traducendo

Visto che nessuno ha pubblicato nulla, nonostante il semaforo sia rimasto verde per un giorno e una notte, ne approfitto per farlo io con questa traduzione che mi pare tematicamente adatta al blog in cui mi trovo.

Così dunque vivrò, credendoti fedele,
come un marito ingannato; così il viso d’amore
potrà ancora sembrarmi amore, sebbene già mutato:
con me il sembiante tuo, il cuore altrove;
ché nei tuoi occhi odio non ha stanza,
sì che non so in essi leggere che muti.
In viso a molti sta d’un falso cuore la storia
scritta in musi e cipigli e strane pieghe.
Ma il cielo nel crearti ha decretato
che nel tuo viso sempre stesse amore,
e dei pensieri e processi del tuo cuore,
il tuo sguardo non dice che  dolcezza.
Quanto simile si fa la tua bellezza al pomo di Eva
se la tua apparenza in tua dolce virtù non trova rispondenza!

So shall I live, supposing thou art true
Like a deceived husband; so love’s face
May still seem love to me, though alter’d new;
Thy looks with me, thy heart in other place:
For there can live no hatred in thine eye,
Therefore in that I cannot know thy change.
In many’s looks, the false heart’s history
Is writ in moods, and frowns, and wrinkles strange,
But heaven in thy creation did decree
That in thy face sweet love should ever dwell;
Whate’er thy thoughts or thy heart’s workings be,
Thy looks should nothing thence but sweetness tell.
How like Eve’s apple doth thy beauty grow,
If thy sweet virtue answer not thy show!

(William Shakespeare, Sonetto 93)

46 commenti su “traducendo

  1. Adoro i sonetti… A me piace quello che inizia con: ” Amore non è amore se muta quando scopre un mutamento…”.

  2. Sì Anianka, è bellissimo, in effetti, il 116 (e ho insieme desiderio e timore di cimentarmi nella traduzione)
    Let me not the marriage of true minds/ Admit impediments; Love is not love/which alters when it alteration finds
    Sono una lettura che può durare tutta la vita, talmente tante sono le possibilità di lettura.

  3. pre-commento (è tardissimo e ho talmente sonno che vorrei dormire fino al giorno del giudizio):
    “Tematicamente adatta” in quanto il tema è l’infedeltà?
    Il commento domani pomeriggio, dopo la colazione (sono le 4,30 di notte).

  4. Tematicamente adatta perché esprime sofferenza e risentimento e pur sempre amore per una persona molto amata e idoleggiata.
    No, l’infedeltà in sé e per sé non è il punto; piuttosto qui si tratta dell’incapacità di smettere di vedere in certi occhi o in certi lineamenti altro che segni di grazia, e motivi d’amore, pur quando si sospetta, o si sa, che in realtà la persona che ha quello sguardo e quel viso celestiali è di pasta assai più comune e addirittura equivoca, e, per di più, forse non ci è amica come ci continua ad apparire. Insomma è per noi impenetrabile: ci nasconde i suoi veri sentimenti, ha riserve nei nostri confronti che non dice e, insomma, non è come sembra davvero “con noi”.
    C’è un limite nella mia traduzione: al posto di “fedele” avrei voluto mettere “sincero”, “schietto” o qualcosa del genere. Non l’ho fatto perché allora avrei dovuto scegliere il genere (maschile o femminile): il sonetto è fra quelli indirizzati al misterioso “giovane biondo”, e quindi si potrebbe scegliere il maschile con tranquillità; ma, così facendo, si perderebbe la possibilità che c’è nell’originale di essere letto più ambiguamente. “Fedele”, invece, può essere riferito sia a un uomo che a una donna.

  5. Avevo pensato anche di tradurre :
    Dunque vivrò così, credendoti verace. Ma mi sono venute in mente le vongole e ho desistito.

