Canzoni napoletane per Nausicaa

Confesso che non m’importa un picchio dei blog, di questo blog, di quanti si compiacciono di leggerlo e postare messaggi e linkarmi e quant’altro. Da ragazzo sognavo di fare il marinaio, ma non era così, non era qui che volevo navigare.
Il mio unico intento (lo confesso) è lanciare messaggi in bottiglia, sperando che LEI stia navigando per caso in questa piccola baia e li raccolga. Di una sola e improbabile lettrice m’importa: LEI.
Mi stramaledico. Sono stato io a insegnarle come si fa a cestinare la posta indesiderata senza neppure leggerla. Le ho insegnato io a usare Outlook e IE, io le ho regalato il suo primo computer… Non lo avessi mai fatto! Ora lei non sa più che farsene di me. Se le telefono, il mio nome (Argo) appare sul display e lei spegne il telefono. Il suo postino obbedisce alla consegna di buttate le mie lettere direttamente nel cassonetto antistante casa sua. Lei ha staccato, disinstallato, disabilitato ogni campanello, gate, suoneria personalizzata e canale che mi consentisse di annunciarmi, di comunicare con lei. Avevo fatto in modo che il suo pc avesse un IP statico, ma non riesco più a pingarla. E quanto vorrei pingarla! Adesso lei è più brava di me in queste cose: riesce a sventare ogni mio attacco. Chissà che firewall, che muraglia, che scudo la protegge dai miei amorosi assalti!
Dite che sto andando fuori tema? Che m’ero ripromesso di discettare unicamente dell’interfaccia? Vi sbagliate: è proprio dell’interfaccia che sto parlando. Era lei l’interfaccia della mia anima, i gangli di contatto tra la mia anima e i misteri del cosmo. E l’interfaccia friendly di Windows l’ha stregata, me l’ha portata via. Odio quelle toolbar, quel cruscotto, quella cabina di comando, quel mouse wireless che trasuda luce come un’astronave giocattolo, quello schermo piatto da 17 pollici che è diventato tutto il suo mondo. Adesso non le manca nulla. Ha stoccato sulla scrivania e nei cassetti tecnologia e viveri liofilizzati per almeno dieci anni, dimentica della mia zuppa di pesce. Forse si è dotata persino di attrezzatura cybersex, casco e glove compresi (su quei capelli! Su quella manina delicata!).
Questo blog è la mia ultima speranza, l’ultima spiaggia. Poi non mi resterà altro da fare che imbarcarmi alla volta di Tunisi, e da lì raggiungere El Sabria… Ci sarà ancora una guarnigione della legione straniera, là nel deserto?

(spudoratamente tuo)

(messaggio per Francia: ti scriverò domani. Adesso devo liberarmi di questi versi. Li butto in mare.)

Il gioco dell’eco

Poi nel gioco dell’eco
tu diventavi me. Persino i baffi,
il comico pathos, il sussiego.

Burattino, specchio dispettoso,
ripetevi i sospiri, le pause,
le più ingiuriose asserzioni,
in prima e in seconda persona.

“Io sono pazza…”
“Io sono pazza…”
“Tu sei il mio amore…”
“…il mio amore…” ma qui
tua era la voce, tua
l’esitazione.

E così mi dicevi di noi due,
di quella vicinanza, simmetria
e infinita distanza.

Era questo il modo perfetto
di dire dell’amore e contraddire.

E ogni parola pronunciata
era subito rima baciata.

Songs for you

Ma l’amore no,
l’amore mio non può
dissolversi con l’oro dei capelli.
(canzone degli anni 40)

Lulù dagli occhi blu
(anni 30?)

Tu dicevi canali, io stazioni.
Tu hai sempre abitato a Venezia,
io un po’ dappertutto.

Ti piaceva la radio,
quasi quanto la televisione.
Songs for you…Ti penso, oggi.
E canzone non c’è che non sia triste,
in tutte le frequenze.

I know what I likeWay to go…
Struggomi per… (Donizzetti)…
La mauvaise herbe… ma l’amore no,
non può. E poi le rose…

Era de maggio, e la canzone è dolce,
antica. Poi l’altra, che fa
mai più ti rivedrò – però il tuo sguardo
mi appartiene, e non è poca cosa.

