Avevo scritto una premessa alla poesia, ma la donna del ritratto mi ha imposto di eliminarla.
«Non hai proprio un minimo di pudore!», ha detto. «E non permetterti più di scrivere il mio nome nei tuoi diari pubblici del cavolo! Manca solo che ti metti anche tu una webcam nel cesso».
Però è venuta a trovarmi con la borsa del ghiaccio, un mouse (il mio si era guastato), il pane, le medicine per l’influenza e delle polpette a forma di quadrifoglio. Adesso sta cucinando e brontola.

Ritratto di A.

Di tutto ciò che gli amanti regalano
per sedurre e per i compleanni,
e d’altre cose e altre, trovate
in siti esotici, o a San Marino,
all’Esselunga, alle aste giudiziarie,
alle fiere-mercato dei bambini:
di tutto la mia donna ha pieni gli stipi,
e ne traboccano armadi bauli scaffali.
Vestiti per giocare sete indiane
modernità anticaglie eredità
patch-work scorie feticci
e ricordi, ma pure le cose utili:
non si sa mai un ospite, un amico
una cena un decesso un contrabbando
di sesso o d’altro. E siede, regina,
sopra un grande trono di bambù,
strega nel suo antro, dolce megera
di un bazar di un bordello di una chiesa
dove si vende ogni arte e ogni filtro
per ogni maleficio. Il veneficio
si fa coi suoi stessi umori,
con quella sua saliva
che tutto marchia e brucia.
Lillith Circe Medea Beatrice.
Sfoglio il suo volto, maschera su maschera,
e non trovo il gheriglio,
il suo centro. Forse un’infanzia
da bambola di porcellana sul comò,
o le violenze, gli amori, fiori di forra
che lei s’ostina a mettere nel vaso,
mentre quelli s’ostinano a marcire.
Ogni suo gesto è una sfida, un no.
No a chi chiede amore e a chi lo nega,
no al tempo che passa.
Rimane bella, perché il desiderio
lei non può esaurirlo, né esaudire.

La danza

Tu e la tua maschera. Non so
chi delle due sia più bella.
Ora l’altra s’eclissa, e io devo
solo guardarti, in silenzio.

Quella bocca impeccabile e insolente
che sa ammaliare tacendo
e negare persino
ciò che in un bacio può dire!

Quel tuo costume nero lucente
come ossidiana, che più esattamente,
poiché l’ho visto cadere,
disegna ciò che nasconde!

Delicato e compiuto è ogni tuo gesto,
qui, nella tua casa veneziana.
Oh sì, obbedirò al tuo divieto:
seat down, non intralciarmi, non fiatare,
rimani a contemplare.

Con che grazia ti muovi, ti spandi
nel tuo spazio geloso sigillato,
in quello scrigno colmo del tuo profumo,
boccio di rosa aguzzo come spina,
rosa spampanata e sempre chiusa.

Ogni tua faccenda è una movenza,
figura di una danza solitaria.
Ad occhi chiusi posso guardarti
mentre volteggi per le stanze, o bella.

Un uccello volubile è il tuo sguardo
che insegue tra gli stipi della cucina
il volo svelto e esatto della mano.

Quasi non tocca le cose. Se si posa,
è solo per spiccare un nuovo balzo.
Verso il mio per un attimo sbanda
e subito fugge, lontano.

Poesie dei giorni dispari 
 

Crisi coniugale
 
 “Amore mio”: a furia
di sentirlo ripeterlo,
questo lemma abusato,
vi si abitua il tuo cuore,
come l’orecchio al ronzio
e ai sussulti del frigorifero.
Ti sentirai più sola, nel silenzio,
quando, amore, si guasterà il motore
e dovrai buttar via i surgelati.

(da "Amore mio mi scrivo", settembre 1998) 
  
  
  

Ritardi postali

Fu a marzo che inviai al caro amore
questo urgente messaggio: nel cortile
il pesco già fiorisce, è primavera.
Ma la lettera giunse in aprile,
spenti ormai il pesco e la passiflora.
 
E lei mi scrisse a maggio: caro amico,
sono fioriti la rosa e il soffione.
Ma io lo seppi a giugno: già la rosa
era caduta e sopra la mia scarpa
nevicò triste il dente di leone.
 
E’ appena luglio e già ti scrivo: ahi cara!,
Le foglie cadono, è deserto il mare.
Ti ho tanto amata in aprile, ma tu…
incolperemo il servizio postale
se ora tu m’ami e io non t’amo più?
 
