Poema patriottico

I

Da quest’isola prossima, lontana,
anch’io, già renitente
a ogni fede d’annata, potrei dire:
Abbiamo perso, e Loro hanno vinto.
Sebbene io sappia o debba ormai convincermi
che le certezze per la gioventù
sono una naturale e dolorosa
dentizione. Poi cadono, si cariano
e ci chiamiamo perdenti.

S’usava dire: Noi. E anche: Loro.
Ero giovane allora,
e quell’ebrezza di sentirsi nuovi
e disgraziati al mondo, mi divideva
dai popoli e dalle sacre costituzioni.

S’invecchia, i tempi cambiano. Sul pennone
fischiano altri venti. Alcuni cari
amici e compatrioti
li senti sommessamente recitare:
hanno vinto Loro
e Noi abbiamo perso.
Spalancando così tutte le porte
a questo saccheggio euforico e a questa strage
di Principi Inviolabili.

Ma non ci siamo ancora a sufficienza
fustigati. Bisogna riconoscere
che a Loro non basta vincere.
Vogliono stravincere, raschiarci via
dalla faccia rifatta della terra.
E’ la prima volta, in verità,
che aderisco, mi schiero -con chi ha perso!
e mi sento diviso separato
nuovamente, ma in modo diverso.
E’ nuovo il rischio anche per i versi
insidiati stavolta addirittura
da un perverso afflato patriottico.

Ne accadono di cose nella vita,
e non solo alla fine del millennio.
Ma cosa vogliamo dividere?
Non bastano il mare la morte
la miseria nera la vecchiaia
e i videogiochi?

Le isole già amputate, la deriva
dei continenti ora le sospinge
verso il nordafrica. O, se preferiscono,
potranno federarsi coi Balcani.
Separata la pula dal grano,
finalmente potranno bruciarla,
gli americani.

E la guerra sarà dappertutto,
specialmente nei supermercati.
Nessuno potrà scacciarci da alcun luogo,
ce ne siamo già andati. Possiamo solo
dividere tutti da tutti,
sotto l’unico cielo. Dividere
l’unghia incarnita dal dito
la mano che ruba dal braccio
e il braccio dal cuore diviso.

II

Dio è morto? Si chiamino i notai
e spartiamoci l’eredità.
Ma fate bene i conti, che a ciascuno
non tocchi altro che la sua miseria.
Dividete lo spazio il cielo le acque
territoriali. Con cura
dividete blindate insonorizzate
le terre e i palazzi: ai piani bassi
la servitù, a quelli alti
gli autoctoni del regno dei cieli.

Globalizzate i mercati
e allontanate chi ha la borsa vuota
dai laboriosi mercanti.
Dividete le mercanzie: di là i bazooka
i massacri le donne velate,
di qua musica sesso e le tribune
per chi ancora conciona di giustizia
e libertà.

Dividete, tranciate i sillogismi:
le sottili premesse se ne fottano
delle appassionate deduzioni.
Tagliate a strisce tutte le bandiere,
buttale all’aria i faticosi puzzle
delle carte geografiche.
Piantate vessilli sul plastico dei vostri domini,
metteteci soldatini e camice blu
verdi grigie turchine – ma profumate!

Seguite le indicazioni direzionali
della rosa dei venti. Sapere
da che parte stia la Verità
è semplice:
basta conoscere i punti cardinali.

La storia sarà ancora agiografia
e mito delle origini, la geografia
sempre più essenziale:
il Nord comincia dove il Sud finisce,
e l’Est confina con l’Ovest.

Nel duemila si moltiplicheranno
i paralleli i dannati i meridiani,
ma gli esodi, le fughe dagli inferni
chi li potrà arrestare?

I popoli sono vento, non magnolie
di recintati giardini.
E allora tutti i popoli saranno ribattezzati,
ingabbiati nei lori nuovi nomi,
classificati senza misericordia:
qua i detentori di Partita Iva
e là chi ha solo il Codice Fiscale.

A nord i salumieri i ghibellini
le ditte a conduzione familiare
le cilindrate oltre i duemila,
i produttori di vuoto sotto vuoto.
A sud le utilitarie
i guelfi e le madonne lacrimanti
e il mare, perché il sale è indispensabile
per la produzione dei lupini.