  6. Arden… del 116 ci sono mille traduzioni, forse, visto quello che riesci a fare, tu saresti più brava di tanti che lo fanno soltanto perchè vengono pagati e non si preoccupano se una parola cambia il significato della frase.
    Il sonetto 93 è molto bello. L’amore in fondo non ha occhi, e qualche volta ci si dimentica che le persone sono soltanto persone.
    Per “verace” anch’io avrei pensato alle vongole… grazie per aver desistito!:)

  7. PS per Anyanka
    Be’, te credo che i traduttori vengono pagati: secondo te come le pagano le bollette, l’affitto, la spesa alla Coop? In natura, con i libri tradotti da loro? E comunque nessuno sceglie di fare il traduttore per essere pagato, ci sono un sacco di altri lavori in cui si prende di più, a volte si viene pagati meno delle dame delle pulizie, via!!!

    Certo, Arden potrebbe anche farsi avanti con qualche casa editrice e mettere sul mercato queste bellezze – capito, Arden?? :-)

  8. Be’, non te la prendere così, Eburnea. Tutti sappiamo che ci sono anche dei traduttori così sventati, a volte, da far pensare che abbiano lavorato senza alcun interesse verso la “cosa” che stavano traducendo e con pochissimo, non dico amore, ma rispetto, sia verso i due sistemi linguistici con cui avevano a che fare, sia verso i lettori.
    Personaggi così capitano tra i traduttori, come tra i medici, gli insegnanti, gli avvocati, i postini, i cuochi – insomma, in tutte le professioni e mestieri. E li screditano.

  9. Ancora per Giowanni: questo sonetto si avvicina molto nel tema anche a un altro, il 69, che pure tratta la questione (tipicamente shakespeariana) della difformità tra l’aspetto esterno e quello interiore. Lì il solito amante che scrive rimprovera il suo amato “giovane bello” dicendo, più o meno: sei così bello nell’aspetto che anche i tuoi nemici sono costretti a dire ciò che sente il cuore, e cioè a lodare la tua bellezza esteriore. Ma poi
    scrutano la tua bellezza interiore
    e quella la deducono e giudicano dai tuoi atti;
    allora i loro pensieri scortesi (a dispetto della cortesia dei loro occhi)
    accostano il rancido puzzo delle erbacce al tuo bel fiore.
    Ma del perché il tuo odore non s’accordi con la tua apparenza,
    questo è la radice: che stai venendo su ordinario e volgare

    E nota che l’odore è l’essenza del fiore, quella che rimane e può venir conservata anche dopo che la bellezza è sfiorita e il fiore è morto.

  10. Non me la sono presa, Arden, ma se nessuno dice le cose, persiste il non-sapere. E che poi chi dice le cose abbia un ruolo scomodo, si sa. Quest’idea che fare i traduttori non sia un lavoro come tutti gli altri, che la remunerazione sia poco rispetto all’arte, sarebbe da estirpare (soprattutto dalla testa degli editori, per carità). Un conto è fare i complimenti a qualcuno, un conto è screditare un’intera categoria.
    Oh sì che ci sono medici ammazzapazienti, legulei senza scrupoli, insegnanti ottusi e antiquati, postini che buttano la posta nel cassonetto – ma io non posso difendere che la mia categoria.
    E poi in questo periodo sto notando una cosa: ma di quello che arriva sul mercato, quanto è del traduttore? Inizio a capire che a volte il traduttore è uno che mette la firma sotto qualcosa che altri (leggi: il revisore, il redattore) può anche stravolgere. Anche questo non è molto noto.
    E l’ultima cosa: provare per credere. In giro c’è un sacco di gente che crede che tradurre sia prendere un vocabolario e buttare giù una bella interlineare. Proprio.
    (e con questo chiudo – scusino)

  11. In realtà ho scritto “di tanti che vengono pagati”, non di tutti… ma ognuno legge quello che vuole leggere tanto per infervorarsi…

  12. Sorvolando su altro, vorrei chiedere ad Arden che soddisfi una mia oziosa curiosità: quanto tempo ci hai messo per fare la traduzione di questo sonetto?

