Canzoni napoletane per Nausicaa

Confesso che non m’importa un picchio dei blog, di questo blog, di quanti si compiacciono di leggerlo e postare messaggi e linkarmi e quant’altro. Da ragazzo sognavo di fare il marinaio, ma non era così, non era qui che volevo navigare.
Il mio unico intento (lo confesso) è lanciare messaggi in bottiglia, sperando che LEI stia navigando per caso in questa piccola baia e li raccolga. Di una sola e improbabile lettrice m’importa: LEI.
Mi stramaledico. Sono stato io a insegnarle come si fa a cestinare la posta indesiderata senza neppure leggerla. Le ho insegnato io a usare Outlook e IE, io le ho regalato il suo primo computer… Non lo avessi mai fatto! Ora lei non sa più che farsene di me. Se le telefono, il mio nome (Argo) appare sul display e lei spegne il telefono. Il suo postino obbedisce alla consegna di buttate le mie lettere direttamente nel cassonetto antistante casa sua. Lei ha staccato, disinstallato, disabilitato ogni campanello, gate, suoneria personalizzata e canale che mi consentisse di annunciarmi, di comunicare con lei. Avevo fatto in modo che il suo pc avesse un IP statico, ma non riesco più a pingarla. E quanto vorrei pingarla! Adesso lei è più brava di me in queste cose: riesce a sventare ogni mio attacco. Chissà che firewall, che muraglia, che scudo la protegge dai miei amorosi assalti!
Dite che sto andando fuori tema? Che m’ero ripromesso di discettare unicamente dell’interfaccia? Vi sbagliate: è proprio dell’interfaccia che sto parlando. Era lei l’interfaccia della mia anima, i gangli di contatto tra la mia anima e i misteri del cosmo. E l’interfaccia friendly di Windows l’ha stregata, me l’ha portata via. Odio quelle toolbar, quel cruscotto, quella cabina di comando, quel mouse wireless che trasuda luce come un’astronave giocattolo, quello schermo piatto da 17 pollici che è diventato tutto il suo mondo. Adesso non le manca nulla. Ha stoccato sulla scrivania e nei cassetti tecnologia e viveri liofilizzati per almeno dieci anni, dimentica della mia zuppa di pesce. Forse si è dotata persino di attrezzatura cybersex, casco e glove compresi (su quei capelli! Su quella manina delicata!).
Questo blog è la mia ultima speranza, l’ultima spiaggia. Poi non mi resterà altro da fare che imbarcarmi alla volta di Tunisi, e da lì raggiungere El Sabria… Ci sarà ancora una guarnigione della legione straniera, là nel deserto?

(spudoratamente tuo)

(messaggio per Francia: ti scriverò domani. Adesso devo liberarmi di questi versi. Li butto in mare.)

Il gioco dell’eco

Poi nel gioco dell’eco
tu diventavi me. Persino i baffi,
il comico pathos, il sussiego.

Burattino, specchio dispettoso,
ripetevi i sospiri, le pause,
le più ingiuriose asserzioni,
in prima e in seconda persona.

“Io sono pazza…”
“Io sono pazza…”
“Tu sei il mio amore…”
“…il mio amore…” ma qui
tua era la voce, tua
l’esitazione.

E così mi dicevi di noi due,
di quella vicinanza, simmetria
e infinita distanza.

Era questo il modo perfetto
di dire dell’amore e contraddire.

E ogni parola pronunciata
era subito rima baciata.

Songs for you

Ma l’amore no,
l’amore mio non può
dissolversi con l’oro dei capelli.
(canzone degli anni 40)

Lulù dagli occhi blu
(anni 30?)

Tu dicevi canali, io stazioni.
Tu hai sempre abitato a Venezia,
io un po’ dappertutto.

Ti piaceva la radio,
quasi quanto la televisione.
Songs for you…Ti penso, oggi.
E canzone non c’è che non sia triste,
in tutte le frequenze.

I know what I likeWay to go…
Struggomi per… (Donizzetti)…
La mauvaise herbe… ma l’amore no,
non può. E poi le rose…

Era de maggio, e la canzone è dolce,
antica. Poi l’altra, che fa
mai più ti rivedrò – però il tuo sguardo
mi appartiene, e non è poca cosa.

I tuoi occhi non erano blu,
ma color vino limpido, nocciola
come fiori di belladonna.
Il sole fondeva in loro
oro, ametista, cristalli…

E io posso indossarli come occhiali,
quei gioielli, e così somigliarti.
Dai tuoi occhi guardare, come te
dileggiare l’amore
e non cessare d’amarti.

Se

Se cambiasse! Non solo il racconto
ma il tono e il destino persino
di questi versi!

Non saresti più tu, non sarei io.
Ed ecco, potrei ridere
di quel tale che ho visto ieri sera,
nello specchio – Chi era,
con quella bocca scempia
schiumante dentifricio
e quelle occhiaie? Pierrot? Nosferatu?
Confesso che davvero ho detto: addio.
Col dito puntato alla tempia.

E se lo avessi fatto? Poi ho scritto
una strofa inconclusa, che non era
questa, perché poi riscrivo,
ci ripenso, rivivo. Ma se…

Se fosse! Se tu volessi
che fossimo altri attori
in altri luoghi e contesti,
saremmo così tristi?

Se una volta sola tu,
dolce livida strega
che tormenta gli specchi, ti vestissi
(non dico nell’esercizio del tuo ufficio,
ma in vacanza, il giovedì grasso)
da fata turchina popputa,
da Biancaneve coi capelli rossi!

Se io unissi quei graziosi nei
che hai sul pancino riluttante
con dei tratti di penna: dimmi,
che costellazione disegnerei?

Ma tu non vorrai mai dissomigliare
alla sdegnosa maschera che sei.
E ora è questa la musa sgarbata
che governa i miei versi.

Così mi ami tu, così ti amo.
Così il dio si rivela e si nasconde.
Ogni legno ha la sua deformità.
Eppure, che fiori delicati!
Che festa d’uccelli tra le fronde!

Ha un suo costume ogni pena
e ogni amante si macera e avvilisce
secondo un suo criterio.
OK, fammi soffrire.
Prendiamoci sul serio.

Nausicaa
 
Arriva tu stavolta, approda, torna,
Nausica dalle bianche cosce.
Vieni senza annunciarti, non sobbalzi
a trilli e squilli e marcette
il cuore imbambolato: agli albanesi
e a te, randagia, è aperta la mia porta.

Difatti mon chiudo a chiave,
e ti ho insegnato il trucco per entrare,
oltre a darti un pretesto per andartene.

Nulla può essermi rubato
se non il ricordo di te.
I miei gioielli sono le tue pantofole.
Non attendo nessuno, fuorché te.

Entra e siediti, o aspettami nel letto.
Se sarò partito per un po’,
non potrò non tornare in questo loculo,
l’unico luogo che di me tu sai.

Tante ne ho viste di isole,
ma in te sola fu il mio naufragio.
Voglio accarezzarti senza fine
come il racconto dell’attesa.

E fino al tuo ritorno non avrò
altro da raccontare e ricordare.
Ogni memoria tornerà con te.
E per ogni neo che hai sul ventre
io ti darò un bacio (quanti nei!)
e ti racconterò una nuova storia.

Perché niente di nuovo apparirà
al tuo orizzonte deserto
se non in forma di nuove parole.

Al loro vento salpano gli scogli,
isola, principessa. Il loro senso
è tutto ciò che all’isola mancava.