Fluttua tra i due regni questa bellissima poesia di Arden, che ha lo sguardo, la voce, la leggerezza degli angeli rilkiani . E così il mio blog si guadagna un invidiabile trofeo, ospitando la più bella poesia mai apparsa in un blog (lo dico con assoluta convinzione).
Grazie, Anna Setari.
      EURIDICE

Il mio nome nella sua voce.
D’oltre il corridoio
dice il mio nome…

Ma non vedi? sono niente ormai,
che di me solo il nome è quanto resta.
Sono morta –
E non volevo allora.
Fu come quella volta quando cadde
l’anello nella buca del serpente –
ricordi? Così il cuore
sentii ritrarsi e perdersi nel fondo.
E vedevo, sai, tutte le erbe,
lucenti, nette come lance
contro il cielo di quel giorno
che ancora scherzava con la luna –
e lei, piccola
piuma, lei lontana
ah, quanto lontana, si disfaceva
nel pallido celeste – così io
pure io affondavo
nel nero perdendo la tua voce.

Ora di nuovo –
di nuovo ripercorrere la strada
e replicare… Cosa ti aspetti?
So di morte.
Son vuota di racconti –
non c’è stata storia per me
– e quella storia antica, nostra,
che ci parve grande
s’è fatta un punticino
e s’allontana come la luna
in quel lontano giorno.

Non voglio ritornare –
non saprei più credermi immortale
tra le tue braccia –
So che m’hai lasciata sprofondare
sola – so che hai avuto paura
di morire…
Troppo ti conosco da quell’ora.
Ti seguo, sì. Ma so che quel ch’è stato
si ripete ancora
– tu non mi porterai oltre la soglia.
Ti volterai. Sembri tu il solo
a non saperlo – ma ti volterai.
Per la seconda volta
avrai paura – e come allora
mi guarderai quasi fossi io,
non tu, chi abbandona e si ritrae…

Già mi stordisce l’aria della porta
e il fragore che giunge
della pioggia… Sento quasi
che davvero potrei forse
risalire sul carro delle ore, forse
ancora riderei.. forse …l’amore
il dolce amore, ancora…
Ma il tuo passo sento incespicare
e dire quanto orrore all’improvviso
t’ha colto al pensiero di toccare
la mia bocca – d’esser nella bocca
contagiato di morte… nella voce…
Non ti voltare, amore! –

E tu ti volti. Mi guardi. Sai
che non posso credere a un errore.
Da nemico mi osservi rovinare –
e tu già fuori, tu nel grande pianto
notturno, libero di me t’avvolgi
nell’ombra felice del tuo canto…

Nell’ombra ancora il canto
mi raggiunge in eco
della tua intatta voce…

Arden alias Anna Setari

Com’era buona la nonna!

(racconto di Natale)

Era il giorno dell’ottantesimo compleanno della nonna, il giorno fissato. Mancavano un paio di settimane a Natale. La vecchia era un po’ malata e c’era il rischio che dimagrisse: non conveniva aspettare ancora. La cosa doveva essere fatta nel tardo pomeriggio, come imponeva la tradizione. Ero un bambino allora: avevo compiuto da poco sette anni e pesavo sì e no quindici chili. Lo zio Peppe Mangiapoco, detto Ossolungo per via della sua alta statura e della sua magrezza, aveva già avvertito i fratelli emigrati in Germania. Mia madre, secondogenita e unica figlia femmina, tirò fuori dall’armadio i vestiti nuovi, le stoviglie da cerimonia dalla credenza (ceramica di Caltagirone!) e un bell’abito nero dal baule. Anche le zie erano molto indaffarate: non le avevo mai viste così eccitate.

