Un vecchio non può vivere in campagna

Si lamenta il vecchio. Neanche qui,
ah, neanche qui
si può stare più in pace.
E enumera le disgrazie
come i misteri dolorosi
di uno sdegnoso rosario.

Venni in campagna per non sentire
le campane a morto di Santo Stefano
che mai tacciono, neanche d’estate,
in questo paese di ladri e pensionati.

Questa piccola casa sulla collina
d’inverno rimane sola. Quando è freddo,
un vecchio non può vivere in campagna.
Vennero allora i ladri, che d’inverno
sono i padroni della vallata.
Portarono via la pentola le posate
la lampadina le sedie.

Io che non posso più
combattere con le gramigne
spendo quasi intera la pensione
per tener lontani fuoco e serpi
dalla casa e dai quattro ulivi.
Questa terra mi dette da vivere,
ora muore con me.

Questa terra, che fu di vigne e mandorli,
quando i miei capelli s’imbiancarono
fiorì come i balconi della via Mastra.
Com’era lieve la giardiniera
tossicolosa e pallida!
Ma su di lei, che crebbe sei figli
e questi sterposi gerani,
da un anno crescono anemoni e tulipani.

Sapete, ora rubano anche i fiori,
se non trovano vino d’annata
e cassapanche tarlate.
A ottobre fu depredato
Il gelsomino là presso il cancello,
a marzo toccò alla mimosa,
a maggio alle ultime rose.

I miei figli,
chissà se in agosto verranno
con le mercedes e gli occhiali scuri.
A riluttanti mocciosi biondi
comanderanno in tedesco di baciarmi
e dire i loro nomi impronunciabili.

E’ questa per me l’ultima estate
qui sulla collina.
Lo sanno certi belgi o forse francesi
che filmano rovi e ruderi. La mattina
mi stonano di musiche rabbiose
che fanno appassire gli oleandri
e fanno scappare gli uccelli.

Dietro le ronzanti telecamere,
acquattati, senza una parola,
spiano a lungo questi vecchi muri,
scrutano la mia decrepitezza.
E se ne vanno senza un saluto,
ladri anche loro.

Avevo un vecchio gatto, giù in paese.
Amava la coperta di lana grossa
sui buchi del divano, ma ignorava
le partite e i telegiornali.
L’ho portato con me sulla collina,
insieme alla televisione.
Lasciò il divano per il bosco,
divenne un cacciatore
e non sfuggì allo schioppo del bracconiere.

Davvero non ho più nessuno.
Mi lasciano anche i mandorli,
dimentichi della scure che li rimondava,
della verga che li bacchiava.
Senz’ombra come una tomba
resterà questa casa, ed io qui, al sole,
ad un passo dall’ombra.


Questo poemetto mi è stato praticamente dettato da zu’ Totò. E un uomo molto vecchio, e farebbe bene a starsene nella sua casa di paese. Ma lui, incautamente, ha deciso di vivere in campagna, e non solo nei mesi estivi. Il luogo è la mia Piazza Armerina. Da alcuni anni non ho notizie di lui. Potrebbe essere morto.

28 commenti su “

  1. …” e io qui, al sole,/ad un passo dall’ombra”…
    Qui ci stan dentro tutte le storie dei miei vecchi di pianura, che magari non tornano alla campagna, ma semplicemente vi restano, per un patto muto di reciproca fedeltà.
    Salutano la moglie al cimitero e solo il saluto lasciano al paese.
    Testardi, non laciano la “val” e cercano di vivere soli pur di non lasciare un salice o un gelso.
    (Presente, Giovanni, come è il bucato di un vecchio, steso al filo ad asciugare?)
    E mangiano mela campanina e pane, contro il muro.
    E aspettano sempre qualcuno o qualcosa.

    Piace questo poemetto, tanto.
    buona giornata

  2. E’ struggente, troppo.
    E non sopporto l’idea che di u zu’ Totò non se ne sappia nulla, oltre questo bel ritratto e questa bella cornice.
    Perchè non cerchi notizie del vecchio?
    Davvero è così equivalente se esiste ancora o se sia esistito?
    Pardon, non sono affari miei o forse sì; se leggo che di quel vecchio non hai inventato, se mi dici che potrebbe esistere… forse sì, sono anche affari miei.
    Besos.