  13. Avevo degli abbozzi fatti tempo fa (più o meno, per quanto ricordo, avendo impiegato per ognuno uno o due giorni – ma dopo aver già in precedenza più volte letto e rimasticato i sonetti, con le note e i commenti, in più d’una edizione inglese, e considerate anche alcune traduzioni italiane).
    Sulla base di questo lavoro fatto in precedenza, ho impiegato per questo, come per gli altri sonetti, un quattro-sei ore distribuite in uno o due giorni, più o meno.

  14. Care amiche, traduttrici prezzolate e non e comunque carissime, provo anch’io a tradurre un sonetto di Sh, ma… dall’italiano. Cioè, prendo un paio di traduzioni che non mi soddisfano e riscrivo il tutto, dando un’occhiata anche al testo originale (considerate che conosco pochissimo l’inglese). E’ il sonetto 35, il cui tema mi pare sia lo stesso del 93. Le parti tra parentesi quadre sono una mia licenza o parole che non so come tradurre.


    Non pianger più per quello che [mi] hai fatto:
    hanno spine le rose e fango la pura sorgente,
    nubi ed eclissi macchiano e la luna e il sole
    e un orribile verme vive nel bocciolo più tenero.
    Tutti gli uomini sbagliano, e pure io lo dimostro
    se allevio la tua colpa con raffronti
    ammorbando me stesso per risanare te,
    scusando oltre il giusto le tue colpe;
    do un senso infatti alla tua colpa sensuale
    e io, la parte offesa, divento il tuo avvocato
    e contro me pronuncio l’arringa in tua difesa:
    tale è la guarra in me tra odio e amore,
    che devo farmi complice del dolce
    ladro che allegramente mi deruba.

    Cara Arden, secondo me hai nel cassetto la traduzione di tutti i sonetti di Shakespeare.
    La più grande poetessa italiana contemporanea traduce Shakespeare!
    MA VVAI!!

    ‘sti sonetti dimostrano in via definitiva che Shakespeare non era di
    origini siciliane
    (si scherza, Arden).

  15. Ho tradotto e fatto colazione in multitasking e, dopo ever cliccato su post comment vedo che ci sono altri due comments. Volevo rivolgere la stessa domanda ad Arden: quanto tempo hai impiegato?
    Io ci ho messo un’ora per fare colazione e per tradurre il sonetto, e considera che ho mangiato te, biscotti, pastasciutta, bistecca e frutta. Ma la mia è una traduzione a… membro di segugio (espressione cara a un mio amico che non dice mai parolacce). Me ne scuso.

  16. OT
    Eburnea, ho provato più volte a entrare nel tuo blog, ma l’ingresso mi è precluso.
    Non hai niente di meglio da fare la domenica pomeriggio che manomettere il template?

  17. Bentornato GIOVANNI!!!
    Che uomo, raccontaci tutto ora, mentre noi stavamo qui a languire, uffi. Allora, quando inizi la tournée? Che meraviglia :-)
    Sì, sto facendo cose grosse di là…grosse.

    Ei, quel a membro di segugio mi piace da impazzire, ti consiglierò una certa cosa di Eco…

    Arden, ricapitolando: 4-6 ore comprese lo studio preparatorio e ogni possibile revisione? So che è uno stress chiedere tanta precisione, ma è importante, poi ti spiego :-)

  18. Eby, mi è piaciuta soprattutto la bellissima passeggiata in una Roma assolata. Il reading è stato divertente, la compagnia piacevole. Magari ti mostrerò una foto del vate sul palcoscenivo. Ma adesso devo chiudere. A domani.

