<title> “SCRIPTA VOLANT” (Umberto Eco) </title> 

Divagazioni e lamentazioni dell’oscurantista di turno

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Leggere questo post vi costerà O,5 euro: troppo lungo… Prediligo la sintassi ipotattica e arzigogolata, classica. Scivolo verso la paratassi solo quando, in perfetto multitasking, rispondo al cellulare con una mano, con l’altra digito sulla tastiera e con l’altra… Dimenticavo che ho due sole mani. E quanti neuroni? Pochi, ormai. Non li misuro più in megabyte, ma in byte.

Vi risparmio i tag <font> <div> <p> e quant’altro. M’era venuta la strampalata idea di fare un copia/incolla di codice html dentro l’editor. Ma forse non ho voglia di giocare. Piuttosto, mi pongo domande cruciali e preoccupate sulla scrittura on line, sui blog, sul blob: che fine faranno, o hanno già fatto, il romanzo e i poemi in terzine incatenate e in ottave?  Si vede che in questo momento non ho preoccupazioni più serie: ho pagato tutte le bollette scadute, ho fatto la spesa, ho aggiornato le impronte virali di Norton Antivirus e ho snidato e distrutto il perfido worm che insidiava i miei preziosi inediti d’autore.
Io sono un uomo d’altri tempi, dell’epoca in cui il tempo e lo sguardo scorrevano in una precisa direzione, da un inizio a una fine, come i romanzi, che non potevano essere letti se non rispettando la sequenza cronologico-spaziale dei capitoli, delle pagine, delle parole. Poi qualcuno inventò il link ipertestuale e la scrollbar… Oddio no!, sto per propinarvi un discorso dall’andamento lineare e ben strutturato, un discorso con un capo e una coda e discretamente lungo, come quelli che scrivevo e declamavo ai tempi in cui tenevo corsi sull’ipertestualità per gli insegnanti delle scuole elementari.  Internet non c’era ancora, a quei tempi, o muoveva allora i suoi primi passi. Affermavo (allora) che l’ipertesto è congeniale ai processi psichici, al pensiero, il quale non procede in linea retta ma per salti, associazioni, scarti, rimpalli. Ritenevo, inoltre (e la mia era un’opinione abbastanza condivisa) che il testo tradizionale e la “forma libro” fossero una costrizione tanto innaturale quanto inevitabile, frutto di un limite della tecnologia tradizionale, mentre le nuove tecnologie (eccetera, e qui un coro di osanna al’iper-ultra-testualità/medialità).  Leggevo Negroponte (“Esseri digitali”) e Maragliano (“Esseri multimediali”), e mi sentivo anch’io un essere digitale, sottile, quasi incorporeo, onnipresente e onnipotente come il protagonista del film “Il tagliaerbe”. Poi sono invecchiato. Ora sto leggendo Angelo Poliziano (me l’ero perso: il professore di italiano, al liceo, lo liquidava come “un minore”).
Ma non stavo pensando tanto al pensiero rettilineo o non rettilineo o alle forme e possibilità della scrittura nel terzo millennio (sì, ho pagato anche il condominio): ciò che mi turba e ossessiona, adesso, è il fatto che le nuove tecnologie mettono in discussione una proposizione nata con la scrittura (molto prima della rivoluzione gutenberghiana, quando le parole venivano scolpite sulla pietra): SCRIPTA MANENT. "Scripta" suonava come "sculpta": [parole] scolpite. E ora, mio dio!, questa severa asserzione non è più vera. Per esempio, se mi rendo conto che sto scrivendo una stronzata (come accade spesso), seleziono il testo e premo canc. Scopro l’acqua calda se dico che la differenza tra un blog e un giornale sta nel fatto che un giornale pubblicato non può essere cancellato, specie se è stato distribuito in migliaia di copie? Arrossisco ancora oggi quando penso a uno strafalcione ortografico commesso molti anni fa, in un pezzo scritto per un giornale: volendo decantare il do di petto di un certo tenore, avevo scritto “petto” con una sola T. Ora non corro rischi. Questa giudiziosa applicazione, denominata blinder, mi mette a disposizione l’opzione elimina. E se ieri ho scritto delle castronerie, cosa o chi ne sarà testimone dopo che avrò cliccato sul pulsante elimina? Qualcuno potrebbe ricordarsene, certo, o potrebbe aver fatto un indebito copia/incolla, contravvenendo alle leggi sui diritti d’autore… Qualcuno potrebbe ricordarsene! Siamo tornati alla cultura orale: la memoria umana, i neuroni scombinati,  inaffidabili, bruciati da ore e ore di esposizione ai luccichii della Rete, nel futuro saranno il solo Archivio Universale del Sapere. E saranno pur sempre più affidabili di qualsiasi hard disk presidiato da qualsiasi Antivirus. I neuroni, tra l’altro, hanno un indiscutibile vantaggio sugli hard disk: possono scegliere cosa ricordare e cosa cestinare. Sono inoltre dotati di un meccanismo di troppopieno: quando c’è troppa roba nella cocuzza, il di più viene eliminato. Il mio hard disk è stupido e passivo come un ragazzino videodipendente: è pieno di schifezze di cui non so né cosa siano né chi le abbia messe lì. E se non sono io a fare pulizia periodicamente, mi ritrovo decine di mega di merda nella macchina. Più l’HD è capiente, più merda ci sta e più si alza la mia soglia di tolleranza alla merda che infesta le “cartelle”. Salvo poi identificarmi con la macchina e sentire che la mia anima diventa onnivora e ipertrofica come lei; e allora è fatica titanica ripulire le stalle d’Augia. Ma forse sto andando fuori tema. E poi un post non può essere così lungo.
Una volta si diceva “mettere nero su bianco”. A dispetto della fragilità del supporto (cartaceo o lapideo che fosse), ciò che veniva detto per iscritto era perentorio e irrevocabile. Ecco allora un articolo di Umberto Eco, di alcuni anni fa, intitolato “Scripa volant”. Non era una bustina, ma un articolo lungo (non ricordo su che giornale). Lì il tema non era l’ipertestualità o l’editoria elettronica, ma la fragilità della carta prodotta nell’era dell’effimero. Nei secoli scorsi –diceva Eco – l’industria cartaria produceva carta di qualità assai migliore dell’attuale, meno deperibile. Ma quanto più deperibile e effimero (dico io) è ciò che viene pubblicato su un blog!  E se poi ci si mettono anche i virus? Quanto più perniciosi sono i virus informatici rispetto ai batteri che si annidano nelle sacre fibre della carta stampata!
Però “Scripta volant”. E quanto velocemente volant! Pubblico il post e in pochi secondi ciò che ho appena scritto sarà visibile in tutto il mondo, cioè sarà perfettamente invisibile e insignificante come una sardina in un immenso banco di sardine nell’oceano. 
E qui finalmente rivelo i miei veri sentimenti e le mie intenzioni: odio i blog, e ne ho aperto uno solo per imparare a conoscere il nemico, per distruggerlo. Distruggerò tutti i blog della rete, o care e sbigottite sardine.
Forse sto esagerando, l’iperbole è la mia passione. Però, lasciatemelo dire, ho davvero in odio alcune opzioni della toolbar, ormai standard: quella che consente di cambiare il colore delle parole, per esempio: ma il colore delle parole è nero, cazzo (su un blog mi concedo di scrivere la parola cazzo, su un foglio di carta no, non oserei). Il colore delle parole è nero, e non potrà mai essere rosso o giallo. E il colore della carta è bianco!
Confesso che sto per mettere in atto la più terrificante azione terroristica di tutti i tempi: sto progettando un virus che in poche ore distruggerà tutti i blog della rete.