I tuoi occhi non erano blu,
ma color vino limpido, nocciola
come fiori di belladonna.
Il sole fondeva in loro
oro, ametista, cristalli…

E io posso indossarli come occhiali,
quei gioielli, e così somigliarti.
Dai tuoi occhi guardare, come te
dileggiare l’amore
e non cessare d’amarti.

Se

Se cambiasse! Non solo il racconto
ma il tono e il destino persino
di questi versi!

Non saresti più tu, non sarei io.
Ed ecco, potrei ridere
di quel tale che ho visto ieri sera,
nello specchio – Chi era,
con quella bocca scempia
schiumante dentifricio
e quelle occhiaie? Pierrot? Nosferatu?
Confesso che davvero ho detto: addio.
Col dito puntato alla tempia.

E se lo avessi fatto? Poi ho scritto
una strofa inconclusa, che non era
questa, perché poi riscrivo,
ci ripenso, rivivo. Ma se…

Se fosse! Se tu volessi
che fossimo altri attori
in altri luoghi e contesti,
saremmo così tristi?

Se una volta sola tu,
dolce livida strega
che tormenta gli specchi, ti vestissi
(non dico nell’esercizio del tuo ufficio,
ma in vacanza, il giovedì grasso)
da fata turchina popputa,
da Biancaneve coi capelli rossi!

Se io unissi quei graziosi nei
che hai sul pancino riluttante
con dei tratti di penna: dimmi,
che costellazione disegnerei?

Ma tu non vorrai mai dissomigliare
alla sdegnosa maschera che sei.
E ora è questa la musa sgarbata
che governa i miei versi.

Così mi ami tu, così ti amo.
Così il dio si rivela e si nasconde.
Ogni legno ha la sua deformità.
Eppure, che fiori delicati!
Che festa d’uccelli tra le fronde!

Ha un suo costume ogni pena
e ogni amante si macera e avvilisce
secondo un suo criterio.
OK, fammi soffrire.
Prendiamoci sul serio.

Nausicaa
 
Arriva tu stavolta, approda, torna,
Nausica dalle bianche cosce.
Vieni senza annunciarti, non sobbalzi
a trilli e squilli e marcette
il cuore imbambolato: agli albanesi
e a te, randagia, è aperta la mia porta.

Difatti mon chiudo a chiave,
e ti ho insegnato il trucco per entrare,
oltre a darti un pretesto per andartene.

Nulla può essermi rubato
se non il ricordo di te.
I miei gioielli sono le tue pantofole.
Non attendo nessuno, fuorché te.

Entra e siediti, o aspettami nel letto.
Se sarò partito per un po’,
non potrò non tornare in questo loculo,
l’unico luogo che di me tu sai.

Tante ne ho viste di isole,
ma in te sola fu il mio naufragio.
Voglio accarezzarti senza fine
come il racconto dell’attesa.

E fino al tuo ritorno non avrò
altro da raccontare e ricordare.
Ogni memoria tornerà con te.
E per ogni neo che hai sul ventre
io ti darò un bacio (quanti nei!)
e ti racconterò una nuova storia.

Perché niente di nuovo apparirà
al tuo orizzonte deserto
se non in forma di nuove parole.

Al loro vento salpano gli scogli,
isola, principessa. Il loro senso
è tutto ciò che all’isola mancava.

 

… ET AMO

Ho visto che qualcuno posta poesie e racconti sul proprio blog per testarli. E’ un po’ come testare una tecnica chirurgica o un nuovo farmaco su un topo: in corpore vili. E se non superano il test?
Se questa poesia non supera il test, il blog muore (poco male, è un blog). Se lo supera, sarà inviata per posta celere, stampata… Non so.
Istruzioni per l’uso: non lasciatevi ingannare dal titolo e dal resto: è la più tenera poesia d’amore che io abbia mai scritto (capito, madonna Laura?).