  19. Lo sapete che la prima poetessa a scrivere in italiano (ancor prima del dolce stil) era siciliana anzi messinese?
    Non sapremo forse mai quale affinità ci fu tra “William Scrolla lanza” e Shakespeare, sta di fatto che quest’ultimo ha ambientato ben due commedie quaggiù, in questo eterno locus communis che è la siculandia.

    Ero venuta a cercare Giowanni, a portargli camicie stirate, a chiedergli una ninna nanna. Se lo vedete, me lo salutate. Baciamo le mani. ;-)

  20. No, Eburnea: 4-6 ore, avendo già alle spalle lo studio preparatorio.
    La difficoltà finale, infatti, come sai, è di far suonare decentemente l’italiano senza tradire troppo quello che si è capito dell’originale e cercando di trovare qualche espressione che possa almeno in parte approssimarsi all’ambiguità dell’originale.
    Tutto ciò senza appesantire troppo e senza evocare vongole;-)

    Giowanni, mettiti pure a farmi concorrenza, sia pure alla membro di veltro, ma, per piacere non metterti, nemmeno per scherzo, a fare da cassa di risonanza della disinformazione sottoculturale – che non riesce nemmeno ad essere amena, in un paese dove qualsiasi fanfaluca (ti piace “fanfaluca”?) viene creduta, e le madonne piangono, ci si proclama padani- celtici-longobardi e i berlusconi han tanto credito da venir votati.

  21. O Giowanni, traduttor de’ traduttor del Bardo, ho da ridire sull’ultimo verso in particolare:
    il dolce ladro non mi deruba“allegramente”, ma molto “sourly”, cioè acerbamente (sia per me che subisco l’amaro di quel furto, sia perché la sua è un’azione priva di delicatezza nei miei confronti)

  22. Ma Anna, ho scherzato! Lo avevo puntualizzato.
    “Traduttor dei traduttor” mi si addice. Ma il monti e il Foscolo si odiavano, mentre noi due ci vogliamo bene, vero? Oggi mi sembri molto dura con me.
    A presto, spengo.

  23. Arden, sono martellante oggi, abbi pazienza, sarà il tempo, sarà l’uggia domenicale. In quanto possiamo quantificare queste ore di preparazione, a occhio e croce? 3-4 ore? Facciamo un totale di 10 ore?

  24. Appunto perché, come è noto, ti voglio bene assaissimo, Giowanni, mi permetto di tempestarti di pugni e di strapparti i capelli quando mi fai questi scherzi qua. Tanto i capelli non ti mancano, mi pare – e poi, dato che anche tu mi vuoi bene, è possibile sempre farti una sorridente carezza che ti rassicuri e ti rimetta a posto le scompigliate chiome:-)

    Eburnea, credo di capire perché sei interessata a questa quantificazione oraria, ma non so davvero risponderti con esattezza. Penso però che 10 ore possa essere un totale abbastanza giusto.
    Il fatto è che non so quantificare quello che potrebbe essere, sì, considerato il “lavoro preparatorio” (rispetto alla traduzione), ma che, in realtà, ho vissuto come il dispiegarsi di una passione: un innamoramento che ha invaso le mie giornate e persino i miei sogni e ora mi riesce difficile calcolare in termini di ore di lettura e studio.

  25. Per Giovanni… eccomi di ritorno da un’altra spedizione fotografica. Allora… per i risvegliati ho risposto da me. Per Annabel… non mi offendo… anzi.

    Un abbraccio.

  26. Già Arden, avrai capito dove voglio parare ;-)
    Ma visto che questa non è casa mia, il sunto delle illuminanti riflessioni sui traduttori che traducono per denaro, lo faccio da me, a breve, laddove il fervor puote e deve far di sé vano trionfo.

