I pastori

Sono lassù, in contrade disabitate,
presso la diga su un torrente esiguo
che dissetava ben sette paesi.
Sulle rive fioriscono ginestre
riemerse dalle acque dell’invaso
dopo sette anni di siccità.
Un turista sudato fotografa
una mucca sulla pietraia
che fu strada asfaltata. Più difficile
incontrare un vaccaro, un contadino
e uomini di sorta. Ma ci sono,
ci sono ancora campieri col fucile,
bracconieri in tutte le stagioni
e i pastori, lassù.
Là vola alta e pigra la poiana
e non scorge nidi né conigli
nei boschi bruciati, né galline
nella masseria sul fondovalle.
I pastori in scarpe da trekking
non hanno lo zufolo e il bastone
ma le daygum le marlboro il walkman
e il cellulare per il commercio
di agnelli e di ricotta, o per scappare
all’avviso che arriva la madama
la pula i piemontesi
o solamente
il fuoristrada della forestale
.

(Piazza Armerina, agosto 2004)

La nostra casa di campagna

Mentre tu leggi (Asimov? Svevo?
Kundera? Nabokov?) io seguo il viaggio
di un insetto perplesso (millepiedi?
blatta? scolopendra?).
                             Ah, casa mia
disabitata e chiusa a ogni luce
da settembre a maggio, sola
nell’inverno e assediata dalla pioggia!
Fossi per sempre, anche nell’autunno,
nostra tana, rifugio
e oblio! Dell’altra casa
vorrei quanto può stare in un baule.
Pochi vestiti, libri, il mio PC.
Lo metterei sul soppalco di legno
dove, al lume di dieci candele,
io tesserei poemi come il ragno.
Filo su filo, verso dopo verso.
Con quella sua pazienza, il suo pacato
vigore, il suo talento.

Peccato che qui d’inverno
manchi il riscaldamento.

(Piazza Armerina, agosto 1995)

31 commenti su “

  1. Una volta ho trovato scritta questa cosa:
    Tutte le città, tutti i paesi, tutti i boschi, tutti i monti vivono per l’idea che ce ne facciamo piuttosto che nella loro vera consistenza geografica; ma vi sono alcuni posti del mondo per i quali questa particolarità s’avverte di più, a causa del maggior numero (della maggior intensità) di ricordi personali (o storici, non importa) cui vanno associati. Tale è ilcaso di Venezia e anche di Napoli e di tutto il Meridione.
    Si suole dire che i meridionali costretti a vivere fuori dalla loro “terra” sono perpetuamente in esilio, il che non vuol significare che se vi ritornassero, si troverebbero bene. Tutt’altro: il nostro è esilio ideale, che per alimentare il desiderio struggente del ritorno ha bisogno della lontananza.

  2. Credo che bisognerebbe fare un netto distinguo tra l’esilio “volontario” anche se utilizzo impropriamente questo termine, dall’esilio imposto.
    Parlerei di estrema conseguenza dell’esilio, come volontaria scelta di vita; viaggiare è come morire per rinascere altrove. E la tristezza, che la lontananza genera, porta a costruire ai confini tra l’uomo e la poesia quei valori ideali che il poeta incarna, e che costituiscono le virtù e la speranza della società.
    Questo leggo nell tue opere, tristezza, ma anche amore,ma sopratutto possibilità di effettuare una scelta.

  3. Giovanni, le tue sono scritture diacroniche, ho deciso. Diacroniche nel senso stretto del termine. Non altrimenti riesco a definire le tue affermazioni di un mondo che altrove non esiste più. Mauro

  4. Ho molto meditato su questo post di cui mi è particolarmente (= molto, molto) la seconda.
    Ho riflettuto sull’esilio meridionale, su questa condizione non accettata più che non accettabile come ci mostrò magistralmente Troisi.
    Il fatto è, specialmente nel caso di Giowanni la cui sensibilità sanguina al solo sfiorare certi temi, che lui non se n’è affatto andato, è la Sicilia di cui ci parla che è andata via, e quest’assenza rende le campagne di Vill’Armerina perfettamente simili all’entroterra del nordest, salvo le tracce di memoria alle quali il nostro amico abbevera il rimpianto.