Ho visto che qualcuno posta poesie e racconti sul proprio blog per testarli. E’ un po’ come testare una tecnica chirurgica o un nuovo farmaco su un topo: in corpore vili. E se non superano il test?
Se questa poesia non supera il test, il blog muore (poco male, è un blog). Se lo supera, sarà inviata per posta celere, stampata… Non so.
Istruzioni per l’uso: non lasciatevi ingannare dal titolo e dal resto: è la più tenera poesia d’amore che io abbia mai scritto (capito, madonna Laura?).

Insulti

Vafffa… con molte effe. F come
Folgorato Fissato Fuso aFFranto
Figlia Fiducia Fede Fedeltà.
Eccetera. Ti abbraccio Forte Forte:
ormai solo una formula, che vale
quanto un vai a farti… vai a farti
benedire glorificare,
maledicta tu in mulieribus,
benedetta. E sia maledetto
il tuo seno e il tuo pube e il giorno in cui…
No, fu di sera… Ricordi?…

Vacci: ti piace. E io vengo con te.
Mostarda, trota, tucana: vai a farti…
Da me, possibilmente. Perché, vedi…
Vedi l’arcano: riesco a desiderarti
mentre vorrei morsicarti, farti a brani,
vituperio del genere tuo
e di quante mai femmine furono.

Vieni che ti mangio, depravata,
insulsa, pezzo di miele, arpia, malnata.
Ti faccio un… Ma no, mi faccio un culto
del mio amore: accendo una candela
davanti alla tua foto e ogni sera
recito la preghiera, anima mia,
nella segreteria.

Stammi lontana, cercati altri sollazzi:
palestra cine gite ed altri…
Troppo facili
certe rime…

Odiamoci, purché io non ti perda.
Dissolviti sparisci dalla vita.
Involati angélicati assumiti
nel cielo dei miei versi, e sia anatema
a te e ai tuoi avi teutoni di merda,
amore che non sei altro.

Giovanni Monasteri
(La firma, narcisismo a parte, è per ricordare che tutti i diritti sono riservati, come la persona a cui la lirica è dedicata).

(brogliaccio di appunti non di guerra ma sulla guerra)

di Roberto Roversi

 

oh il bellissimo ombrello

bianco che la

bomba Enola Gay

disegna

nell’azzurro senza fine

cadono bruciando inebriati

di luce gli uccelli

freddo cala di sera

il dio della morte scalzo

comincia a danzare

tuonando

 

la GUERRA è un inferno buono

per chi non ha paura d’arrostire-

non conosce sole o inverno

regala piume tiepide

nel vento si avvolge appena

e il soldato può se vuole

invitare a un pranzo o a una cena

perfino il colonnello, il generale-

cosa c’è nella vita di più bello?

cosa di meno male?

mai si rischia in GUERRA di morire

e se una volta è capitato

mai più potrà avvenire

è il dieci d’aprile serrare le file

si va all’assalto con la paura

che puzza in gola come pelle di vacca-

il fiume della vita si è seccato-

forse fra pietra e pietra

un pezzo di terra raccoglierà

il nostro corpo sbracato

anche il mortaio è una buona cosa

lucido leggero spara e non fa quasi rumore

il colpo non si vede

dove è andato è un mistero-

forse in un cimitero di povere ossa

su un cespuglio di rose vicino a una ragazza

sulla schiena di un cavallo albìno

sull’elmetto dì un soldato che corre-

la gentile signora non fa distinzione

fra rose cavalli ossa soldato o

un intero plotone

tombe di vecchi soldati –

ammantato di stelle dell’Orsa un cielo notturno

è notte

il signore della malasorte luci

e farfalle inghiotte

senza torcere le labbra

i suoi silenzi di rabbi

lasciano peste nera sulla spalla

del soldato

morto o addormentato

fiumi gialli di miele

lasciati cadere da api pazze d’amore

che nessuno riesce a fuorviare

scorrono sul cuore del soldato

nudo defunto

nel campo arato dalle unghie dei cinghiali

la mia domanda è questa:

la GUERRA è un bene o un male?