  27. La traduzione come al solito è molto bella, ma Arden sa già quanto io la apprezzi, come poetessa oltre che come traduttrice. Io vorrei però introdurre, tanto per discutere un po’, una questione che mi sembra importante: quella cioè della misura dei versi. Will scrive in buona sostanza degli endecasillabi con ritmo giambico, e questa cadenza è davvero il “respiro” della sua poesia. Non sarebbe dovere di ogni traduttore cercare almeno di adeguarsi a questo respiro, o comunque di tentarne un altro, basato in ogni caso sulla regolarità giambica dell’originale? Io, nel mio piccolo, ho tentato sul mio blog una versione del sonetto che tanto piace ad Anjanka (e, dio mio, anche a me!) in endecasillabi: un lavoro crudele, perché ho dovuto sacrificare addirittura alcune parole dell’originale (è noto che mediamente le parole inglesi hanno meno sillabe dell’italiano). Ultimamente, nei miei folli esperimenti di traduzione, mi sono volto al doppio settenario, che è un po’ più lungo dell’endecasillabo e permette di “ospitare” più parole. Una sorta di esapodia giambica, invece della pentapodia dell’originale. I problemi restano…
    Per chi fosse interessato alla mia versione endecasillabica del sonetto 116, beh eccola qua.

    Ad un’unione fra due salde anime
    non si dia fine. Amore non è amore
    se muti quando trovi mutamento
    o vada via davanti a un andar via.

    Oh no! E’ un faro immobile per sempre,
    che guarda alle tempeste e mai ne è scosso;
    è la stella per ogni nave, ignota
    luce, benché l’altezza se ne càlcoli.

    Non è del Tempo Amore, benché labbra
    di rosa colga la sua falce arcuata.
    Né muta Amore in ore o settimane,
    ma dura fino all’ultimo Giudizio.

    Se si possa provare che è un errore,
    mai non ho scritto e mai nessuno ha amato.

  28. Non ho presente la versione originale del sonetto riportato da Tristano, ma leggendo quello tradotto da Arden mi vien da dire che è un’altra cosa. Mi piace di più la traduzione in “versi sciolti”. Forse le gabbie metriche non giovano a una buona traduzione, costringono a una maggiore infedeltà all’originale.

  29. Tristano, nel tradurre io non cerco di fare endecasillabi né di tentare altre misure, perché penso che dovrei allora anche riprodurre le rime, e fare un vero e proprio sonetto, insomma.
    Ma, benché la sfida possa anche appassionare, sono convinta che in realtà sia impossibile fare una cosa del genere se non considerando la “cosa” un libero rifacimento e non più una traduzione.

    Personalmente, di un poeta vertiginoso come Shakespeare a me interessa fare solo la traduzione, intesa come testo italiano da presentarsi solo ed esclusivamente accanto al testo originale.
    Nel fare la traduzione, mi propongo, non di “riprodurre” un ritmo attraverso la costruzione di versi (endecasillabi o settenari, non importa), ma di alludere, semplicemente alludere al ritmo (e anche alla rima): vorrei che il lettore sentisse che sta appunto di fronte a una pallida copia, a un fantasma di qualcosa di molto bello, profondo e musicale che, però, si trova altrove.
    Vorrei che, come quegli appassionati d’arte che un tempo conoscevano i grandi dipinti attraverso qualche incisione in bianco e nero che li traduceva in disegno, il lettore soffrisse un poco per non poter godere dell’originale, e fosse spinto a gettare l’occhio sul testo inglese, e a ricordare che quella, solo quella, è la poesia.

  30. Prova a dare un’occhiata qui, Anna.

    Io penso che il traduttore di un testo poetico debba sforzarsi di rendere in qualche modo, o almeno di inseguire, di suggerire l’andamento ritmico-prosodico dell’originale. Cosa che tu fai egregiamente, mi pare. Questo non vuol dire che bisogna a tutti i costi riprodurre rime, metro e tutto quanto; a meno di non voler scrivere un’altra cosa.
    Potrei condividere la tua posizione, se fossi un po’ meno drastica (“Quella,solo quella è la poesia”)…