(Da "Amore mio mi scrivo", luglio 1995) 
  
  

Il gatto
 
Il gatto gioca con la lucertola.
Quando, costretto da una pedata,
la lascia sulla soglia,
lacera, mutilata,
è ancora viva, o non è ancora morta.
E io, che non ho cuore di finirla,
su una barella di foglia di fico
la porto dove il sole non offenda
le sue piaghe, e lei la mia vista.
Perdona, piccola amica.
E buon appetito alle formiche.

(Da "Acque territoriali", luglio 1992)

IO TU E LA PIZZA
(un primo incontro)

 

 

 

Ci conoscevamo appena. Avevi esitato a lungo prima di chiamarmi, ma, una volta presa la decisione, io ero già alla tua mercé. Non avevi alcun dubbio sull’esito di quella telefonata: eri sicura di piacermi. Stavi chiedendo a uno sconosciuto (o quasi) di uscire con te – ma con che stile! Con che grazia! E che spavalderia!

– Sei separato?
– Più o meno, sì.
– Vivi con qualcuno?
– Al momento no, grazie a dio… Ma a dire il vero… Ecco, veramente stavo pensando a una donna.
Che coglione. Tu ti stavi solo procacciando la scopata del prossimo weekend e io già la buttavo sui sentimenti. Ma avevo una scusante: la donna a cui stavo pensando, quando ricevetti la tua telefonata, era una spaventosa melassa di ricordi dolorosi, palpiti inespressi e “paura di amare”. Ed ecco che, mentre mi struggevo per una sua vaga e incerta promessa, una bella collega mi telefonava. Avevi un tono, come se volessi dirmi: “non montarti la testa, tu non meriterai nulla di ciò che vorrò darti. La fortuna ti ha baciato, tu potresti essere chiunque”. Ah, mia Lù! Ero già un verme che il cigno si degna di mangiare. Una volta ho visto davvero un cigno che faceva così: inghiottiva un verme, poi lo rivomitava, poi lo inghiottiva di nuovo…
– Senti, vuoi che ci vediamo? …
Tu proponevi a me di uscire… No, non poteva essere vero. Mi dicesti che ti sembravo un po’ esitante, ma io ero solo sbalordito, senza fiato.
– No, ma che dici. Sono molto contento, ovviamente…
– Sei sicuro?… Ne sei proprio sicuro?
Ed ecco che già mi avevi in pugno e non sapevi che fartene di me. Orgogliosa, spavalda: così mi sembrasti e volevi sembrarmi. Ma lo eri davvero? Sembrava volessi dirmi: io non sto chiedendo, sto largendo un immeritato favore. Eri proprio sicura di voler uscire con me?
Fu in quella pizzeria, il primo venerdì successivo alla tua telefonata, che io mi innamorai di te. La pizzeria non era quel che si dice un posticino appartato, la pizza non era un granché. Ma io non vedevo altro che te. Tu, invece, non eri contenta di essere in mia compagnia, quella sera. Un po’ t’incuriosivo, forse; ma conoscevi troppo bene il gioco. E forse mi trovavi prevedibile. Non tentasti minimamente di adularmi. Anzi, mi dicesti che quando ci eravamo conosciuti, a quella cena tra colleghi, avevi trovato la conversazione piuttosto noiosa.
– Senza offesa, la conversazione era piuttosto noiosa. Magari ti credevi brillante… c’erano un sacco di donne e tu parlavi, parlavi…
Stronza di un’impertinente, pensai. Ma non dissi nulla, sorrisi. Tu eri serissima.
– Ma allora com’è che hai voluto annoiarti di nuovo, stasera?
Fu l’unica mia battuta impertinente, quella sera. Tu non cogliesti, o forse ti eri semplicemente distratta e non avevi sentito. Guardavi più spesso la punta della forchetta e il coltello che me, e quando mi guardavi era come per dirmi: va beh, ho capito che ti piaccio, non fissarmi in quel modo. Ero io a parlare di più, ma eri tu a guidare la discussione; o a sviarla, a spiazzarmi.
Sai, fino ad allora le conversazioni galanti erano state la mia arma vincente, ogni volta che mi ero trovato in compagnia di una donna davanti a una pizza. Disponevo di un repertorio collaudato di facezie, ma con te quest’arma si rivelò subito inefficace. E del resto, a che serviva parlare? Non avevi già deciso che tu ci stavi e io pure? Mi guardavi come se volessi dirmi: “uffa, come la fai lunga! “. Interloquivi con garbo e grazia, ma avevi l’aria di sfottermi un po’. Stavo per innervosirmi, ma un tratto mi resi conto che le tue frasi finivano quasi tutte con un “o no?”, o con altre locuzioni dubitative. Forse avevo trovato il bandolo, il tasto giusto: ti piaceva contraddirti e contraddire. Te lo feci notare. Finalmente mi sembravi interessata alla conversazione. Sorridevi! Un sorriso genuino, disarmato e privo di malizia. Il sorriso di una bambina che smette il broncio perché trova interessante un gioco che le viene proposto. Non c’era alcuna affettazione nel modo in cui parlavi. Non ti sforzavi di piacermi. Del resto doveva essere piuttosto evidente che mi piacevi.