  5. Arden, la tua citazione assomiglia un sacco a una risposta che ho ricevuto in un newsgroup di filosofia quando ho avuto la malsana idea di scrivere che secondo me ci piacciono le cose che ce ne ricordano altre… ma n’è che leggevi lo stesso newsgroup?

  6. Sì, Arden. Inoltre “il gran numero” di ricordi aumenta ulteriormente ogni volta che vado in ferie. La nostalgia si nutre di continui ritorni e ripartenze, che aiutano a non dimenticare.

    Il Mio esilio non fu volontario, Marisa. Fu una nomina ministeriale a deportarmi nel nordest d’Italia (come amo raccontare). In seguito avrei avuto la possibilità di tornare in patria, ma ormai la mia vita era qui, detto semplcemente. La vita non è mai nel luogo del desiderio. Tutti abbiamo bisogno di un altrove, e la mia Sicilia è un altrove perfetto. Peccato che sia il luogo dove vive mia madre.

    Caro Mauro, quel luogo descritto nella prima delle due poesie, certamente tu lo conosci bene. E’ Frattulla (o la contrada dopo Frattulla), la diga sul torrente Olivo. E’ il luogo dove il presente (la diga quasi prosciugata) e il passato (i pastori snaturati, i non-pastori, come potremmo chiamarli) grottescamente coesistono e insieme muoiono. E’ un non-luogo, in effetti. Somiglia alla Piazza Armerina di cui ho memoria e al tempo stesso sembra un collage incoerente di paesaggi e immagini.

    Grazie, topo. Hai ragione, e hai colto perfettamente il senso del mio discorso. Quel luogo non esiste più, se n’è andato. Ogni tanto ne cerco le tracce, come dici tu, ma quando le trovo devo distogliere lo sguardo. E cantarlo.

    Cara Rea, “le cose che ce ne ricordano altre” a volte ci dispiacciono e non possiamo fare a meno di portarle dentro il cuore.

  7. Rea, no, non frequento i newsgroups di filosofia (sono mente poco filosofica;-))
    Ho trovato quella citazione in certe carte scritte da un mio familiare: non viene riportato l’autore, sicché non so se sia uno scritto del mio parente stesso oppure di un qualche autore più o meno noto di articoli o libri.

  8. Caro Giovanni, ti sento così vicino quando riesci a trovare le parole per dire tutta la nostalgia di quell’altrove che si identifica con le nostre radici! e ti sento ancora vicino quando cerchi, ritornando nei luoghi privilegiati del ricordo, di ritrovarli com’erano e ti accorgi spaesato che “quei” luoghi non ci sono più.
    Io ho provato un colpo al cuore, un mese fa, quando, tornando a rivedere una Bertolina nella sua veste invernale già di per sè un po’ triste, mi sono accorta che l’orizzonte verso cui tante volte avevo rivolto lo sguardo era cambiato. Semplicemente era stata abbattuta una cascina pericolante dove in passato abitavano lontani parenti e che aveva sempre fatto parte ai miei occhi non solo del paesaggio “esterno” ma anche di quello per così dire “interno”: quel luogo avrebbe dovuto rimanere inalterato nel tempo come nel ricordo.
    Ciao, un altro abbraccio speciale
    bertolina

  9. Ahimé, le case abbandonate! Ne riprendono possesso i padroni autoctoni: scolopendre, smorzacannili, scaravazzi, topolini sperciasacchi e serpi che per decenni hanno avuto la loro tana nell’intercapedine tra i due spessi muri di pietra di cui è fatto ciascun muro. Occupazione politicamente corretta? No, usucapione.

  10. Beh, insomma, anch’io sono stufa del freddo… ma gli insetti, beh, quelli mi fanno schifo sempre, tranne pochissime eccezioni. Dei ragni, poi, non ne parliamo…

  11. Il pastore del mio paese, che era un tizio che stava in classe con me alle medie, ha ancora il bastone, il cane (che in inglese vuol dire ancora bastone) e delle scarpe mooolto sdrucite. Penso sia una specie in via d’estinzione, ma mi mette molta pace quando lo vedo sdraiato sull’argine del canale col cappello di paglia calato sugli occhi mentre le pecore attendono l’ordine del cane nero.