oggi una granata al caporale

ha portato via piede e mano scagliandole lontano-

per lui una giornata disgraziata-

sanguinava come un maiale appeso a un chiodo –

cristo che magone-

non era bello da vedere-

perché chiudete gli occhi ha urlato il capitano

ha perduto solo un piede una mano

domani può capitare a noi

imparate a guardare il mondo che è rotondo

nel bene e nel male

per non trovarvi abbandonati il giorno del giudizio-

eh si dico io una giornata storta

oramai ci capita sovente-

ma questa volta è toccata al caporale

urla il signor ufficiale

mica è toccata a me a voi tenetelo a mente

attraversiamo un bosco con chiodi di croci-

là dove un giovane cervo pascolava lento

oggi noi stiamo-

nessuno è scontento alla domenica di

dormire troppo a lungo

se lunedì lavora –

e lunedi per noi

è un giorno di gran combattimento –

bravo buono generoso valente guerriero

che di fronte mi stati e sei nemico altero

non mirare stringendo l’occhio non

puntare il fucile con l’alzo a zero

lascia che la nuvola mi copra d’ombra per terra

vorrei vivere fino a domani

vedere calare la sera fra l’abbaiare dei cani

ma si può in GUERRA dimenticare la GUERRA?

 

Roberto Roversi

Il mondo è più grande di 17 pollici

22-agosto
E’ il titolo del post che scriverò appena avrò tempo. Volendo, lo si potrebbe già commentare, poichè il succo del discorso che voglio fare è tutto nel titolo.

23-agosto
Il mondo è più grande di 17 pollici. Devo ricordarmene. E forse non ho altro da aggiungere. 
Su internet ho visto che oggi è una bella giornata. Meno male. Vorrei andare al mare, ma le mie ferie sono finite. Si può piagnucolare in un post?
Voglio postare una poesia di Valerio Magrelli (sperando che lei, la poesia, non se l’abbia a male). In pochi versi dice quant’è grande il mondo, non solo in longitudine e latitudine, ma anche in profondità… Non mi ricordavo il titolo e, non avendo qui a disposizione il libro con la raccolta completa dell’opera poetica di Magrelli, ho scritto su Google : PETROLIO MAGRELLI. Ed eccola qua. Questa accessibilità immediata al Sapere Universale un po’ mi elettrizza e un po’ mi scoraggia.
Provo anche con MAGRELLI CICLISTA, ma non trovo la poesia che m’interessa. T’ho fregato, motore di ricerca. Però non me la ricordo… Come faceva?… "Il ciclista che affronta la salita…"

Consiglio la lettura dell’opera completa (credo) di Magrelli: "Poesie e altre poesie", Einaudi. Ma non siate pigri:cercate in libreria.

L’abbraccio

Tu dormi accanto a me così io mi inchino
e accostato al tuo viso prendo sonno
come fa lo stoppino
da uno stoppino che gli passa il fuoco.
E i due lumini stanno
mentre la fiamma passa e il sonno fila.
Ma mentre fila vibra
la caldaia nelle cantine.
Laggiù si brucia una natura fossile,
là in fondo arde la Preistoria, morte
torbe sommerse, fermentate,
avvampano nel mio termosifone.
In una buia aureola di petrolio
la cameretta è un nido riscaldato
da depositi organici, da roghi, da liquami.
E noi, stoppini, siamo le due lingue
di quell’unica torcia paleozoica.

Valerio Magrelli, Esercizi di tiptologia (Mondadori).

<title> “SCRIPTA VOLANT” (Umberto Eco) </title> 

Divagazioni e lamentazioni dell’oscurantista di turno

  <body onload= “Worm_distruggi_Tutti_I_Blog_Esistenti ()” bgcolor= "#BIANCO!”>


Leggere questo post vi costerà O,5 euro: troppo lungo… Prediligo la sintassi ipotattica e arzigogolata, classica. Scivolo verso la paratassi solo quando, in perfetto multitasking, rispondo al cellulare con una mano, con l’altra digito sulla tastiera e con l’altra… Dimenticavo che ho due sole mani. E quanti neuroni? Pochi, ormai. Non li misuro più in megabyte, ma in byte.