Dividere. Non più per comandare,
ma per allontanare tutti gli spettri
della terra del cielo della galassia
che affollano i dieci secoli
del prossimo millennio.

Davvero se sei povero puoi dire
che hanno vinto Loro. Ma non dirlo,
lavora o prega guardando
la punta delle tue scarpe.
Non parlare e non ascoltare
chi non puoi guardare negli occhi.

Se non Dio, il Papa
si schiera finalmente dalla tua parte.
Ecumenica è solo la miseria,
il benessere è una fortezza
medioevale. Sempre insicura, sempre insidiata.

Per te lasciato fuori dal castello
la vita sarà grama, mia stia all’erta
e non si canti beato
chi possiede una casa, una dispensa
e la porta blindata.

(da "Acque territoriali")

Fuori scena

Avremmo dovuto aspettare
che la stanza fosse più calda.
O forse bere un poco
e parlare, non so, ridere
come a volte gli amanti sanno fare.
Invece ti sei spogliata senza guardarmi.
Io mi son tolte le scarpe senza guardare.

Accovacciata poi sulla mia pancia
volevi dirmi, non so,
con quel broncio triste e timido,
con quegli occhi che pure dovevano
guardare i miei, volevi dirmi:
possiamo rivestirci,
ripetere la scena?

Ma non dicesti niente:
ti mettesti in ginocchio,
compunta, con gli occhi chiusi,
un’espressione da comunicanda.
Ti prodigasti, amore, desti prova
di una certa perizia, conoscevi
il pulsante d’avvio.
No, non somigliavi alla ragazza
sul cui collo avevo sussurrato
amore, amore mio.

Quindi montasti a cavallo,
lentamente, con una specie
di mesta solennità.
Avevi un’aria come pensassi,
in testa a un plotone sconfitto,
alla lunga schiera di soldati
in marcia dietro di te,
tristi della stessa tua tristezza.

Quando eri lontana,
allora sì ti amavo.
Ora, quel dondolio
paziente, ti sollevai
e ricadevi, con ritmo uguale, lento.
Provavo a immaginarmi
fuori scena: saresti sembrata
una donna che intride la pasta
con fatica, o una lavandaia
che non ha più canzoni
alla fine della giornata.

Potevamo abbracciarci, e nell’abbraccio
nasconderci, sparire. Però tu
proseguivi, e la meta era lontana.

Quel volitivo serrare la bocca
affamata e dischiuderla,
quell’ingoiare le lacrime, quell’adergersi,
o cavaliere assonnato, o mia amazzone,
quel ciondolare del capo,
e quel pacato deliquio
non erano per me.

E se tu aprivi gli occhi,
io li chiudevo e pensavo
ad altro, pensavo a te.

OLLA BABELICA
(le grandi opere)

 

 

Il manoscritto ritrovato (ma non è una balla bebelica)

 

