Poema patriottico

I

Da quest’isola prossima, lontana,
anch’io, già renitente
a ogni fede d’annata, potrei dire:
Abbiamo perso, e Loro hanno vinto.
Sebbene io sappia o debba ormai convincermi
che le certezze per la gioventù
sono una naturale e dolorosa
dentizione. Poi cadono, si cariano
e ci chiamiamo perdenti.

S’usava dire: Noi. E anche: Loro.
Ero giovane allora,
e quell’ebrezza di sentirsi nuovi
e disgraziati al mondo, mi divideva
dai popoli e dalle sacre costituzioni.

S’invecchia, i tempi cambiano. Sul pennone
fischiano altri venti. Alcuni cari
amici e compatrioti
li senti sommessamente recitare:
hanno vinto Loro
e Noi abbiamo perso.
Spalancando così tutte le porte
a questo saccheggio euforico e a questa strage
di Principi Inviolabili.

Ma non ci siamo ancora a sufficienza
fustigati. Bisogna riconoscere
che a Loro non basta vincere.
Vogliono stravincere, raschiarci via
dalla faccia rifatta della terra.
E’ la prima volta, in verità,
che aderisco, mi schiero -con chi ha perso!
e mi sento diviso separato
nuovamente, ma in modo diverso.
E’ nuovo il rischio anche per i versi
insidiati stavolta addirittura
da un perverso afflato patriottico.

Ne accadono di cose nella vita,
e non solo alla fine del millennio.
Ma cosa vogliamo dividere?
Non bastano il mare la morte
la miseria nera la vecchiaia
e i videogiochi?

Le isole già amputate, la deriva
dei continenti ora le sospinge
verso il nordafrica. O, se preferiscono,
potranno federarsi coi Balcani.
Separata la pula dal grano,
finalmente potranno bruciarla,
gli americani.

E la guerra sarà dappertutto,
specialmente nei supermercati.
Nessuno potrà scacciarci da alcun luogo,
ce ne siamo già andati. Possiamo solo
dividere tutti da tutti,
sotto l’unico cielo. Dividere
l’unghia incarnita dal dito
la mano che ruba dal braccio
e il braccio dal cuore diviso.

II

Dio è morto? Si chiamino i notai
e spartiamoci l’eredità.
Ma fate bene i conti, che a ciascuno
non tocchi altro che la sua miseria.
Dividete lo spazio il cielo le acque
territoriali. Con cura
dividete blindate insonorizzate
le terre e i palazzi: ai piani bassi
la servitù, a quelli alti
gli autoctoni del regno dei cieli.

Globalizzate i mercati
e allontanate chi ha la borsa vuota
dai laboriosi mercanti.
Dividete le mercanzie: di là i bazooka
i massacri le donne velate,
di qua musica sesso e le tribune
per chi ancora conciona di giustizia
e libertà.

Dividete, tranciate i sillogismi:
le sottili premesse se ne fottano
delle appassionate deduzioni.
Tagliate a strisce tutte le bandiere,
buttale all’aria i faticosi puzzle
delle carte geografiche.
Piantate vessilli sul plastico dei vostri domini,
metteteci soldatini e camice blu
verdi grigie turchine – ma profumate!

Seguite le indicazioni direzionali
della rosa dei venti. Sapere
da che parte stia la Verità
è semplice:
basta conoscere i punti cardinali.

La storia sarà ancora agiografia
e mito delle origini, la geografia
sempre più essenziale:
il Nord comincia dove il Sud finisce,
e l’Est confina con l’Ovest.

Nel duemila si moltiplicheranno
i paralleli i dannati i meridiani,
ma gli esodi, le fughe dagli inferni
chi li potrà arrestare?

I popoli sono vento, non magnolie
di recintati giardini.
E allora tutti i popoli saranno ribattezzati,
ingabbiati nei lori nuovi nomi,
classificati senza misericordia:
qua i detentori di Partita Iva
e là chi ha solo il Codice Fiscale.

A nord i salumieri i ghibellini
le ditte a conduzione familiare
le cilindrate oltre i duemila,
i produttori di vuoto sotto vuoto.
A sud le utilitarie
i guelfi e le madonne lacrimanti
e il mare, perché il sale è indispensabile
per la produzione dei lupini.

Dividere. Non più per comandare,
ma per allontanare tutti gli spettri
della terra del cielo della galassia
che affollano i dieci secoli
del prossimo millennio.

Davvero se sei povero puoi dire
che hanno vinto Loro. Ma non dirlo,
lavora o prega guardando
la punta delle tue scarpe.
Non parlare e non ascoltare
chi non puoi guardare negli occhi.

Se non Dio, il Papa
si schiera finalmente dalla tua parte.
Ecumenica è solo la miseria,
il benessere è una fortezza
medioevale. Sempre insicura, sempre insidiata.

Per te lasciato fuori dal castello
la vita sarà grama, mia stia all’erta
e non si canti beato
chi possiede una casa, una dispensa
e la porta blindata.

(da "Acque territoriali")