Vi risparmio i tag <font> <div> <p> e quant’altro. M’era venuta la strampalata idea di fare un copia/incolla di codice html dentro l’editor. Ma forse non ho voglia di giocare. Piuttosto, mi pongo domande cruciali e preoccupate sulla scrittura on line, sui blog, sul blob: che fine faranno, o hanno già fatto, il romanzo e i poemi in terzine incatenate e in ottave?  Si vede che in questo momento non ho preoccupazioni più serie: ho pagato tutte le bollette scadute, ho fatto la spesa, ho aggiornato le impronte virali di Norton Antivirus e ho snidato e distrutto il perfido worm che insidiava i miei preziosi inediti d’autore.
Io sono un uomo d’altri tempi, dell’epoca in cui il tempo e lo sguardo scorrevano in una precisa direzione, da un inizio a una fine, come i romanzi, che non potevano essere letti se non rispettando la sequenza cronologico-spaziale dei capitoli, delle pagine, delle parole. Poi qualcuno inventò il link ipertestuale e la scrollbar… Oddio no!, sto per propinarvi un discorso dall’andamento lineare e ben strutturato, un discorso con un capo e una coda e discretamente lungo, come quelli che scrivevo e declamavo ai tempi in cui tenevo corsi sull’ipertestualità per gli insegnanti delle scuole elementari.  Internet non c’era ancora, a quei tempi, o muoveva allora i suoi primi passi. Affermavo (allora) che l’ipertesto è congeniale ai processi psichici, al pensiero, il quale non procede in linea retta ma per salti, associazioni, scarti, rimpalli. Ritenevo, inoltre (e la mia era un’opinione abbastanza condivisa) che il testo tradizionale e la “forma libro” fossero una costrizione tanto innaturale quanto inevitabile, frutto di un limite della tecnologia tradizionale, mentre le nuove tecnologie (eccetera, e qui un coro di osanna al’iper-ultra-testualità/medialità).  Leggevo Negroponte (“Esseri digitali”) e Maragliano (“Esseri multimediali”), e mi sentivo anch’io un essere digitale, sottile, quasi incorporeo, onnipresente e onnipotente come il protagonista del film “Il tagliaerbe”. Poi sono invecchiato. Ora sto leggendo Angelo Poliziano (me l’ero perso: il professore di italiano, al liceo, lo liquidava come “un minore”).
Ma non stavo pensando tanto al pensiero rettilineo o non rettilineo o alle forme e possibilità della scrittura nel terzo millennio (sì, ho pagato anche il condominio): ciò che mi turba e ossessiona, adesso, è il fatto che le nuove tecnologie mettono in discussione una proposizione nata con la scrittura (molto prima della rivoluzione gutenberghiana, quando le parole venivano scolpite sulla pietra): SCRIPTA MANENT. "Scripta" suonava come "sculpta": [parole] scolpite. E ora, mio dio!, questa severa asserzione non è più vera. Per esempio, se mi rendo conto che sto scrivendo una stronzata (come accade spesso), seleziono il testo e premo canc. Scopro l’acqua calda se dico che la differenza tra un blog e un giornale sta nel fatto che un giornale pubblicato non può essere cancellato, specie se è stato distribuito in migliaia di copie? Arrossisco ancora oggi quando penso a uno strafalcione ortografico commesso molti anni fa, in un pezzo scritto per un giornale: volendo decantare il do di petto di un certo tenore, avevo scritto “petto” con una sola T. Ora non corro rischi. Questa giudiziosa applicazione, denominata blinder, mi mette a disposizione l’opzione elimina. E se ieri ho scritto