Fuori scena

Avremmo dovuto aspettare
che la stanza fosse più calda.
O forse bere un poco
e parlare, non so, ridere
come a volte gli amanti sanno fare.
Invece ti sei spogliata senza guardarmi.
Io mi son tolte le scarpe senza guardare.

Accovacciata poi sulla mia pancia
volevi dirmi, non so,
con quel broncio triste e timido,
con quegli occhi che pure dovevano
guardare i miei, volevi dirmi:
possiamo rivestirci,
ripetere la scena?

Ma non dicesti niente:
ti mettesti in ginocchio,
compunta, con gli occhi chiusi,
un’espressione da comunicanda.
Ti prodigasti, amore, desti prova
di una certa perizia, conoscevi
il pulsante d’avvio.
No, non somigliavi alla ragazza
sul cui collo avevo sussurrato
amore, amore mio.

Quindi montasti a cavallo,
lentamente, con una specie
di mesta solennità.
Avevi un’aria come pensassi,
in testa a un plotone sconfitto,
alla lunga schiera di soldati
in marcia dietro di te,
tristi della stessa tua tristezza.

Quando eri lontana,
allora sì ti amavo.
Ora, quel dondolio
paziente, ti sollevai
e ricadevi, con ritmo uguale, lento.
Provavo a immaginarmi
fuori scena: saresti sembrata
una donna che intride la pasta
con fatica, o una lavandaia
che non ha più canzoni
alla fine della giornata.

Potevamo abbracciarci, e nell’abbraccio
nasconderci, sparire. Però tu
proseguivi, e la meta era lontana.

Quel volitivo serrare la bocca
affamata e dischiuderla,
quell’ingoiare le lacrime, quell’adergersi,
o cavaliere assonnato, o mia amazzone,
quel ciondolare del capo,
e quel pacato deliquio
non erano per me.

E se tu aprivi gli occhi,
io li chiudevo e pensavo
ad altro, pensavo a te.