Divorzi e ancora divorzi. Alcuni seri, altri assai meno. 
Sto per lasciarvi (se qualcuno si strappa i capelli, me ne mandi una ciocca). Mi sbrigo alcune faccende e poi parto per la Sicilia, da dove spero di poter inviare una cartolina ai miei blog-fans più affezionati (magari sotto forma di commento). Per un mesetto, almeno, non ci vedremo.
Una mia amica ha le chiavi di questo blog. Ne farà quel che vorrà farne e potrà pubblicarvi, indifferentemente, cose mie e sue (le ho dato anche la chiave del mio cassetto). Vogliatele bene come gliene voglio io e più di quanto ne volete a me (se mai me ne volete).
Arri**

Inventario dei beni da spartirsi
– Copia per A., conforme all’originale


  Ciò che ancora dovrei portar via,
mia cara – ma davvero
cara al mio cuore avvilito –
ciò che dovrei predarti per strappare
davvero l’unghia incarnita

ciò che dovrei riprendermi non ha
un prezzo, neppure quello
dell’usato e consunto come amarti.

Non sapresti che farci, ma non puoi
ridarmelo in nessun modo,
né in concessione né in dono
né in usufrutto né sbattuto in faccia
né in deposito o in pegno o con clausole
fideiussorie, o per togliermi
dai tuoi piedi, che bacio.

Ciò che dovrei riprendermi è un fardello
di cui né tu né io
sapremo liberarci. E’ la fiducia,
la baldanzosa incoscienza
con cui entrai un giorno nella tua casa,
nel sacrario più volte profanato
stracolmo d’offerte e reliquie.

E’ come dispersi le mie carabattole
nel tuo bazar sterminato, sfrattando
ombre vischiose d’altri
morosi come me,  perché il tributo
era esoso, malgrado quell’amore
spensierato  – l’amore birichino
stuzzicato a dovere, guidato
da una regia così fluida e perfetta
che ancora mi sorprendono e divertono
quelle canaglie, quei due clandestini.
E mi domando quale tirocinio,
quale felice scuola, o dolorosa,
ti aveva esercitata in una parte
così ben recitata.

Ciò che di mio dovrei prenderti
in questa minuziosa dettagliata
spartizione dei beni,
bruciato fino alle radici
il bene grande come il mondo, ma
poca cosa per te a paragone
di una porzione di mondo
gelosamente tua

Ciò che dovrei riprendermi
è prezioso e ingombrante, ma non so
da quale baule inchiavardato,
da che nascondiglio o parete
potrei strapparlo via
per lasciar vuota e nuda
di nuovo la tua scena, mentre la mia
non sopporta veli né luce
e non potrebbe essere più desolata.

Tu sai di me quanta parte
ti resta addosso, accanto.
E come faccio a riprendermi
il sonnacchioso me stesso
che per dieci anni parcheggiò l’auto
sotto la tua finestra,
fece le scale vuote
per ritrovarti ogni giorno
e abbracciarti.

Lunga è la lista di cose
che appartengono a me della tua casa:
 
La polvere e i miei poemi
sul comodino di vetro.

Un confetto divelto (e mai mangiato)
dall’ultima tua scultura di pastafrolla.

Una spiga di fieno o un cardo secco
caduto dal composé di fiori secchi
(prima che l’aspirapolvere lo inghiotta
insieme ad altre prove del tuo amore).

Un insetto, una cimice balorda
che fu verde e puzzava, finché
non s’insaccò nel lume del lampadario
e appassì ancor prima di morire.

E quel nido di vespe, quel guscio
di roccia stipato di larve!
Era così saldato ad un mio libro
che bisognò strapparlo. E addio per sempre
allo strano sciame che annunciava
per te la nuova stagione,
per me il rinnovo del contratto.