  12. Ah, i pastori d’una volta!
    Mai conosciuti, io, tranne che in poesia. Offro perciò all’ozio di questa fine settimana un frammento di scena pastorale.
    La scena è presso un ruscello, sulla cui riva piange una fanciulla:

    Uno che lì accanto pasceva il gregge,
    un vecchio venerando, un tempo
    uomo di mondo, cui era ben nota
    la vanagloria di corte e cittadina ,
    e della vita l’ ore più rapide e lievi
    già s’era lasciato via sfuggire
    e guardandole nel loro fuggir via,
    presto si volge a quella mente afflitta,
    e, col privilegio che l’età gli ha dato,
    di quel dolore s’accinge a ricercare
    l’ occasione e il motivo da cui è nato.
    Ed ecco che discende per la ripa,
    poggiandosi al forcuto suo bastone,
    e da un canto si siede, a distanza,
    per discrezione. Poi, di là seduto,
    a lei rivolto chiede che il peso divida
    dell’affanno con lui che le dà ascolto.
    Se mai c’è cosa che possa lenire
    quel folle suo dolore e ch’egli possa,
    in nome dell’età, la vuole offrire.
    “Padre”, lei dice, “ se dell’ingiuria
    di tante e logoranti ore il segno
    mi vedete sul volto, non per questo
    dovete pensare che io sia vecchia:
    non l’età m’ha stravolto, ma il dolore.
    Ancora come un fiore avrei potuto
    essere in boccio, e fresca, se rivolto
    il mio amore avessi a me stessa,
    non a un estraneo cuore…
    ……………………………………….

    Eccetera. Questa è un’altra storia

  13. La Sicilia perseguita. Io ho deciso di tornare dopo 20 anni. Ci sono entrata dalla porta principale, tutto bene, tutto perfetto. Ma la mia sopravvivenza è avere un biglietto aereo sempre pronto, una casa altrove con l’80% della mia roba, e la consapevolezza che il 20% che ho qui posso sempre infilarlo nella mia piccola Yaris e portamelo via.

    Questa è la mia unica difesa interiore verso una terra strega ed eccessivamente antica.

    Finchè è scelta voltuta (come adesso la mia) va tutto bene. Ma sento energia positiva e negativa, ed ogni giorno cambia, al tramonto cambia, a mezzogiorno ricambia, di notte è altra ancora. Una altalena di emozioni che non sono io a decidere, ma è Lei. E’ più forte di me, la vedo, la ammiro, la amo, e la odio dal più profondo.
    Devo quindi toccarla con tatto. E attivare i sensori sempre al massimo.
    Il mondo siciliano è più forte dei siciliani stessi. E’ come una forza che viene dal sottosuolo…e per me che analizzo le cose del sottosuolo, questa percezione è molto forte.
    E’ un rapporto di “potere”.
    Missy.

  14. Bertolina, a volte quei luoghi non ci sono più perché sono cambiati, perché il paesaggio è mutato e persino le colline (non solo le case) capita che non siano più al loro posto. Ma capita anche che alcuni luoghi… non siano mai esistiti. I luoghi dell’infanzia si trasfigurano nel ricordo, la memoria compie delle vere e proprie falsificazioni.
    Ermione, tu ricordi solo contrada Sanbuco? Si vede che sei la più giovane della famiglia.
    Pennastilo cara, naima è un’entomologa, e anche un’antropologa… Lei e gli insetti si contendono una casetta di campagna che rimane chiusa per undici mesi all’anno.
    Al3sim, vorrei proprio sapere che paese è il tuo. Pastori così ormai esistono solo nel presepe.
    Arden, mi è affatto nuovo questo tuo excursus bucolico, che trovo un po’ criptico malgrado la semplicità della storiella. Chi è il pastore saggio? E la fanciulla disperata? Mi spiegherai.
    Missy, anch’io ho provato (molti anni fa) ad avere un piede lì e un altro da un’altra parte. Mi sentivo ancora più spaesato e lacerato di adesso. No, a Itaca devi tornarci definitivamente e viverci, o non tornarci affatto.

