciva sipali… (1)

Degli ovili come dei terreni
facevano recinzioni con muri a secco.
Le pietre nel ragusano
sono merda del diavolo,
altro che suiseki e giardini zen:
per ogni chicco da seminare
bisognava togliere una pietra.
A Enna, che si chiamava Castrojanni,
le case dei pastori erano grotte,
come nel presepe, e di pietra vera.
I figli di quei trogloditi sono pingui
come tutti gli ex emigrati
e bilingui: ennese e tedesco.
Fanno sopraelevazioni e seconde case
con blocchi di cemento.
Folcloristi antropologi professori
li vogliono specie antica da salvare,
ma quelli non lo sanno: troppi innesti
allignano sull’ignobile nobile ceppo.
Nel campo avito piantano un pesco
e due pini di aleppo.

(1)Da una canzone popolare: 
di giorno pascolava le pecore/di sera costruiva muri a secco.

18 commenti su “I contadini non amano i fiori

  1. No, invece. Non sono d’accordo con te Mauro. Non è “poetico” questo testo: è proprio poesia – che è diverso.
    È bellissimo ed emozionante.
    Ma se è tale, se, a dispetto della sua lunghezza, si fa leggere senza un’ombra di impazienza, anzi avidamente e accendendo nel petto del lettore passione e quasi lagrime ideali, ciò accade solo perché è proprio POESIA.
    Epica della memoria – epica di un mondo sconfitto.
    W Giowanni!

  2. Maestro, amico, la mia coscienza è colpita dall’affondo della verità sulle cose antiche o vecchie, io restauratore che lavoro per i paradisi antiquariali, (definizione che ha avuto per me l’effetto di uno squarcio di luce su occhi abituati alla penombra), lavoro che mi strappò a quelli artificiali mi sono commosso molto e mi sono riconosciuto nelle tue insofferenze per gli “abbellimenti”.
    Mi schiero con Arden, solo la poesia può darci insieme tanta tristezza e tanto conforto, trovando la bellezza in terre desolate, dall’abbandono nostalgico di qualcosa di ingrato eppure caro.
    Giowanni il Topo ti incorona d’alloro.
    Platinum post.

  3. Giowanni, in attesa che tu decida tra prosa e poesia mi adeguo alla volontà della temporanea maggioranza. Trovi il pezzo anche sulla home page di paroledisicilia. Sezione poesia.

  4. Ce ne fossero contadini così ben “traviati dalla poesia”!!
    E capaci di uan così bella semina e di un così bel campo!

    Mi terrò per me (“pe’ patti ‘i casa”) queste tue parole “I miei ricordi non sono ancora memorie”, svelano i disadattamento ma anche l’affetto… mi calzano bene, le terrò per me nella dispensa privatissima, come l’olio buono del contadino, quello “spremuto a freddo”.
    Quanto alle cattive compagnie, ai malimasculi nordici, al fuori-corso all’università… ne so tanto anch’io e posso bel capire: nel mio caso la madre (insegnante ma aspirante contadina, formica faciotolissima per vocazione) mai mi disse “si peggiu d”na mala annata”, ma certamente pensò, per anni, che questa sua figlia cicala e perdigiorno fosse un’incomprensibile ingiusto scherzo di natura.

    E’ vero: “sopravvivono i nomi, più delle cose” ed ho resistito alla tentazione selavaggia di farne un elenco tra i nomi che hai scelto (adoro gli elenchi: lumi a petrolio crivelli caldani,stoviglie pentole giare cordame aratri falci rugginose) e che mi hanno evocato i miei dieci anni in aperta campagna sicula … ahi dura adolescenza!
    La campagna è roba per adulti, vallo a spiegare agli adulti “contadini”( per rascita, natura o vocazione!)
    Eppure anche tu sei contadino, un “contadino della parole”; questo tuo padre contadino non poteva saperlo… più che fare quei lavori, ti è toccato il destino di cantarne (evocarne) l’abbandono, mitico… l ‘amico Arden dice “Epica della memoria – epica di un mondo sconfitto”… A me pare un mondo evocato nella sua paralisi che solo una sconfitta apparente; in realtà quel mondo esiste sempre ed è sempre e comunque pieno di bellezza…
    Sapesse il padre buonanima che quel campo l’hai tanto rispettato e capito, nelle parole; sapesse che di quel campo tu sei contadino quanto lui.