Tutto vorrei di te,
poco del tuo. La farfalla
quasi disfatta dentro un vecchio libro
salvata dallo scanner a colori
insieme a scarabocchi di bambini,
perché di ciò che passa resti almeno
un’immagine come di giardino
nell’autunno che viene  – e che tu vuoi
sia solo tuo anche quello, perché niente
infine mi appartiene.

Poi dammi ancora un altro dei tuoi fogli
di “carta da collezione”.
Dopo tanti cadaveri aborriti,
puoi privarti  di un po’ di munizioni?
Che lettere preziose vuoi ancora
affidare al piccione? La carta
i calamai i computer le stampanti
i cofanetti i nastri, non sono troppi,
persino per i tuoi amori?
Dammene uno solo. Voglio scriverci
numeri di telefono
da perdere.

Ma specialmente voglio portar via
una cosa che non potrai contendermi
e non potrò mai svendere
né regalare a un’altra: l’immagine
della tua fronte china
quando il volto era più stanco.
Rammendavi una strega di pezza,
riparavi un vestito logoro
che nessuno indosserà più.

Ho amato quel tuo accanimento
nel voler salvare, riscattare
ciò che il mondo dilapida.
Umili cose che, strappati appena
la carta a fiorami e il cellophane,
quelli come me che hanno le mani
bucate o senza artigli
condannano alla fine.

Imparerò forse anch’io
a non buttare via nulla, dopo questa
perdita al gioco d’azzardo.
Mi riempirò la vita (solo mia?
in comunione legale?)
di mille scatola vuote e
– cos’altro? Cartoni da imballo,
sveglie e orologi fermi. Gusci e scheletri
e barattoli e l’ultima coccarda
strappata via coi denti.

Ora tocca a me fortificare
la cittadella, sbarrare le porte
e lasciare al nemico invasore
solo una feritoia, uno spiraglio
per colpire, per essere colpito.
Ma non saccheggerò, non darò fuoco
a ciò che resta dei doni ospitali,
benché si debba stimarli come paglia
dopo la mietitura, barattarli,
farne oltraggioso mercato.

Per me saranno lievi come la foto
che mostrerai alle tue amiche vedove
con un sorriso triste come per
un lieto fine: un filare
di oleandri lungo la muraglia.
Sarò io a piantarli, per te sola,
nel tuo giardino.
 
Marzo 1998

19 commenti su “

  1. Meno male che, intanto, ci hai lasciato questa tua poesia bellissima, che torneremo a rileggere ancora più volte nei prossimi giorni prima di osare “andare avanti” pubblicando altro su questo blog.
    Buon viaggio, Giowanni (e fa che questo mesetto sia meno di un vero mese).

  2. Mi commuove molto l’idea di rivedere la tua figura nella nostra vecchia casa. Ho associato cent’anni di solitudine, alla storia della nostra casa della nostra famiglia: l’atmosfera di mistero, l’amore, i personaggi strani che popolano quel libro in qualche modo è come se li avessi vissuti in prima persona. Pensaci un p0′ e poi dimmi se ho ragione.

  3. C’è tutta una storia qui in questo tuo nuovo “poema” personale, nel quale molti però potrebbero riconoscersi.
    Non smetto di rileggerlo: è ammaliante, incantatorio, questo elenco o inventario, così pieno di amarezza, di dolcezza, di rancore e di superstite, resistente amore.

    Buona Sicilia. E torna presto…

  4. Carissimo,
    te ne vai e lasci … quante parole!
    Tante…d’amore e d’altro.
    La fotografia di questo epilogo inventariato mi evoca qualcosa a metà strada tra la il celeberrimo “Elenco” di Prevert e la “Costruzione di un amore di Fossati”