Ogni tanto, dopo anni che non viviamo più insieme, *** viene a trovarmi. Non faccio in tempo ad aprire la porta che lei mi rovescia sul divano scartafacci, annate di riviste che non ricordo di aver mai letto, arcaici manuali di archeo-informatica, cartelle sformate piene di carte ingiallite e ammuffite.
<<Tieh, roba tua>>, mi dice.
<<Mia? E va bene>>, dico io, rassegnato.
Ormai lo so: ogni volte che fa le pulizia di primavera, e poi quelle di mezza estate, e poi al rientro dalle ferie, lei trova qualcosa di mio a casa sua. Soprattutto cartaccia. E fosse pure roba non mia e di provenienza ignota, lei comunque la porta a me. Non butta mai nulla, specialmente le carte, non si sa mai: potrebbe trattarsi di documenti… o di manoscritti! La vedo arrivare con borse di plastica e scatole stracolme, con quella espressione tra il sadico e il giulivo… Che faccio, mi metto a questionare ancora? Del resto lei ha deciso così e io non posso oppormi… La conosco, e mi guardo bene dal contrariarla. Non mi chiede neanche il permesso: semplicemente entra e rovescia quella valanga di carte sul divano. Aspetto che lei se ne vada, poi trasferisco il tutto nel cassonetto qui all’angolo (raccolta differenziata, perché io ho sempre avuto un grande rispetto per la carta).
Ebbene, in una di queste non rare circostanze, mentre butto quei fasci di carte in un capace scatolone sollevando una gran nuvola di polvere, la mia attenzione è attratta da una cartella dall’aria vagamente familiare, che anticamente deve esser stata bianca ma adesso ha il colore del tabacco. La apro lentamente e con riguardo, con un misto di apprensione e rispetto, e già quel gesto mi ricorda qualcosa… Qualcosa come l’apertura del tabernacolo quando facevo il chierichetto e, finita la messa, riponevo gli attrezzi… ma sì, è la mia opera giovanile (se mai dovesse esserci anche quella senile): il mio caro, immenso cantiere babelico dove crebbe, per alcuni anni, una torre che non poté essere ultimata.
Giuro che questa non è una finzione letteraria, il solito ritrovamento del manoscritto. Che ritrovamento sarebbe, visto che lo manoscrissi io. Sembrerebbe una baggianata, se la raccontassi in un libro vero e proprio. Eppure, giuro, sono emozionato. Perché si tratta proprio della mia famosa, misconosciuta opera giovanile, distribuita almeno vent’anni fa in ben 40 copie ciclostilate. Tutti gli amici, a cui avevo fatto prezioso dono di quel pacco di fogli malamente rilegati, avevano gridato al capolavoro, e tutti, senza eccezione, lo smarrirono immediatamente.
La “cosa”, definita meta-romanzo da un famoso critico letterario dell’epoca (adesso lo è, allora era il portaborse di un cattedratico di serie C), certamente non è un romanzo, ma non so come definirlo. E’ una serie di racconti a cornice, ambientati in una città chiamata Babele. Il titolo è, appunto, Olla Babelica
Già, proprio un’olla podrida, un miscuglio di generi, o miscuglio tout court.
Lo sfondo di ogni racconto (che è improprio definire tale, ma chiamiamolo così), è un immenso, babelico cantiere dove viene edificata la Grande Torre. Tutto in quella Babele è babelico, gigantesco, sproporzionato, compresa l’ambizione del giovane autore.
Per farla breve -io che la faccio sempre discretamente lunga, come testimonia la dimensione ragguardevole di quella torre di carte vetuste – ho deciso di postare a puntate, a mo’ di feuilleton, alcuni di questi “racconti” ritrovati, o capitoli che li si voglia chiamare: giusto per provare a guardarli con occhio critico e vedere se posso farci ancora qualcosa, magari col vostro aiuto (mi rivolgo ai miei soliti 17 lettori).
Per facilitarvi la lettura, casomai ce ne fosse bisogno, o per agevolare le fatiche ermeneutiche e postume dei critici, dirò che le mie fonti, nonché fonte d’ispirazione, furono 2: gli Almanacchi di Topolino e alcuni storici greci, primo fra tutti (per patriottismo) il mio quasi compaesano Diodoro siculo, nato ad Agira intorno al 40 A.C. Alla sua monumentale “Biblioteca storica” (di cui sopravvivono pochi libri) rapinai, traducendo molto liberamente, alcuni passi del libro Sacro dei Babeliani, che loro chiamano semplicemente Il Libro.
Gli storici greci, come si sa, raccontavano la storia universale partendo dalla creazione del mondo, e mischiavano allegramente leggende, storia e epoche storiche distanti tra loro. Alla bizzarra cosmogonia di Diodoro Siculo si ispira quella dei Babeliani. Il resto è assolutamente inventato e ogni riferimento a persone o fatti (eccetera).
Ogni racconto, in Olla Babelica, inizia con un piccolo glossario, perché a Babele si parla una lingua abbastanza classica e composta, ma alcune parole sono assolutamente inventate.

 

 