Come vi dicevo (o forse dovrei dire “mi dicevo, perchè le nuove tecnologie incoraggiano il solipsismo, tutti parlano a se stessi… Specialmente se fanno discorsi lunghi: i byte non sono leggeri e impalpabili, pesano… E poi la bolletta telefonica ha un costo, i discorsi lunghi sono un attentato alla borsa dei lettori)… Come vi dicevo, io sono un uomo d’altri tempi. Non ho perso il treno, ma vorrei averlo perso. Ho imparato a padroneggiare i linguaggi di programmazione solo perché i linguaggi in genere mi interessavano. Ero affascinato dal rigore formale di certi costrutti come dalla prosa di Machiavelli: bastava una virgola al posto sbagliato e l’applicazione non funzionava. Anche una poesia può non funzionare se sbagli una virgola. Ma non mischiamo il sacro col profano.

Fine delle divagazioni.

Ho scritto a penna questo… come si chiama un pezzo scritto per un blog? Pezzo? Articolo? Post. L’ho scritto a penna e poi l’ho ricopiato. Una fatica! 
In questo preciso istante ho finito di ricopiare e sto per premere il pulsante Pubblica il post… Giuro che lo faccio… Sono un irresponsabile…

Giovanni Monasteri (Lo so che i post non si firmano, ma è una vecchia abitudine)

<Poscritto>
Qualcuno mi farà notare che già i miniaturisti, molti secoli fa, usavano inchiostri colorati. E’ vero, non ci avevo pensato. E facevano dei disegnini graziosissimi e accuratissimi, al cui paragone le gif animate sono cacchette. L’invenzione della stampa fu il primo, enorme passo indietro nella storia dell’umanità. 
Devo riflettere meglio sull’intera faccenda, riflettere anche sulle ragioni del mio oscurantismo. Nostalgie? Smarrimento? Frustrazione ogni volta che  cerco qualcosa che non trovo, e che nessun motore di ricerca potrà aiutarmi a trovare? Metafisico sbigottimento di fronte alle infinitamente piccole architetture nei chip di silicio, inimmaginabilmente potenti e onnipresenti? Mistico sgomento al pensiero che uno spyware o un haker possono carpire i segreti del mio cuore, rapinarmi una lettera d’amore, sventare un tradimento? 
Devo riflettere. Forse mi farò un sito costellato di miniature, un sito miniato.
</poscritto>

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