    E anche se risale a sette Primavere orsono, mi piacerebbe dire a quel colui che allora impressionò il tutto…che la baldanzosa incoscienza tornerà a sfrattare i rancori;
    le cose poi… alcune si ritroveranno un nuovo senso, molte altre lentissimamente insieme al ricambio delle cellule del corpo (che fra sette anni (ora) non saranno più le stesse), molte cose dicevo si perderanno nel mare salvifico dell’oblio, nella sua grazia potente… questo sempre a patto che tu non le abbia debitamente inventariate in un elenco da sgranare come un rosario di martirio quotidiano…
    Avrai già ripreso il sonnacchioso te stesso, l’avrei già svegliato a nuovi mattini, avrai cambiato parcheggio
    e fafalle…
    E ti prego, a distanza di sette anni, lascia perdere le munizioni …il ricatto dei ricordi… la conta serale delle difese, i persidii immaginari; lascia stare le fortificazioni… sciocche trappole per essere meglio colpito, dìsfati di ingombranti archibugi e catapulte, butta tutto ciò che veramente non ti serve, non ti è essenziale, apri le finestre alla riserva del possibile, spalancale all’azzurro, esci, coltiva il giardino e sposta gli oleandri dalla muraglia… pianta rose, all’aperto, per te.

    Dico questo – the doctor che è in me – perchè anche a me è capitato di parlare di fiori e fortificazioni proprio ad uno stupido amore Noddico,il quale non fu come la rosa che mi diede… glielo dissi… non fu come la rosa coraggiosa che recisa anzitempo vivendo muore e muore dischiudendo l’ultimo alito di bellezza.
    No, quel mio amore negato rimase rinchiuso nel suo Castello di Paura a esercitare i no vassalli, a metterli in fila chiamandoli all’appello, sentinelle che sorvegliando la difesa; rimase lì nel non tempo, senza mai invecchiare, lì, solo, dove credo si trovi ancora ad allenare al vuoto i gesti, soddisfatto dell’assenza, ben protetto, lì rimase e rimane sprofondando radici nel silenzio, uguale a te stesso come cosa senza vita.
    Non è una bella fine… meglio quella della rosa coraggiosa, non credi?

    O.T.
    E’ proprio vero che ti sei “irreversibilmente” nodddicizzato; maronuzza santa… dici “moroso” al posto di “zito”, allora cietto che ci ddevi avere una “brutta nomina”… peggio di un Continentale mi sei ddiventato, cietto che poi ti fai prendere in giro da altri siculi virtuali ed espatriati come te… e manco te ne accorgi!
    Ma… speriamo, ora che torni in Trinascria, che l’aria di casa ti risiculizzi.
    Intanto, visto che sei in Sicilia, perchè non cerchi di sapere che fine a ha fatto ‘u zu Totò.
    Ciau

  5. Sulla fotocopia il timbro è ancora più sbiadito.
    Per fortuna poi abbiamo capito che ci sono due generi di persone: quelli che custodiscono tutto nel cuore e quelli che buttano via tutto. Né agli né gli altri non hanno bisogno di fare inventari, a meno che non siano inventari di parole.

  6. Inventari da spartire, io non potrei, ma di parole si, sono una ricchezza e in questa poesia indivisibili.
    L’aria di sicilia ti farà tornare ancor più pieno di rimpianti, forse prenderai la febbre e ci scriverai, a noi cinici lettori delle tue pene, nuove poesie.
    Buon viaggio

  7. Grazie, Farolit. E’ una goduria essere commentati da te. Grazie a tutti, di cuore.
    Giusto il tempo per ringraziare. Sono a casa di amici e non mi va di stare davanti al computer.
    Arrivederci blog… E comunque arrivederci agli amici.

  8. So che sarai lontano lo stesso, ma sentirti sotto lo stesso cielo, mi fa bene.Buon soggiorno nella mia amata terra.

  9. Dunque eravamo in Sicilia negli stessi giorni? Che cosa curiosa: sarà per questo che ho pensato molto a tutti gli amici siciliani mentre ero laggiù, davvero vi avevo in mente spessissimo.
    Ora io sono tornata, e tu quando? un abbraccio
    bertolina

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