    O.T.
    Per l’OZioso professionale terapeutico blog-cosulto ti ho risposto… a Oz. :-)

  3. E’ struggente, sì…
    Mia nonna abitava in campagna, bisognava percorrere un lungo stradone sterrato, per arrivare al suo casolare. Ma viveva lì con due figli: uno con famiglia e l’altro celibe. A volte ingoiando bocconi amari. A volte vedendo cose che non avrebbe voluto vedere, o udire parole amare. Però era la sua casa. E le mancava da morire, quando veniva da noi, venti giorni all’anno, in città. Mi manca l’orto, le mie galline…, diceva ad un certo punto, nel suo dialetto ferrarese. E non c’era niente da fare, anche se noi l’avremmo voluta ancora un po’. Lei aveva bisogno di tornare a casa sua.

    P.S.: Per il resto, ti ho risposto da me. Un bacio.

  4. Bellissimo brano, mi fa venire voglia di andare a cercarlo, per sapere se è ancora vivo, e magari regalargli un altro gatto che gli possa fare compagnia.

  5. U zu’ Totò certamente esiste, vivo più che mai in quel suo starsene precario “a un passo dall’ombra”, in questa sua poesia.
    Più la rileggo, più mi piace, Giowanni.

  6. U zu’ Totò non è inventato, lo conosco anch’io.
    Nan disprzzannu l’autri, sunu propiu
    beddi i persuni du nostru pais.

  7. No, la foto non è di quel vecchietto che viveva (vive ancora?) in una piccola casa in cima a una collina (in contrada Fegotto, Piazza Armerina). L’immagine l’ho trovata in internet. Ma vi assicuro che la somiglianza è impressionante. Il poemetto è una trascrizione in versi (o quasi) di un discorso, o di discorsi, che sentivo fare realmente allo zu’ Totò.
    Sì, Arden: da vecchio (cioè tra non molto) potrei essere come lui, avere quello sguardo. E sono quasi certo che vivrò in campagna, se campo.

  8. Bellissimo quest’etto
    di poema racconti
    con leggerezza il peso
    di una vita aggrappata
    star nel tuo cuore
    è un’impresa, la vorresti
    srl, ma è Monasteri
    senza soci molesti.

    Kali Anastasi GioWanni

  9. Davvero bellissimo nella descrizione dei nostri disfacimenti sociali (soprattutto quelli familiari, con quei figli in mercedes e nipoti sangue del suo sangue irrimediabilmente ormai estranei).

    Su tutto, troneggia la sublime e nobile tragicità dell’ultimo verso.
    , l’ultimo verso

  10. Non ho compreso a cosa ti riferissi con quel:”Ma allora era vero!” In ogni caso, che io parli in maniera entusiastica del tuo blog, è proprio vero.

  11. ad un passo dall’ombra. bellissima intuizione, giowanni: le parole restano, e ci fanno restare, in pieno sole, ma ad un passo dall’ombra, come il tuo vecchio che incarna la vecchiaia stessa della terra, quel suo modo di ricominciare altrimenti (che stasera di questo si diceva con arden nel mio blog), con altre facce, altre cose, altri andirivieni.
    prendo a prestito le parole di senzapiutempo: è proprio vero. quello che leggo qui è sempre proprio vero.

  12. ps e OT: su Guttuso condividevo la tua opinione. mi sembrava un buon selvaggio diventato, suo malgrado o magari no, una copertina. invece quella mostra m’ha aperto lo sguardo. ho visto colombe e foglie di nespolo, ho visto rifare cento volte la stessa idea, per renderla “tangibile”, che è il lavoro ultimo, poetico e politico, dei poeti. ho visto le pitture degli altri rifatte, per capire come funzionano, e perché una natura morta può essere come una crocifissione, e un nudo una natura morta, e…

  13. Dove sei, Giowanni, che nemmeno rispondi più ai commenti sul tuo blog?
    Sei già andato a vivere in campagna con la bandana in testa?
    Almeno scrivessi, stessi dietro a un racconto o a un poema…

  14. Ma sì che ci sono, amici. Ogni tanto do un’occhiata. L’umore è cattivo, sono inquieto e cattivo. Tra qualche giorno parto (vacanza siciliana).
    L’estate mi ha colto di sopresa.
    Grazie a tutti dell’accoglienza riservata ai miei “poemi”.

  15. Vieni a casa? Che bello, chissà che non ci si possa incontrare. Contavo di andare un paio di giorni in gita, proprio dalle tue parti.

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