La conversazione s’era fatta un po’ più vivace. Ma a tratti ti interrompevi, ti rabbuiavi senza motivo, riprendevi a tagliuzzare la tua pizza con precisione chirurgica e io non c’ero più, ti eri eclissata in un tuo pensiero davvero importante; mentre io, lì, non ero affatto importante, ero un uomo come tanti o anche peggio degli altri, uno che si sforzava di dire alcunché di interessante, un seduttore verboso e un po’ imbranato, un cinquantenne galante e old fashioned, un arrapato come tanti che girava intorno all’unico argomento che gli stava a cuore, perché “gli uomini vogliono una cosa sola”. “E io, perché non dovrei essere come un uomo? Le donne sono come gli uomini”: questo tu pensavi (e mi hai detto, poi, in molte occasioni), e il tuo sguardo a tratti dolcelanguido, a tratti attraversato da lampi di dispetto, diventava cinico e cattivo. A un certo punto ti eri chiusa. Non mi guardavi più affatto. Non parlavi più. La tua bella bocca si contraeva in una smorfia che adesso conosco bene, che significa pressappoco: “Non sono d’accordo ma non vale la pena discuterne, e piantala di dire stronzate che tanto non ti sento”. Eri scontrosa, ah sì. Ma eccoti nella posa che preferisco: in guardia. Finalmente i fioretti s’incrociavano.
L’affondo avvenne al momento giusto, ma forse non te l’aspettavi ancora.
– Hai una bocca molto bella – dissi.
Ecco: io potevo farti un complimento di quel genere, tu a me no. Adesso ero io a stare sopra, cazzo. Gli uomini non sono come le donne, Lù.
Lo ripetei scandendo:
– Hai una bocca stupenda.

Non avevo pensato ad altro per tutta la serata. Avevo voglia di baciarti.
Toccata! E fu quella la mia prima violenza, tra le tante che non mi hai perdonato. La tua espressione, in quel momento… non saprei come descriverla. La tua bocca era sprezzante e sensuale, un concerto di espressioni dissonanti. Esprimeva compiacimento, fastidio, riconoscenza, avversione. Diceva: “ci siamo, finalmente”, e “ci risiamo!”; “ma come ti permetti” e “OK, continua così”; “non aver fretta” e “dai, concludiamo la faccenda”.

 

In quel primo incontro c’è tutta la nostra storia, Lù. Il resto non serve raccontarlo. Non in prosa, almeno. A parte il fatto che non sono tagliato per il romanzo.

 

 

 

Preghiere per far piovere

(de misericordia Dei)

 

Non so se l’argumentum theolugicum possa interessare a qualcuno, oggigiorno. E poi, Troppe poesie per un solo post. Ma ai pochissimi che le leggeranno (so già chi sono), e a chi passerà di qui per caso, raccomando di restare con noi fino alla PROSSIMA PUNTATA, quando posterò una dozzina di POESIE EROTICHE, come prevede il nostro palinsesto: a meno che non venga a trovarmi la dedicataria delle medesime; nel qual caso (auspicato, ma improbabile) le trasmissioni verranno sospese a tempo indeterminato.

Sto postando prevalentemente cose scritte molto tempo fa. Lo so che non è normale per un blog, ma ho bisogno di dare aria ai cassetti. E’ una specie di liquidazione, di svendita di fine stagione.

Se non avete voglia di leggere il malloppone, non importa: fate conto che il post sia solo questo cappello. Mi fa sempre piacere fare quattro chiacchiere.

 

 Protasis
 
Angelo, alleviami tu delle parole
che come angeli biechi stanno
appollaiati sul cuore. Insegna loro
il volo, in volo portale con te,
umile messo della corte dei cieli,
voce e valletto del supremo re.
 