Glossario babelico

Acrogeronte – Il capo dell’Acrogerostèro. Persona importante e superba.
Acrogerostèro – Consiglio degli anziani. Il palazzo sede del collegio acrogerostèrico.
Acrogerosterico – Di acrogerostèro. Misterioso e inaccessibile.
Babele – Città con più di dieci milioni di abitanti molto progrediti. Un pianeta vicino, o un pianeta molto lontano raggiungibile attraverso la scorciatoia dell’iperspazio.
Babeliano – Abitante di Babele. Uomo progredito e valoroso.
Babelico – di Babele, babilonico.
Cielo – Luogo meraviglioso, accessibile agli uomini progrediti. Fig: toccare il cielo con le dita. Prov: Il cielo non è un albero di pere.
Libro – Dove l’antico saggio scrisse le verità scientifiche e filosofiche. E’ custodito in un cofanetto posto sotto lo scranno su cui siede l’Acrogeronte. Di questo cofanetto si è persa la chiave, ma nessuno lo sa.
Pazzo – Uomo che attinge acqua dal pozzo con un paniere.
Pozzo – Un pozzo posto al centro della piazza principale di Babele. Sembra un pozzo normale, ma in realtà è un pozzo profondissimo, infinitamente profondo. Il suo inimmaginabile sbocco è nella notte senza fondo, nel vuoto e nel buio eterni. A questo pozzo viene talvolta un pazzo con un paniere e una corda lunga duemila sputi.
Sputo – Unità di misura babelica, corrispondente alla gittata dello sputo di un Babeliano.
Usignolo – poeta lirico.
Lavoro umano – La quantità di lavoro necessaria a costruire una torre alta esattamente dalla terra al cielo.

 

 

 Capitolo 1

PER VIVERE NEL CIELO

 

Ai tempi in cui i pesci nuotavano e gli uccelli volavano, e i cani generavano cani e le pecore generavano pecore, e il giorno seguiva alla notte e ogni cosa era al suo posto, in una città chiamata Babele viveva e prosperava un popolo felicemente dedito alla pastorizia, all’agricoltura, alla tessitura, alla guerra e – specialissimamente – all’arte muratoria.
I Babeliani non chiedevano più nulla alla fortuna. Avevano superato le popolazioni dei paesi vicini in tutte le arti e scienze: nella medicina, nella divinazione, nella concimazione della terra, nella colorazione dei tessuti, nell’astrologia; e massimamente nella scienza di progettare palazzi altissimi e nell’arte di edificarli. Prosperavano i commerci, aumentavano i redditi; erano pingui i bambini, pieni i granai, pregne le donne e le vacche, numerosi gli armenti e i soldati.
Il tempio di Anun, che ospitava un potentissimo telescopio, era un mirabile esempio di architettura transneolitica; l’Acrogerostèro, interamente costruito con mattoni di terracotta, era alto centonovanta sputi e superava, in magnificenza come in altitudine, tutti i monumeti della terra.
Grazie a tante ricchezze e talenti, la felicità sarebbe durata chissà quanti altri secoli ancora; ma l’orgoglio, lievito di palazzi sempre più alti, crebbe fin oltre le vette dell’umano: i dotti impazzirono, il delirio s’impadronì delle menti migliori.
Fu negli ambienti satrapici e nei salotti letterari che dapprima nacque, covato in chissà che strambe metafisiche e confortato da talune oscure proposizioni del Libro, il progetto meraviglioso e pazzesco. Ancora il popolo non sapeva nulla di questo progetto. I semplici non vedevano, lassù nel cielo, che il grande serbatoio della pioggia benefica nelle mani di Anun e il forziere pieno di stelle che a sera il dio apriva; ma già i dotti dottoreggiavano di distanze, radianti e triangolazioni; le sedute dell’Acrogerostèro si facevano sempre più frequenti. L’Acrogeronte sedeva per giorni e giorni sul suo scranno sopra il Libro, ininterrottamente riflettendo e ragionando, insieme ai nobili consiglieri, del meraviglioso progetto di lasciare la terra e colonizzare il cielo. Le parate dei soldati inconsapevoli e degli ignari muratori si moltiplicavano; pecore, buoi e poi anche uomini furono bruciati sugli altari e gettati nel Pozzo; poiché i nobili Babeliani, i Babeliani nobili, non volevano più vivere sulla terra come le bestie e diprezzavano i bruti che non fossero allettati dalla conquista del cielo, da quella fantastica via di progresso che veniva loro indicata.
Ah i sogni di chi dorme su guanciali di seta! Al risveglio vorrà visitare i paesi sognati, fare del sogno meraviglioso una fantastica impresa, e migliaia di uomini partiranno per conquistare un paese visitato in sogno da un uomo solo.
Fu così che la pazzia, germinata negli intelletti colti, crebbe e si propagò nella fertile idiozia del volgo. Nessuno sapeva ancora con quali mezzi, con quale veicolo affrontare il viaggio, e già l’intera popolazione proclamava l’urgenza di partire alla volta del cielo. Davanti all’Acrogerostèro folle oceaniche vociavano reclamando il cielo, una nuova e felice città nel cielo: altro che colonie oltremarirne! altro che guerre e viaggi in paesi lontani!
Era primavera e il cielo era terso. Usignoli e zigoli cantavano, tribuni comiziavano, i sacrifici si moltiplicavano, il Pozzo divorava le vittime dei sacrifici. Un plebiscito, indetto con urgenza, indicò che tutta Babele, eccetto pochi pusillanimi, invocava lo straordinario trasloco.
Il problema, a quel punto, fu solo tecnico: come arrivare fin lassù?
Bisognava, in verità, tener conto delle leggi della natura creata, le leggi scritte nel Libro.