Prima d’allora non avevo mai assistito allo scannamento di un parente e non capivo bene cosa stesse accadendo. Non sapevo neppure cosa fosse uno scannamento, e nessuno si curava di darmi spiegazioni in merito. Nessuno tranne Ossicino, il mio fratello maggiore. Ossicino si chiamava in realtà Gesuino, ma lo chiamavano così perché aveva due anni più di me e pesava si e no dodici chili. Mangiava poco, era un po’ malato… pace alle sue ossa. La mamma diceva sempre: «mangia o sarai mangiato». E Ossicino mangiava poco, troppo poco.

«Perché ammazzano la nonna, Ossicino?», gli chiedevo quel giorno.

«Perché oggi compie ottant’anni, è un po’ malata e abbastanza grassa».

«E ce la mangiamo?»

«Certo, e vedrai quanta roba»

«E mangeremo anche il nonno?»

«Anche lui, quando verrà la sua ora. I maschi vanno in pensione a ottantacinque anni, le femmine a ottant’anni».

Non la finivo più di far domande a Ossicino, che la sapeva lunga in fatto di scannamenti. La mamma mi aveva raccomandato di star lontano dalla marmellata e dal torrone: dovevo mantenermi digiuno fino al banchetto serale. La stessa raccomandazione non valeva per Ossicino: mangiasse pure quanta marmellata voleva, tanto –diceva lei- non sarebbe mai cresciuto. Continua a leggere

Dopo le ferie

(agosto 1998)

Ogni anno è più esigua e smangiata
la striscia d’asfalto in cui termina
la strada del ritorno. E’ appena agosto
e le piogge riprendono a ferirla.

Ci ha bruniti a dovere il sole di luglio
che tutto assopisce e ci colma
dei doni che meritiamo.
Ha guastato le prugne, stroncato
l’abete trapiantato, maturato
i semi delle gramigne.
Incendi veleggiavano al tramonto
sulle colline listate di nero.

Poi la sassaiola, una cascata
improvvisa di grandine brutale.
Lapida i gerani, lacera
la nuova tenda da sole.
Spiove e l’autunno di colpo
scolorisce l’oro delle stoppie.
Tacciono i grilli – o furono cicale
sotto le stelle che ad una ad una
tutte sono cadute?

Appena il tempo per salutare,
ammainare l’amaca, ripiegare
lenzuola di fortuna. Le valige
non furono mai disfatte
e resta acceso al minimo il motore
per le ultime due ore
interminabili.

E’ più che mai difficile scansare
sulla striscia d’asfalto buche e frane
quando la vecchia grama e i quattro sassi
sono già alle mie spalle, un barbaglio
nel vetro retrovisore, quello sgaurdo
di mater dolorosa lagrimosa
che lungamente peserà sul cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Piatti da lavare
Di nuovo deserto e soqquadro
nella mia casa. E il silenzio
delle macerie dopo l’uragano.
Né musica, né voci, né più
il trillo del telefono.

Non potrò mai cancellare
i segni del tuo passaggio.
Angelo, chi era di noi due
l’angelo, e chi Giacobbe?

Angelo sterminatore, non sei altro
che una piccola, piccola ragazza.
Sarebbe bastato cedere, dolcemente
rifugiarmi nel cavo della tua ala.
Ma era già iniziata la mia lotta,
prima che c’incontrassimo.

Ero io Giacobbe, e io l’angelo
che lottava con te (stupefacente
l’angelo nell’incisione di Doré:
un po’ ti somiglia, persino).

 

Lotta

Chi era il bersaglio? Contro chi scagliava
all’improvviso lacrime furenti
il tuo amabile sguardo? Chi
ti minacciava, se così lottavi
col mio abbraccio sgomento
e dall’esile gola prorompeva
l’orribile anatema?
Contro chi agitavi le braccia
nella scomposta scherma? Era un mostro
malvagio in cui si trasfiguravano
sembianze finora benigne? L’idra di Lerna
che con nove fauci ti mordeva?
Era un solo nemico? Erano tanti?
Era solo il mio amore? O un’antica,
torva schiera di amanti?