  31. Anna, guarda: Anche ungaretti, prima di me, si è permesso di tradurre il sonetto 35:


    Non essere piú presa da pena per quello che hai fatto:
    Hanno spine, le rose, e fango l’argentea sorgente:
    Le nuvole e le eclissi intorbidano luna e sole,
    li cancro ripugnante vive nel bocciuolo piú tenero.
    È umano commettere errori, ne commetto uno io stesso
    Quando mi provo a discolparti facendo paragoni,
    Corrompendo me stesso per porgere unguento al tuo male,
    Scusando i tuoi peccati piú di quanto non converrebbe;
    Poiché un senso vado trovando ai tuoi falli sensuali,
    – Diventa tuo avvocato chi dovrebbe invece accusarti, –
    Intento in piena regola una causa contro di me:
    Tale guerra civile tra amore e rabbia infuria in me,
    Che non posso non diventare complice necessario
    Di quella dolce ladrona che acerbamente mi depreda.

    Ungaretti ne tradusse una quarantina, pare.
    Con tutto il rispetto, mi pare che traduci meglio tu.

  32. Cara Arden, se ti fidi del mio braccio ti porto a pattinare sulla mia pista.
    non ti parlerò quindi della traduzione di cui posso solo dirti che apprezzo la grazia che si prova leggendola, ma mi mancano gli attrezzi per apprezzarne tutta la competenza.
    Mi piacerebbe di più andare col grimaldello a cercare di aprire la sottile serratura che ne chiude un senso, intravisto da una fessura lasciata aperta dalla tua mano felice.
    Come dicevo non mi intendo di traduzioni, ma mi intendo di ambiguità, allora che persona è, una persona ne maschio ne femmina in un sonetto d’amore? se sortisse da un’esperienza del poeta sarebbe decisamente femminile trattandosi di amore, e avrebbe soprattutto connotazioni e caratteri vivi.
    Penso invece che il sonetto si rivolga ad una figura ideofora, come direbbe Ceronetti, che sia cioè portatrice di un altro significato. Credo si tratti della conoscenza, ma non quella sintetica e intuitiva; la Sofia, piuttosto la conoscenza distintiva razionale, che nel XVII secolo cominciava a diffondersi largamente.
    Ed è questo volto sempre dolce che non rispecchia il cuore freddo e distaccato, ed è anche la similitudine al pomo di Eva, che non è un ingrediente piccante ma è la conoscenza distintiva del bene e del male, che mi ricordano le parole del proverbio di Re Salomone: “per salvarti dalla donna straniera, dalla forestiera che ha parole seducenti, che abbandona il compagno della sua giovinezza”
    che il profeta contrappone alla Saggezza vera.
    Parlando a lei Shakespeare parla a nome dell’uomo, dell’uomo che si affida sempre di più a ciò che lo allontana da se stesso e lo tradisce, è ben scelto “fedele”.

  33. Ungaretti ha scritto cose molto belle. Ma che traduca questo sonetto al femminile è, non solo alquanto fastidioso, ma anche un esempio di come si possa appunto tradire profondamente – direi “faziosamente” – un testo che si sta pretendendo di tradurre.

    Quanto alla mia frase “quella, solo quella è la poesia”, volevo (e voglio) dire che una determinata poesia (nel caso quel sonetto di Shakespeare che sto traducendo) è, e non può essere altro, che quella cosa lì: cioè quel preciso impasto di suoni e senso.
    Prendi Era già l’ora che volge il disio /Ai naviganti e intenerisce il core… Staccalo dai suoi suoni: rimarrà una bella cosa, anche suggestiva e “poetica” forse, ma non sarà la poesia per cui Dante è Dante.
    Dante è lingua italiana. La sua lingua italiana, immediatamente riconoscibile, come la musica dei grandi musicisti.
    Così Shakespeare è lingua inglese.