  15. Il frammento bucolico non è mio: si tratta di una traduzione che l’altro giorno mi sono divertita a rifare.
    Mi piaceva l’idea di mostrare una figura, non di pastore che emigra in città e diventa cittadino, ma al contrario di un uomo immerso nei traffici cittadini che va in campagna a fare il pastore.
    Mi piace, inoltre, che la biografia di tale personaggio, compresa la crisi che lo porta a ritirarsi dal mondo, venga risolta in tre versi.

    Se a qualcuno interessa, è tratto dal poemetto A Lover’s Complaint (Lamento d’amante) che era posto a chiusura del volume dei Sonetti, di Shakespeare.

  16. Che dirti? Iniziare la settimana con un Golden Post, è di ottimo auspicio. Grazie, anche se il merito non è mio mio, ma della nostra Sicilia, che ci dà tanti spunti per parlare di lei,e tante emozioni da condividere con gli altri.

  17. Giowanni: mi sono sempre chiesta che ne è stato di Ulisse e della sua vita su Itaca. Se mai si fosse perso in solitudine pensando ai mondi visitati, ormai lontano da quella società international che aveva visitato. Se mai avesse avuto qualcuni, in Itaca, con cui parlare di queste cose.
    No, credo che non ci sia mai un ritorno definitivo. Del resto, la bellezza è proprio qui: esserci e non esserci mai definitivamente.
    Baci.

  18. Quante cose Giowanni caro!
    Premetto che non sono sparita (anche se in effetti spesso vado alla ricerca di silenzi impossibili), ho solo rimandato la risposta, le risposte che meriterebbero di essere lunghe e articolate come i tuoi interventi. Così, nell’attesa di un tempo più degno (che quei pochi minuti rubati al ciber tempo) il tempo è passato ed io non ho risposto, ordinatamente e articolatamente come avrei voluto.
    Ora eccomi qua, disordinata e scomposta, come la vita vuole, a rubare tempo frettolosamente, a dire le cose che vorrei in un tempo sincopato, a dirle nonostante il mio attuale bisogno di essenza, parole poche, tanto silenzio. Ma questa è un’altra storia, un altro post.
    Eccola la tua Arcadia, sotto i nostri occhi, il rimpianto della casa rifugio e il rimorso di pastori non più bucolici… sei ammalato di Sicilianitudine.
    Ma t’assicuro che se “abitassi” qui nella Sicilia “reale”, (ma ci vogliono altre radici per farlo, non migliori né peggiori, solo “altre”) il tuo sguardo sulla patria-casa-madre-matrigna sarebbe più pacificato, se abitassi “qui”…
    La Sicilia di cui parli è andata via, forse; ma la Sicilia è comunque e sempre elettivamente un Arcadia, un altrove mitico perfetto, lo è stato in letteratura, lo è quasi sempre nell’anima.
    Per questo forse “sai riconoscere un siciliano, una siciliana… anche se non vedi la sua faccia” Il tuo “esilio” ti aiuta.
    Sai, per capire il punto di vista da cui guardi la patria (per te altrove), c’entra molto lo stare qui (in Sicilia) o “altrove”. Non tutti i siciliani che ci provano riescono ad attecchire “altrove”, questa presunta salvezza dell’altrove nasconde in realtà l’insidia di un’altra condanna: la sicilianitudine appunto.
    Io sono come quel mio amico, giovane pittore di talento che al Nord avrebbe potuto crescere (e guadagnare) e che per un pò si trasferì laggiù per avere tutto quello che non poteva avere qui (riconoscimenti e denaro) … solo per un po’; io sono come quel mio amico che un giorno , passeggiando sotto le palme della piazza, con certa risolutezza, senza malinconia o rassegnazione, (come di chi parla razionalmente di sè con un fatto scientifico biologico) mi disse:

    “Al Nord… non attecchisco”.