Quando Gli parlo con fiducia,
distoglie da qui lo sguardo e dice a se stesso:
fiducia!  parola fraudolenta
e infida, cara ai mercanti e ai baciapile.
 
Quando Gli parlo con amore,
distoglie da qui lo sguardo e dice a se stesso:
amore!  moneta falsa, facile soldo
in questa zuffa e per tanto soldato.
 
Se offro in modico omaggio la mia umiltà
alla sua paga potenza, Lui dice a se stesso:
non toglieremo ai lupi la mite preda
per darla in cibo ai cani.
 
Se parlo del mio dolore, e ne cerco il nome,
e chiedo lenimento o riparazione,
Lui china il capo e pensa: dovrebbe dunque
emendarsi la Nostra Divinità?
 
Lui china il capo e pensa: dovrebbe dunque
commuoversi la Nostra Divinità,
la Nostra Scienza emendarsi?
Dovremmo Noi premiare la petulanza?
 
Insegnami un’altra lingua, un nuovo latino,
angelo, cortigiano dell’Empireo,
tu che intendi il Suo verbo da vicino.
 
 
Compieta del malato terminale
 
Luminoso ti chiamo innanzitutto;
perché tremo nel buio dei marosi
che allo scafo del cuore sento battere.
E ti chiamo grande, ma ti figuro,
più che immenso, di alta statura.
 
Sarà bello, divino padre e madre,
sfilarsi dal letto sudicio e accucciarsi
nel tuo grembo d’ovatta e di cristallo!
Oh il nido azzurro dove si stipano i santi
come uccellini cantando acuti canti!
 
Fasciati in bianche bende, ci adageremo
in te, ospite luce, tiepida stanza.
Ad angeli infermieri confideremo
le cure di una dolcissima degenza.
 
 
 
Preghiera dell’extracomunitario celibe
 
           I
Signore, noi temiamo di morire
lontani dal nostro paese.
Temiamo la morte, Signore,
perché non abbiamo un paese.
 
Non abbiamo un paese, messi e greggi
non abbiamo, né ossa d’elefanti,
né anelli alle narici, né leones.
 
Se fossimo uguali ai padri
come un chicco di grano
a un chicco di grano,
non temeremmo la falce.
 
           II
Dovremmo avere dei figli per lodarti,
e una moglie, ma tu non li concedi.
Ci inviterai all’orgia, Baltassar?
Profeta, io non vivo di solo pane,
voglio assaggiare il vino degli infedeli.
 
Mi trattieni e mi scacci, faraone,
ma non ci sono pascoli da conquistare,
per me, né qui né altrove.
Riprendetevi pure il mare vostro,
i popoli e le foreste da sradicare,
i vergini deserti da sventrare.
 
Resto sotto il tuo tavolo, Epulone,
a brucare le briciole, a grattarmi
il collare, a comprarmi
cinturoni senza le pistole
e camice sgargianti.
 
O dovrei laggiù attendere
la nave della croce rossa,
le petroliere fameliche,
e il nostro pane d’acciaio, le vostre armi?
 
Qui, allo spaccio e svendita universale
di Bellezza Giustizia Verità,
qui io devo restare,
a vendere in silenzio occhiali scuri
e collane afro-napoletane.
 
 
 
Per i nostri defunti
 
Signoriddio, che strazio!
Io con questi miei occhi
ho visto i suoi chiudersi – gesù!
Nel gelo di quel vetro
ho visto condensarsi
lacrime di sangue e pus.
 
Perché raccontarlo? E a chi?
E perché in versi, poi?
Lo dico a te: padre nostro,
io l’ho visto morire.
E di che mala morte! Gli ho tenuto
la mano – gesù, che spavento!
 
Non voleva, mordeva il boccaglio.
Ha sofferto, si è dibattuto.
Poi la zampa implacabile
che lo teneva inchiodato,
spremuto l’ultimo fiato, lo ha lasciato.
 
E svanì sugli zigomi
la recente visione della fine,
come sul vetro freddo
la traccia del respiro.
 
Taci.  Niente più mai,
neppure il suono delle angeliche trombe,
turbi il marmo perfetto della sua fronte.
 
 
 
Preghiera per far piovere
 
Non sono, in questa landa, un agricoltore,
né un pescatore d’anguille,
però anch’io mi lamento, come i padri,
per la pioggia, la pioggia che non cade
e il sole che non splende.
 