    La traduzione, per quanto riguarda me, è un atto d’amore.
    Perciò non può essere quella pesantemente prosastica che alcuni usano con la scusa di voler essere letterali (e che fa chiudere il libro al lettore), ma non può, con buona pace anche di Goethe, pretendere di riprodurre l’originale.
    A mio parere, se è ben riuscita, dovrebbe suggerire un desiderio, far nascere una specie di nostalgia per quell’altrove linguistico cui allude.

  34. Topo, Topo, tu m’inviti a nozze! Qui potrei rimanere su fino a domani mattina per parlare del destinatario di questi Sonetti.
    Molto, forse troppo, sinteticamente, dirò che sono sostanzialmente d’accordo con te sul fatto che il Fair Youth (il giovane chiaro e bello) cui Shakespeare si rivolge, sia una figura ideofora (anche se non soltanto questo).
    Solo che, secondo il mio (personalissimo, aggiungo) parere, si tratta della Poesia, della Poesia alta e nobile (e perciò, platonicamente, vista in forma maschile, essendo qualcosa che riguarda la mente e lo spirito), che, però, nell’esperienza del nostro Will, si sporca e corrompe nella promiscuità col teatro e i suoi espedienti, trucchi, finzioni.
    Ma è un discorso molto lungo…

  35. Aggiungo, per il Topo, che (secondo la suddetta mia personalissima interpretazione) il teatro (trucchi, finzione, volgarità, espedienti, promiscuità ecc., ma anche passione e trionfo dei sensi) è invece la figura femminile e “dark”, fosca, dei Sonetti.
    La poesia pura si confonde però e intreccia con la passione teatrale.
    A questo proposito mi pare significativo il sonetto 144 che comincia dicendo:
    Ho due amori, a conforto e disperazione,
    che come due spiriti mi dan suggerimenti sempre:
    l’angelo migliore è un uomo di chiara bellezza;
    lo spirito peggiore una donna di malo color tinta.

    (Two loves I have of comfort and dispair,
    Which like two spirits do suggest me still,
    The better angel is a man right fair,
    The worser spirit a woman colour’d ill.)

    Aggiungo che l’interpretazione più diffusa e autorevole degli studiosi vede nei due “spiriti” contrapposti e compresenti rispettivamente l’amore platonico e quello erotico – e tentano, nello stesso tempo, deduzioni di carattere biografico.

  36. Si, addentrarsi nelle sottigliezze dei nascondimenti può anche portarci assai lontano, solo, la Poesia secondo Shakespeare credo che fosse ben più che un fatto estetico, ma il modo di raggiungere il cuore delle cose, una sapienza sensibile.
    Mentre non sono sicuro che il teatro ed i suoi trucchi fossero la preoccupazione del nostro riguardo la corruzione di quell’arte superiore, piuttosto detestava la filosofia di Orazio, razionale ed astratta.
    Le finzioni ed i trucchi penso che forniscano materia alla sapienza poetica che attraverso l’innocente inganno ha modo di toccarci più direttamente le corde interiori, certo, poi gli davano anche da vivere.

  37. Giowanni, ho letto il tuo QUI e credo che ci sia un equivoco; contrapporre la traduzione “poetica” che tenta di riprodurre metro e rima alla traduzione “di servizio” che non osa sostituirsi all’originale dicendo che la seconda è un modo di non far fatica è ingiusto e forse superficiale.
    Del lungo elenco di traduzioni, sarebbe interessante estrarre quei passaggi che per mantenere caratteristiche metriche e di rima arrivano ad invenzioni grottesche più che superate.
    Ma infine mi chiedo, qual’è lo spirito della poesia che si contrapponga alla disprezzata lettera?
    Perdere il senso narrativo di una poesia di Baudelaire per conservarne ritmo e rima significa farne una canzonetta, preferisco una traduzione in prosa con testo a fronte checchè ne dica Goethe (qualcuno mi salvi da Eburnea).
    Se poi la mano che traduce ha la grazia di quella di Arden (che non credo traduca in quattroequattrotto) si conserva, insieme al significato o un suo aspetto, quello che è il fine più evidente della forma, il piacere di leggere.