    Non tutti i siciliani che “attecchiscono” però non si conquistano una nuova patria; molti giowanni caro, mantengono la consapevolezza di un trapianto forzato, fingono di adattarsi per un mimetismo di sopravvivenza (ma in cuor loro non ci riescono, non attecchiscono fino in fondo), e sono come una palma tra le montagne, incongrua, straniera, snaturata… “deportata” come diresti tu.
    Lo sai cosa va di moda adesso? Sradicare ulivi secolari dalla Puglia e piantarseli nel giardino della villa Brianzola; tu forse sei come quegli ulivi, sei diverso anche se non ti senti diverso, per quanto tu cerchi di mimetizzare, passare inosservato… un ulivo secolare in Brianza è imbarazzante (per l’ulivo intendo) il pudore e lo spaesamento (sempre dell’ulivo) sono dunque doverosi.
    Con questa lunga premessa appare consequenziale che la Sicilia per gli “espiantati” (come te) diventi presenza-assenza, vuoto da colmare con un’evocazione quasi perpetua… in queste condizioni coatte la si mitizza ancora di più; è la sicilanitudine di cui ti parlavo, prima ancora che la sicilianità: “ti senti straniero e non vorresti…” senti di appartenere a un mondo in gran parte perduto e da credi di distogliere lo sguardo infastidito, ma che continua a evocare puntigliosamente, nome per nome, cosa per cosa… per paura di perderne anche il ricordo, che ricordo solo non è.
    Così eccoti lì (nel tuo altrove, nella tua Arcadia) al calduccio… vagheggi la casa di campagna, disabitata e chiusa a ogni luce, come un luogo del cuore, lì nella tana, rifugio-oblio, soppalco di legno, lume di candela, ragnatela, lì nella casa che riscalda senza riscaldamento.
    Ancora una volta per te “sopravvivono i nomi, più delle cose” e i tuoi ricordi non sono ancora memorie” . Ma tu, carissimo, tu non ricordi, evochi!
    Evochi un mondo che esiste dentro di te sempre ed è “sempre e comunque pieno di bellezza…” come già ti ho detto nel tuo “post di un po’ di tempo fa” quello che oggi mi solleciti a leggere e forse non ricordi che quel post l’ho pure commentato, dandoti del “contadino delle parole” brindando alla salute di quel campo che tu continui a coltivare, di cui noi godiamo i frutti generosi.
    Leggerò presto anche racconti pubblicati da M. Mirci (tuo compaesano) sulla sua webzine letteraria (paroledisicilia)

    Spero con questa mia logorrea solidale di aver consolato la tua “anima tutta cicatrici e frinzelli”

    Intanto, cumpareddu, anch’io ti lascio parole… parole di “siciliana che NON ha attecchito altrove”; ti accorgerai che lo sguardo speculare sulla nostra comune patria-casa-madre-matrigna, non è poi così diverso dal tuo: l’Arcadia si riesce a vagheggiarla anche da qui; e
    il post di farolit (martedì, 05 ottobre 2004) inizia così

    ”L’oziosa Cicala che, sdraiata sul sofà, pensava al cielo fuori dalla finestra e alla forma delle nuvole di passaggio animate come creature provenienti da una vita altrove, vedeva chiaramente l’ampio distendersi dello Stretto sotto di loro, il frastagliarsi denso e caldo della Costa Viola e dei Monti sopra Villa e l’assottigliarsi a becco di passero della punta spartiacque di Capo Peloro….”

    Nessuno si è ancora accorto che questo scritto è anche un esercizio di stile, una lettura al rovescio di un passo di Mastro Don Gesualdo e il mito della “rrobba”.
    Un tentativo di “rovesciare” i soliti “luoghi comuni”
    :-)

  19. Tutta questa situazione dell'”esilio”, dell'”altrove” in cui non si attecchisce, e via dicendo, non è una cosa solo “siciliana”, anche se a voi – in quanto siciliani, appunto – pare che sia particolarissima e, in qualche misura, diversa, per così dire irriducibile, rispetto ad altri esilii o nostalgie conflittuali vissuti da persone senza patria o espatriate provenienti da altre terre.
    Io penso tuttavia che sia un sentimento che molti conoscono: tutti quelli che nell’uscire da un loro territorio chiuso (isola!) entrano in un’area il cui ambiente (geografico, climatico, culturale) è diverso.
    Per non dire, poi, di altri esilii e spaesamenti interiori noti anche a chi non ha mai messo piede fuori dalla sua regione.