delle castronerie, cosa o chi ne sarà testimone dopo che avrò cliccato sul pulsante elimina? Qualcuno potrebbe ricordarsene, certo, o potrebbe aver fatto un indebito copia/incolla, contravvenendo alle leggi sui diritti d’autore… Qualcuno potrebbe ricordarsene! Siamo tornati alla cultura orale: la memoria umana, i neuroni scombinati,  inaffidabili, bruciati da ore e ore di esposizione ai luccichii della Rete, nel futuro saranno il solo Archivio Universale del Sapere. E saranno pur sempre più affidabili di qualsiasi hard disk presidiato da qualsiasi Antivirus. I neuroni, tra l’altro, hanno un indiscutibile vantaggio sugli hard disk: possono scegliere cosa ricordare e cosa cestinare. Sono inoltre dotati di un meccanismo di troppopieno: quando c’è troppa roba nella cocuzza, il di più viene eliminato. Il mio hard disk è stupido e passivo come un ragazzino videodipendente: è pieno di schifezze di cui non so né cosa siano né chi le abbia messe lì. E se non sono io a fare pulizia periodicamente, mi ritrovo decine di mega di merda nella macchina. Più l’HD è capiente, più merda ci sta e più si alza la mia soglia di tolleranza alla merda che infesta le “cartelle”. Salvo poi identificarmi con la macchina e sentire che la mia anima diventa onnivora e ipertrofica come lei; e allora è fatica titanica ripulire le stalle d’Augia. Ma forse sto andando fuori tema. E poi un post non può essere così lungo.
Una volta si diceva “mettere nero su bianco”. A dispetto della fragilità del supporto (cartaceo o lapideo che fosse), ciò che veniva detto per iscritto era perentorio e irrevocabile. Ecco allora un articolo di Umberto Eco, di alcuni anni fa, intitolato “Scripa volant”. Non era una bustina, ma un articolo lungo (non ricordo su che giornale). Lì il tema non era l’ipertestualità o l’editoria elettronica, ma la fragilità della carta prodotta nell’era dell’effimero. Nei secoli scorsi –diceva Eco – l’industria cartaria produceva carta di qualità assai migliore dell’attuale, meno deperibile. Ma quanto più deperibile e effimero (dico io) è ciò che viene pubblicato su un blog!  E se poi ci si mettono anche i virus? Quanto più perniciosi sono i virus informatici rispetto ai batteri che si annidano nelle sacre fibre della carta stampata!
Però “Scripta volant”. E quanto velocemente volant! Pubblico il post e in pochi secondi ciò che ho appena scritto sarà visibile in tutto il mondo, cioè sarà perfettamente invisibile e insignificante come una sardina in un immenso banco di sardine nell’oceano. 
E qui finalmente rivelo i miei veri sentimenti e le mie intenzioni: odio i blog, e ne ho aperto uno solo per imparare a conoscere il nemico, per distruggerlo. Distruggerò tutti i blog della rete, o care e sbigottite sardine.
Forse sto esagerando, l’iperbole è la mia passione. Però, lasciatemelo dire, ho davvero in odio alcune opzioni della toolbar, ormai standard: quella che consente di cambiare il colore delle parole, per esempio: ma il colore delle parole è nero, cazzo (su un blog mi concedo di scrivere la parola cazzo, su un foglio di carta no, non oserei). Il colore delle parole è nero, e non potrà mai essere rosso o giallo. E il colore della carta è bianco!
Confesso che sto per mettere in atto la più terrificante azione terroristica di tutti i tempi: sto progettando un virus che in poche ore distruggerà tutti i blog della rete.