  38. Arden, la dark lady mi ha fatto venire subito in mente quella che i fisici chiamano materia oscura (http://gianruggeromanzoni.splinder.com/1098914419#3253745), il sensuale e plasmabile spirito vitale nella sua potenza caotica che il quieto giovane angelico coglie e illumina di senso.
    Mi rendo conto che su queste considerazioni si sono lanciati in ardite dispute esoteristi e apprendisti stregoni di varia fama e competenza, dispute di cui faccio volentieri a meno preferendo serbare la figura del bardo nella sua luce straordinaria e umana di poeta, che estende la sua esperienza dalla tenebra delle miserie umane alle altitudini luminose dello spirito.

  39. Sì, sì, Topo, il teatro per noi è così e siamo d’accordo che anche trucchi e finzioni offrono materia alla sapienza poetica.
    Leggendo Shake, ho invece avuto l’impressione che la cosa fosse per lui molto più sofferta e conflittuale.
    Non posso certo mettermi qui a disquisire su questo ora, ma tieni presente che bordelli e teatri erano spesso contigui, nella Londra del suo tempo, e gli introiti dell’uno e dell’altro finivano nelle medesime mani ( e Shake era socio della sua compagnia).
    Non solo: i predicatori puritani, e non solo loro, attaccavano allora violentemente il teatro appunto come luogo di finzione, falsità, promiscuità e peccato. Gli attori venivano ancora sepolti in terra sconsacrata.
    Insomma la questione era meno semplice di come potrebbe apparire a noi oggi.

    Inoltre:
    Anche Shake fa dire a un personaggio (un buffone) in As you like It che “la più vera poesia è quella che più finge”. Ma il contesto è tale che la dichiarazione va presa con le pinze e ha tutta l’aria di essere polemica e ironica.

    Infine:
    che Shake ce l’avesse con la filosofia di Orazio (il personaggio dell’Amleto, non il poeta, s’intende;-)), è un’illazione. Tutt’al più potremmo dire che un personaggio shakespeariano, Amleto, avendo visto un fantasma, non si sa da dove venuto, mette in dubbio la propria scienza filosofica (che è la stessa del suo ammirato amico e compagno di studi Orazio). Senza con ciò arrivare a dire che la detesti. Amleto, piuttosto, è in crisi rispetto a tutto l’ordine delle cose in cui prima ha creduto.
    Ma Amleto non coincide con Shakespeare. Come non vi coincidono Macbeth o Otello, anche se credibilmente tutti i personaggi da lui costruiti portano in sé qualche cosa di lui.

  40. Vero, Shake non è il suo personaggio, ma di lui ci restano quelli e anche in vita ho l’impressione che quelli fossero il suo visibile.
    Quello che mi chiedo è questo, in un’occidente che ha smantellato la conoscenza naturale, perseguitato e convertito a forza, che ha visto i marrani in Spagna, (gli ebrei che per salvare testa e fede si fingevano cristiani), un occidente che ha scelto l’ignoranza sistematica delle proprie radici fino alla schizofrenia tra scienza e fede, è l’ambiente in cui dire la verità richiede inganno ed artificio.
    Quale miglior sede che il teatro ed il bordello; rispetto a palazzi e curie erano posti puliti, moralmente intendo.
    Ma venendo alla tecnica catartica del teatro shakespeariano, è evidente che per attecchire la verità richiede uno spiazzamento anche violento (o grottesco) che metta in crisi il precedente modo di pensare, qualcosa che incrini la mentalità costituita per infettarla di verità nuova, allora il paradosso, l’inganno, il tradimento o la risata convulsa creano come uno stato di sbilanciamento, un’apertura che consente in alcuni casi, alle affilate frecce del poeta di centrare il nostro cuore ed illuminarci repentinamente.

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