Alla nostra fame e nostra sete
nulla e ogni cosa manca, e tutto viene
da altri mondi. Manna in confezione
sterile, pomi esperidi in cellophane,
pietre lunari, feticci da Taiwan.
Ma è tanto che non piove, da molti anni
aspettiamo la pioggia.
 
 
 
Libera nos a malo
 
Signore potentissimo, i potenti
non sono più di questo porco mondo.
La manna e il fuoco vengono dal cielo
e noi non possiamo nulla: né salvarci,
né coltivare la terra.
 
E anche le piccole, povere anime nostre
non sono di questo mondo. Non posso più
vivere nel mio giardino, nella mia vigna.
Ciò che vogliamo e dobbiamo volere
non è in questo mondo.
 
Di promesse d’eterna salute
e di fuoco, signori,
ne abbiamo piena la storia.
Voglio vivere qui, in questo mondo,
dove rinascono gli alberi
nel bosco ogni anno bruciato.
 
 
 
Salmo
 
Il Signore ci ha colmato di doni
perché grande è la sua misericordia
 
Distruggemmo il regno di Sicon
perché grande è la sua misericordia
 
Facemmo strage di Chesbon e dei suoi sudditi
perché grande è la sua misericordia
 
Per uno di noi che cade
cadono cento nemici
perché grande è la sua misericordia
 
La decima di un solo gregge
veste e nutre cento Leviti
perché grande è la sua misericordia
 
Come il frumento seminato
si moltiplicano i sicli ogni anno
perché grande è la sua misericordia
 
Una schiava sabea vergine
costa un’efa di ceci
perché grande è la sua misericordia
 
Ai nostri nemici regala carestia e peste
carbonchio ruggine e locuste
perché grande è la sua misericordia
 
Li massacriamo tutti per vivere in pace
perché grande è la sua misericordia
 
Tutti i boschi di Tiro e di Sidone
trasferimmo nel tempio
e sono colonne e capitelli
perché grande è la sua misericordia
 
Fiumi di bronzo e d’oro
si rapprendono in forme di cherubini
che stendono le ali sull’Arca
perché grande è la sua misericordia
 
Poiché io non sono che un forestiero come i miei padri
il Signore mi alleva con amore qui dove mi ha posto
mi salva dai miei nemici che mi odiano
provvede erba ai suoi pascoli
perché grande è la sua misericordia
 
 
 
Canto del beduino  (errante)
 
Come il mare è il deserto. Ha onde, isole.
E ogni luogo è uguale a ogni luogo.
Diretto all’oasi, alla bianca città,
ne cerco indizi nel cielo. Gli uccelli
 
stanno fermi nel cielo e la terra
si muove. La sabbia scivola, trascina.
Anche il sole si muove, e il tramonto
mi riporta all’inizio del cammino.
 
Non un sasso che cresca, un promontorio,
mentre io avanzo e la mia ombra arretra.
A notte la luna mi segue come un traino,
come il cielo fisso d’un baldacchino.
 
Reclusorio è l’infinito,
illusorio ogni cielo, ogni confine.
Carcere mobile il mondo e le sue stelle,
ombra vasta che con me cammina.
 
 
 
Cosmogonie eretiche
 
La pianura terrestre,
la pianura celeste.
Lo spazio non è concavo,
la terra non è convessa.
 
Effigi nelle spere,
intorno al mondo ruotano
e paiono altri mondi
i paesaggi terrestri.
 
Nove paesaggi terrestri:
i simulacri vani
specchiati in nove bolle
di sapone. O illusione!
 
Palloni più lievi dell’idrogeno
trascina il vento cosmico
intorno al porco mondo.
O cosmico ciclone!
 
La via lattea è nulla: un pulviscolo
nella luce che irraggiano
i pesci degli oceani. Niente esiste
che non sia terrestre.
 
Le meteoriti? pietre
scagliate mille anni fa
da un vulcano terrestre. Niente esiste
che non sia terrestre.
 
Stelle, non siete che i riflessi
di lucciole guizzanti
nelle onde notturne del mare
profondo ma terrestre.
 
Un occhio di bue, da quaggiù,
ti proietta sul telo panoramico
del cielo, o luna, luna semprevergine
che ti specchi nel mare.
 

Tratte da “Preghiere per far piovere”, scritte molti anni fa e pubblicate (se così si può dire) a luglio di quest’anno.

 

 


Tratte da “Preghiere per far piovere”, scritte molti anni fa e pubblicate (se così si può dire) a luglio di quest’anno.