Le donne che mondano cicoria

 


Vorrei fare come quelle due donne, con questi miei cespi selvatici: munnari, togliere le foglie più esterne, quelle mangiate dai vermi, le più dure e indigeste. Togliere il più possibile. Vorrei conoscerla, quella loro arte.

Sto ancora cercando un titolo per questa poesia. Si accettano consigli.

I titoli a cui avevo pensato sono: Duetto, Le donne che mondano cicoria, Le parche, La cicoria, Concetta & Concetta…… Dite che la sto buttando di nuovo in vacca? In realtà a questa poesia tengo molto. Ho esitato a lungo prima di esporla e testarla.

Questi post (ma davvero post!) potrebbero connotarsi come un labor limae collettivo, per quel poco che sono disposto a lasciarmi limare o consigliare. Il fine ultimo della scrittura on line (ultimo sebbene secondario, perché il primario sapete già qual’è) è adagiarsi sulla carta, dopo aver svolazzato un po’ in giro. E c’è da sperare che lì i nostri versi (plurale maestoso) durino almeno quanto la pessima carta riciclata di cui vorrebbero essere degni.

Il blog ha vita breve. Varrà cancellato. E se non lo cancello io, sparirà comunque. Di solito nei blog si legge l’ultima pagina, cioè la prima. Il post successivo (precedente) viene dimenticato. Giorno cancella giorno, post cancella post.

Commento all’auto-commento

Ormai commentare è un vizio, tanto che mi auto-commento e mi auto-chioso (ma dov’è il piè di pagina in questa pagina?)

Dedica

La dedicataria sei sempre tu, anima mia scontrosa e anoressica.

Ciao mamma

Ciao anche a te, mammina nerovestita.

Duetto

Il tempo passa, passano il tempo

con l’uncinetto, con il coltello

che monda le verdure di stagione.

 

Sono due voci roche

per un solo racconto. Le dita

passano su ogni foglia dieci volte

prima di strapparla, ed è un rosario

di soli misteri dolorosi.

 

Due voci, un coro stanco per cantare

e piangere gli stessi morti, enumerare

le medesime piaghe, nel deserto

dove l’angelo passa ogni notte

e non segna, non trova la porta.

 

Nelle pause dell’una, segnalate

dall’ansito perfetto, in contrappunto

l’altra viene cantando

la stessa canzone, sfibrando

gli stessi cardi induriti.

 

E non cessa il lavoro della lama

e non cessa la recita sapiente

neppure quando non resta

che il cuore verde da

tornire ancora, ancora smozzicare.

 

Il capo accenna, le mani filano tessono

ricamano lustrano, fanno

tutto ciò che sanno e sapevano.

 

Non alzano mai lo sguardo dal grembiule,

accarezzano la fronte degli agonizzanti,

cantano anche per sé la ninnananna

che tutti possa per sempre addormentare.

 

Due vecchie nere e sole

cantano la canzone con la voce

che non so e non cesso d’inseguire.

E mai l’ho intesa così amara, mai

così dolce.

 

Giovanni Monasteri

(proprietà letteraria riservata, eccetera)