Come vi dicevo (o forse dovrei dire “mi dicevo, perchè le nuove tecnologie incoraggiano il solipsismo, tutti parlano a se stessi… Specialmente se fanno discorsi lunghi: i byte non sono leggeri e impalpabili, pesano… E poi la bolletta telefonica ha un costo, i discorsi lunghi sono un attentato alla borsa dei lettori)… Come vi dicevo, io sono un uomo d’altri tempi. Non ho perso il treno, ma vorrei averlo perso. Ho imparato a padroneggiare i linguaggi di programmazione solo perché i linguaggi in genere mi interessavano. Ero affascinato dal rigore formale di certi costrutti come dalla prosa di Machiavelli: bastava una virgola al posto sbagliato e l’applicazione non funzionava. Anche una poesia può non funzionare se sbagli una virgola. Ma non mischiamo il sacro col profano.

Fine delle divagazioni.

Ho scritto a penna questo… come si chiama un pezzo scritto per un blog? Pezzo? Articolo? Post. L’ho scritto a penna e poi l’ho ricopiato. Una fatica! 
In questo preciso istante ho finito di ricopiare e sto per premere il pulsante Pubblica il post… Giuro che lo faccio… Sono un irresponsabile…

Giovanni Monasteri (Lo so che i post non si firmano, ma è una vecchia abitudine)

<Poscritto>
Qualcuno mi farà notare che già i miniaturisti, molti secoli fa, usavano inchiostri colorati. E’ vero, non ci avevo pensato. E facevano dei disegnini graziosissimi e accuratissimi, al cui paragone le gif animate sono cacchette. L’invenzione della stampa fu il primo, enorme passo indietro nella storia dell’umanità. 
Devo riflettere meglio sull’intera faccenda, riflettere anche sulle ragioni del mio oscurantismo. Nostalgie? Smarrimento? Frustrazione ogni volta che  cerco qualcosa che non trovo, e che nessun motore di ricerca potrà aiutarmi a trovare? Metafisico sbigottimento di fronte alle infinitamente piccole architetture nei chip di silicio, inimmaginabilmente potenti e onnipresenti? Mistico sgomento al pensiero che uno spyware o un haker possono carpire i segreti del mio cuore, rapinarmi una lettera d’amore, sventare un tradimento? 
Devo riflettere. Forse mi farò un sito costellato di miniature, un sito miniato.
</poscritto>

</body>

 

 

 

 

La poesia non è un elenco puntato


Avevo fatto l’upg di Word. Ma è meglio scriverlo per esteso: avevo upgradato Word, il nostro venerato programma di videoscrittura, che già nei lontani anni 80 upgradò la mia gloriosa Olivetti Lettera 32. Upgradare… Scusate l’orribile neologismo: deformazione professionale. Sono un programmatore di professione (o forse sarebbe meglio dire esercito la professione del programmatore), ma quando non programmo vorrei potermi ricordare che una volta ero un tradizionalista e un purista, in fatto di lingua. Dovrei dire: ho installato una versione più recente dell’applicativo denominato Microsoft Word. Quella precedente mi andava in tilt (come si dice tilt in italiano?)… mi andava in crash quando caricavo il file “Alla ricerca della cosa perduta”, un romanzo che stavo scrivendo e che poi ho lasciato perdere. Un romanzo lunghissimo: il file era di 180 mega… Quelli dell’Accademia della Crusca sanno cos’è un “mega”? Viene dal greco mégas, che vuol dire grande, e quindi si capisce che il romanzo era lungo 180. Ma 180 cosa? Metri? Litri? Pollici? Capitoli? Ve lo dico io quant’era lungo: la bellezza di 1800 pagine (che c’entra qui la bellezza? Non sarà un’espressione troppo colloquiale e gergale?). Insomma (scusate le digressioni) Word mi andava in overflow: GPF all’indirizzo FF001546&… Non ce la faceva a gestire lo swap con l’hd. In parole poverissime, il romanzo era davvero lungo. Così ho installato Word 2000. Ma, subito dopo l’upgrade, ho lasciato perdere la recherche e ho ripreso in mano delle vecchie poesie (in mano, si fa per dire: ho aperto il file c:document and settingdocumentipoesiaamoreamore_mio.doc). Dovete sapere, infatti, che giusto in quel periodo la mia Euridice era morta, si era vaporizzata come i byte quando l’hard disk si sputtana e i clusters vanno a farsi fottere. Probabilmente anche lei, come i clusters… Insomma avevo urgenza di aggiornare, o upgradare, il mio canzoniere d’amore. Per farla breve, (io che sono abituato a farla lunga), per farla breve, adesso usavo word 2000 per scrivere delle poesie d’amore. “Ma qui comincian le dolenti note” (accapo): ogni volta che premevo Invio senza aver digitato punto alla fine della frase, Word inseriva automaticamente un punto elenco all’inizio del verso e mi appariva una dispettosa graffetta animata, dotata di occhi e sopracciglia, insieme a una finestra di dialogo di tipo callout. Nella finestra di dialogo (che non è la shakesperiana finestra in cui avvenivano i dialoghi tra Romeo e Giulietta) c’era scritto: “Word ha trasformato l’elenco generico in elenco puntato”. E, se andavo avanti, l’intera poesia appariva come un oltraggioso elenco puntato, che è anche peggio di un elenco numerato.
Ma cazzo, voglio scrivere una poesia per Euridice, e non un fottutissimo elenco puntato!
Vi è mai capitato di incazzarvi e urlare con un software? A me accade tutti i giorni, specie con quelli che faccio io. Ma è come rivolgersi a un cactus e gridare:
• O natura cortese,
• Son questi i doni tuoi?
• Questi i diletti sono
• che tu porgi ai mortali?