    Il fatto è che siamo in molti ad avere una nostra Sicilia (o Napoli, o Venezia, come diceva la citazione che trascritto all’inizio, o Africa, o Armenia, o Zacinto) interiore che ci duole e ci fa scrivere poesie;-)

    È solo per questo che la poesia di Giowanni entra nel cuore di molti che siciliani non sono affatto, nemmeno alla lontana;-)

  20. Ha ragione Arden. Ci sono infinite isole interiori, lontano dalla Sicilia. La letteratura, i fumetti, l’arte, la musica ne è piena.
    Tuttavia, “questa” Sicilia ha qualcosa di “altro”, e questo esser siciliani diventa una componente talvolta troppo pensate (per come la penso io, ovviamente). E’ come una sorta di imbarazzo. C’è però questo fatto indiscutibile che la Sicilia è bella.

  21. Sì, Missy. Nel centro del Mediterraneo, isola di luce violenta e di profumi cui approdarono Greci con i loro dei, e i Cartaginesi, e poi gli Arabi con i giardini di mandorle e d’aranci, e i Normanni che la chiazzarono di biondo, dividendo l’ombra e il sole all’interno delle famiglie, e dei cuori – e, non ultima cosa, vi nacquero i primi poeti della nostra poesia .
    La Sicilia è bella, è vero.
    È ricca di storia, inoltre, e perciò appartiene più che ai soli Siciliani: la sua è la nostra storia per mille aspetti, compresi quelli dell’oblio e dell’autodistruzione e sfregio, quelli neri, dolorosi, ingrumati di sangue e di mosche, di soldi e sfacelo.

  22. Mi sembra che la conclusione dell’ultimo commento di Arden sia perfetta per chiudere l’argomento. Ovviamente non faccio la padrona di casa, lo dico solo per me stessa, visto che la sua ultima frase è quella che sento dentro e che procura la mia conflittualità di cui ho parlato più volte.
    Più la leggo, più mi trova in sintonia.
    Missy.

  23. A scanso di equivoci, Arden e Missy, la mia risposta a Giowanni era la sintesi di repliche a discorsi avviati da me e Giowanni “altrove”, più esattamente nel mio penultimo post a Oz, nell’ultimo post di Blogstretto dedicato alla “sicilianitudine”… un discorso fra noi (entrambi siciliani ma diversi) reso pubblico. Mi scuso cone l’equivoco che può essersi creato. Ho solo approfittato di questi versi che, comunque, ad una Sicilia immaginata vogliono rifarsi.
    L’esilio è parola di giowanni, “altrove in cui non si attecchisce” è parola mia , era un discorso tra siciliani: quello che parte e che non torna (Giowanni), quello che rimane (io).
    ça va sans dire che la nostalgia non è una cosa solo “siciliana”, ma di tutti gli emigranti ed è spesso fonte naturale di poesia. Ma non era questo il mio discorso.
    Il discorso dell’isola non l’ho preso neanche alla larga, perchè nonostante tutto (sono contraria al ponte! .-D) non lo sento più come una peculiarità dell’identità siciliana attuale e Giowanni (come tanti siciliani) condivide il pensiero sulla non necessarietà del concetto dell’isola per l’identità siciliana. Putroppo la Sicilia è fatta anche dai suoi tanti luoghi comuni, veri e discutibili, attuali e superati. Luoghi comuni di chi la conosce da fuori e chi da dentro, sta cambiando il modo dei siciliani di autorappresentarsi, da lunga pezza, nonostante certe comunanze rimangano invariate.
    E’ vero tutti abbiamo un luogo dell’anima, un’Arcadia dei sentimenti abitata dalla parte migliore dei nostri pensieri, (per me ad esempio questo luogo è Scilla, in Calabria, la Scilla degli anni 70, della mia infanzia, la Scilla che non c’è più); la Sicilia evocata da Giowanni è anche questo luogo dell’anima con tanto di esilio e spaesamento. E dici bene tu, non bisogna essere siciliani per questa cifra della nostalgia, cifra che è di tutti e ovunque. Condivido a pieno “il fatto è che siamo in molti ad avere una nostra Sicilia (o Napoli, o Venezia, come diceva la citazione che trascritto all’inizio, o Africa, o Armenia, o Zacinto) interiore che ci duole e ci fa scrivere poesie”