Genesi, 1-5. 22

Agli inizi del Tempo, quando non esistevano le creature né i luoghi dove le creature vivono, il Creatore volle creare gli uomini e ogni sorta di bestie e così si accinse a creare le bestie e gli uomini. La terra, l’acqua e il fuoco erano, a quei tempi all’inizio del Tempo, confusi in un solo impasto, e il Creatore gettò in questo confuso impasto i semi delle diverse nature animali. Ogni animale che nacque nell’impasto, dopo che il Creatore vi ebbe gettato i semi animali, nacque dal proprio seme e prese in sé, formandosi, l’elemento che più si confaceva alla natura del seme da cui nasceva. Il pesce prese in sé l’acqua, com’era nella natura del suo seme, e corse a nuotare nell’acqua che già si separava dalla mistura; e la serpe prese in sé la terra, com’era nella natura del suo seme, e dovette strisciare sulla terra che già si separava dalla mistura; e l’uccello prese in sé il fuoco, che sale verso l’alto per sua natura, e volò in alto com’era nella sua natura, liberandosi insieme al fuoco dalla mistura. L’uomo, per un difetto o una virtù introdotta nel seme suo proprio da colui che seminò i semi di tutti gli animali, prese in sé due parti di terra, tre parti d’acqua e una parte di fuoco, e per questa singolare mescolanza egli fu più leggero della serpe, ma più pesante del pesce e molto più pesante dell’uccello.

 


Questo è ciò che fu scritto nel libro e che i sapienti sostengono. L’uomo partecipa della natura delle tre categorie di animali e partecipa della natura dell’uccello, che è l’animale più nobile. Ma, insomma e infine: come fare per vincere il peso della terra e arrivare fin lassù?
I progetti, le soluzioni e i brevetti furono più numerosi degli ingegneri, degli inventori e dei ciarlatani. C’era chi proponeva di spennare centomila migliaia di oche e con le penne fabbricare molte paia d’ali; altri voleva lanciare nel cielo, con adeguate catapulte, arpioni e scale di corda. O non era meglio usare le catapulte – suggerivano i più ardimentosi – per sparare direttamente i Babeliani all’infinito bersaglio, uno dopo l’altro come ciottoloni? Oppure bisognava spararne uno solo, un volontario, che poi buttasse giù delle scala di corda?
Qualcuno, addirittura, disegnò macchine volanti a forma di libellule, dotate di ali vibranti, eliche rotanti, propulsori a vapore e chissà che altri impossibili motori.
Si sarebbe andato avanti per secoli in quel fantasioso progettare, in quel fantasticare senza costrutto, se alcuni edili, potenti imprenditori, non avessero proposto la proposta migliore: una torre.
Una torre altissima, fatta di calce e mattoni, mattoni e calce. una torre alta migliaia di sputi, ancora più alta.
Il progetto fu approvato in tutta fretta, dopo un esame sommario. Se qualcuno dubitò e oppose obiezioni, il pozzo lo inghiottì. Furono aperti i forzieri, attuati i debiti stanziamenti, imposte nuove tasse ai Babeliani e nuovi pedaggi agli stranieri. Furono saccheggiate le città vicine, requisiti il grano dei poveri e l’oro degli usurai; e in breve tempo il grande, immenso cantiere venne allestito.
Poderoso, sovrumano fu l’impiego di mezzi; e, tra arruolamenti volontari e coscrizioni obbligatorie, totale l’adesione dei Babeliani. Tutti gli uomini validi si trasferirono o furono trasferiti nel vasto territorio denominato Pianura dell’Abbondanza, designato a ospitare l’immane costruzione. I pecorai lasciarono le greggi, i contadini i campi, i mercanti le mercanzie, i poeti i poemi, i sacerdoti i loro sacri uffizi. E tutti furono mastri e muratori.