Chiedo perdono a Leopardi (anche per i punti interrogativi, perchè nel testo leopardiano c’è scritto: O natura cortese, / son questi i doni tuoi,/ questi i diletti sono/che tu porgi ai mortali). Per farla breve (e dagli co’ ‘sta mania della brevità, manco stessi scrivendo un sms… a proposito, quandi byte o caratteri ho a disposizione per ogni post? Quali sono i limiti del sistema?)… per farla un po’ più lunga (diciamo), mi dichiarai sconfitto. Non riuscivo a disabilitare quella mirabolante funzionalità, e allora… Ma sì, aveva ragione lui, Word 2000, che non per niente si chiama Word 2000, mentre io sono nato nel 53. Avevo sbagliato tutto nella vita. Avrei dovuto iscrivermi a ragioneria, invece che al classico, e scrivere lettere commerciali invece che poesie. Era lui il futuro. Che mi restava da fare? Scrivere un manifesto neofuturista? E perché no? Tanto per cominciare, scrissi un’ode a Microsoft Word, che vi copincollo senz’altro (per vostro diletto, se mai è dilettosa).
Questo racconto (breve, stavolta), giusto per fare un cappelletto introduttivo alla poesia, come faceva Dante Alighieri nel “La vita nuova” (un brano di prosa introduttivo-esplicativo…poi una poesia…)

Ode a Word 2000
ovvero
Vuoi l’elenco puntato, maledetto? E elenco puntato sia.

Ode a Word 2000
ovvero
Vuoi l’elenco puntato, maledetto? E elenco puntato sia.

• Il mio Word processor evoluto

• si occupa con molto scrupolo

• della formattazione e l’inventario

• dei miei versi. Mi conta le parole,

• le sillabe e le revisioni.

• Non ancora metafore, assonanze

• e tormentate espunzioni.

• E’ spiacente di non trovare

• i miei solecismi nel suo dizionario.

• Non conosce i quartieri del mio paese,

• i nomi delle donne che ho amato.

• Mi propone di sostituire

• Arianna con ariana e Castellina

• con castellana.

• Poi mi chiede, sapendomi distratto,

• se voglio salvare, salvarmi.

• Ma non sa, in questa release,

• suggerirmi la Via e la Verità.

• Non riesce a trovare la ragione

• del mio andare così spesso accapo,

• tanto che mi tormenta con un tip:

• “vuoi sostituire questo elenco generico

• con un elenco puntato?"

Per questo blog vorrei una pagina bianca, senza sfondi, senza titoli vistosi e bottoni e banner e loghi: solo testo (ahi, il grassetto! M’è scappato). Ma mi sembra di capire che non è possibile. Ci saranno comunque menu e intestazioni e gli ammennicoli vari del portale (si dice così?). Comunque questo "splinder" mi piace. Ho visto che ci scrive gente seria.
Per adesso cerco di capire come si fa a editare e pubblicare (è già tanto). Non ho un buon rapporto con le alte tecnologie, o con le tecnologie in genere, anche se di mestiere faccio il programmatore. In internet mi perdo sempre, i motori di ricerca mi scoraggiano e mi lasciano in panne.
L’url dovrebbe dire già abbastanza sulle mie "preferenze" (parola che troviamo spesso nei menu): non mi piacciono né le allodole ne gli specchietti per le allodole. Scrivo (e leggo anche, grazie a dio) racconti e poesie. Per la poesia vorrei "ampi margini bianchi" (chi ha usato per primo questa espressione? Pierre Reverdy, se non ricordo male). Quindi, niente sfondi, né sottofondi: silenzio e margini bianchi. Ma del contesto sembra che i testi non possano fare a meno…
Questo è tutto. Per ora cerco di capire come si fa.

Giovanni Monasteri