    Un contadino delle parole non fa un lavoro improduttivo… mai.
    Ma se lo credi, vieni a Oz, (Osteria del Cuor Contento alla bisogna) ti faremo cambiare idea, di questo tuo “improduttivo” talento potremmo farne un mestiere; vieni, ti offro un bicchierino di “buonumor”, brinderemo alla salute di quel campo che tu continui a coltivare, di cui noi godiamo i frutti generosi.

  5. Mauro, intendi dire che la prosa ha un pubblico più numeroso rispetto alla poesia, scommetto. Sono d’accordo con te, ma io, purtroppo, sono più tagliato per la poesia. Comunque grazie per il riconoscimento e l’immediata pubblicazione su paroledisiclia. Io non lo avrei pubblicato di mia iniziativa (il poemetto), ma mi arrendo ai superiori decreti del capo redattore. Questo scritto è, forse, il più piazzese tra tutti i miei scritti (si sente? Comprendi il mio risentimento verso gli antiquari-predoni-falsari?). Parentesi: 25 anni fa, quando nacque questo testo, il negozio la Zineffa non esisteva… (Ma c’è ancora o l’hanno chiuso?)

    Anna, pensa che non avevo ancora osato farti leggere questa cosa: temevo il tuo giudizio. Pubblicarla senza il tuo imprimatur (dopo i nostri ultimi scambi di testi) era un azzardo da non poco. Sono sollevato e, naturalmente, ti ringrazio. In realtà ci ho lavorato per un paio di giorni. Il testo era antico e abbastanza consolidato, ma necessitava (e necessita ancora) di rimaneggiamenti.

    Rififi, tu lavori per i “paradisi antiquariali”? Nel senso, proprio, che fai il restauratore? Grazie per il “maestro” (è divertente)e per il lusinghiero giudizio. Ma la corona la preferisco di spighe di grano. L’alloro è una pianta inutile per un contadino ;-)

    Farolit, il poeta-contadino ringrazia commosso. “poeta contadino”… già: come Esenin! Che speriamo non si rivolti nella tomba.
    Vedo che abbiamo molto in comune: entrambi siculi, entrambi scriviamo, entrambi fuori corso come una dramma ritrovata in una pietraia. Mi conforta che qualcuno sostenga che far versi non è un lavoro improduttivo. Ma in cosa consisterà il raccolto?

  6. Esatto, Giowanni. Volevo proprio dire quello che hai inteso. E sento molto vicino a me ciò che scrivi. In verità mi è bastato vedere la foto del braciere per capirlo. Anzi, aviss bastatu n’scarfattùr.
    La zineffa? Ora c’è un ottico.
    Mauro

  7. Minchia, mi dispiace per la Zineffa. Mi volevo comprare almeno uno dei sette nani. U scarfatur ce l’ho già e ci tengo dentro le noci.

  8. Graaazie del Gooold…
    tra tutti gli altri mi hai selezionaaata
    è già il secondo
    ma non mi ci sono avvezzaaata,
    son post modesti e ti rigraziano di guooor…

    :-D

  9. Grazie dei fior….La poesia è egregia ( la frase dialettale me l’ha tradotta Marifrà…molto significativa) e non ha nulla da spartire con una prosa…Ciao Giowanni….nupina :))

  10. Per me non è una poesia… ma, sinceramente chi se ne frega.
    La chiamo ballata… una danza rivelatrice, fatta di ricordi, sapori e suoni.

    Grazie per i fiori. Un abbraccio:*

  11. Non avrò distribuito troppe mimose? Uno rametto (vero) l’ho infilato nella buca della posta. Spero non si sia gualcito, il fiore delicato.

    Non c’è di che.

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