    Ma non era questo il mio discorso. Consentitemi di aggiungere che nei siciliani la parola Sicilia si carica sempre pdi Significati ambivalenti, mai sereni, persino nel vagheggiamento dell’arcadia, è come se quel luogo potesse esistere pacificato solo dentro di noi … e neanche, o natura-natura sei madre e matrigna. Questo due siciliani che discutono di Sicilia (reale o immaginata non importa) non devono “neanche” spiegarselo, è la tacita premessa che ci rende “riconoscibili” . Io… capisco il godimento “universale” che si può trarre dalle poesie di Giowanni, ma questa tacita premessa, che per voi è solo un sfumatura secondaria, io la “vedo”, la riconosco come invece un colore primario di appartenenza.
    Niente a che vedere con il fatto che la Sicilia è bella, o che è ricca di storia, o che è al centro del Mediterraneo… no no. Sono fuori dal depliant.
    Io in mio compare gioWanni leggo una cosa che so bene: la Sicilia è contraddittoria, appartenerle, essere siciliani, vuol dire portarsi questo fardello di ambivalenze appresso e ovunque, portarselo dietro cosapevolmente, spesso senza risolverlo.
    In questo la mia identità siciliana si riconosce in quella di Giowanni, qui come “altrove”.

  24. Io, comunque, devo proprio essere una siciliana assai strana: giorno dopo giorno, mi ritrovo ad esser l’unica a volere il Ponte.

    E’ un po’ come quelli che hanno votato Berlusconi e non lo dicono. Una volta, tutti volevano il Ponte, se ne parlava tra bambini e vecchi come di un desiderio fortissimo. Adesso, nessuno ha il coraggio di ammetterlo: Tutti si arritirarono.
    Missy

  25. Missy, la risposta ce la dà l’Ulisse dantesco, che si rimette in mare spinto dall’incoercibile “ardore” “di divenir del mondo esperto”. I novelli esuli e viaggiatori, appagato quell’ardore grazie a meno perigliose navigazioni (basta un click e sei oltre le colonne d’Ercole), hanno altre scuse per lasciare di nuovo Itaca, dopo esserci tornati. O per non tornarci. La verità è che non puoi lasciare due volte il paesello. Quando lo hai lasciato una volta, la tua casa non è più lì. Diverso è il caso di chi vive un po’ qui e un po’ lì, come Missy: un Siciliano che abita un po’ in Siclia e un po’ nel continente è uno che vive in Sicilia, decisamente.
    Farolit carissima e impetuosa e torrenziale e doviziosa e generosa… che dire? La passione che tu porti in questa bella discussione non mi lascia scampo: devo dire la mia con serietà e con convinzione, se non con altrettanta passione (magari domani, stasera sono cotto).
    E’ vero, quel reciproco riconoscimento tra Siciliani avviene. Non so come, ma avviene. Sarà il modo come ci si abbraccia, come ci si stringe la mano, come si ammicca… Ed è indubbio che anche due bloggers, pur senza conoscersi, guardarsi in faccia e toccarsi, possono stringersi la mano, abbracciarsi. Ora, il tuo abbraccio è forse (come dire?) più convinto di altri, che pure sento calorosi. Non mi si fraintenda: ci sono bloggers e bloggeresse che conosco di persona, e lì il discorso è un altro.
    Cosa volevo dire? Niente, per stasera rinuncio a rispondere ai commenti. Lo farò quando sarò più lucido, amici siciliani e non. Intanto Farolit è ufficialmente ammessa a far parte del clan del poeta in esilio ;-). Mi piace questo vento impetuoso che mi entra in casa e scompiglia tutte le mie carte.
    Arden, domani è un giorno speciale e perciò… ci sentiamo. Ho bisogno di molto conforto.
    Leggerò con attenzione i nuovi post che ho visto. Adesso (19 aprile) è un giorno speciale, come dicevo…

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