Le foto

Poche le foto in cui siamo insieme,
quasi tutte scattate a Barcellona,
poi stampate in duplice copia.
Coppia non eravamo, e solo ora
lo diventiamo, risentitamente,
perché non c’è maggiore intimità
che in certe inimicizie.

Molte sono di chiese, monumenti…
Ne siamo entrambi assenti, come se
non viaggiasse che il nostro sguardo.
Eppure la nostra presenza
non vi è meno tangibile (si disse
che Amore è nello sguardo).

A volte ci si fotografava
a turno, stesso sfondo e stessa luce.
Camminando mi precedevi. Se ti fermavi,
quasi sempre mi eri di fronte,
raramente a fianco.

Di fronte, specialmente nell’amore.
Come in una partita, in un duello,
con occhi sempre vigili, e quei seni
fieramente ritti (quelle cuspidi!).

More ferarum, poi, era fellonia,
onta, mortificazione.
Perché tu delle cose dovevi
aver sempre dominio, cognizione
e completa visione.

Le donne che mondano cicoria

 


Vorrei fare come quelle due donne, con questi miei cespi selvatici: munnari, togliere le foglie più esterne, quelle mangiate dai vermi, le più dure e indigeste. Togliere il più possibile. Vorrei conoscerla, quella loro arte.

Sto ancora cercando un titolo per questa poesia. Si accettano consigli.

I titoli a cui avevo pensato sono: Duetto, Le donne che mondano cicoria, Le parche, La cicoria, Concetta & Concetta…… Dite che la sto buttando di nuovo in vacca? In realtà a questa poesia tengo molto. Ho esitato a lungo prima di esporla e testarla.

Questi post (ma davvero post!) potrebbero connotarsi come un labor limae collettivo, per quel poco che sono disposto a lasciarmi limare o consigliare. Il fine ultimo della scrittura on line (ultimo sebbene secondario, perché il primario sapete già qual’è) è adagiarsi sulla carta, dopo aver svolazzato un po’ in giro. E c’è da sperare che lì i nostri versi (plurale maestoso) durino almeno quanto la pessima carta riciclata di cui vorrebbero essere degni.

Il blog ha vita breve. Varrà cancellato. E se non lo cancello io, sparirà comunque. Di solito nei blog si legge l’ultima pagina, cioè la prima. Il post successivo (precedente) viene dimenticato. Giorno cancella giorno, post cancella post.

Commento all’auto-commento

Ormai commentare è un vizio, tanto che mi auto-commento e mi auto-chioso (ma dov’è il piè di pagina in questa pagina?)

Dedica

La dedicataria sei sempre tu, anima mia scontrosa e anoressica.

Ciao mamma

Ciao anche a te, mammina nerovestita.

Duetto

Il tempo passa, passano il tempo

con l’uncinetto, con il coltello

che monda le verdure di stagione.

 

Sono due voci roche

per un solo racconto. Le dita

passano su ogni foglia dieci volte

prima di strapparla, ed è un rosario

di soli misteri dolorosi.

 

Due voci, un coro stanco per cantare

e piangere gli stessi morti, enumerare

le medesime piaghe, nel deserto

dove l’angelo passa ogni notte

e non segna, non trova la porta.

 

Nelle pause dell’una, segnalate

dall’ansito perfetto, in contrappunto

l’altra viene cantando

la stessa canzone, sfibrando

gli stessi cardi induriti.

 

E non cessa il lavoro della lama

e non cessa la recita sapiente

neppure quando non resta

che il cuore verde da

tornire ancora, ancora smozzicare.

 

Il capo accenna, le mani filano tessono

ricamano lustrano, fanno

tutto ciò che sanno e sapevano.

 

Non alzano mai lo sguardo dal grembiule,

accarezzano la fronte degli agonizzanti,

cantano anche per sé la ninnananna

che tutti possa per sempre addormentare.

 

Due vecchie nere e sole

cantano la canzone con la voce

che non so e non cesso d’inseguire.

E mai l’ho intesa così amara, mai

così dolce.

 

Giovanni Monasteri

(proprietà letteraria riservata, eccetera)