Lo scrittore è un adescatore?
(il blog di eburnea)


Bighellonando per la blogosfera,
flâneur nullafacente e autentico fannullone qual sono, e fermandomi raramente a leggere i blog che mi sembravano più interessanti (e cioè quelli il cui titolare era una donna), mi imbattei, qualche tempo fa, in http://www.frenetica-fannullona.splinder.com. Il titolo del blog, come l’indirizzo, è Frenetica Fannullona, ma sarebbe più appropriato un frenetica-e-basta, oppure frenetica-frenetica (due volte frenetica). Consiglio vivamente di frequentarlo: ci trovate anche l’oroscopo, ma non il solito oroscopo. In particolare consiglio di leggere il post di ieri, 18 dicembre, intitolato Calendari e groupies. Cioè, uno dei post di ieri, perché FF, detta anche eburnea (il suo nickname) sforna tre-quattro post al giorno. Eburnea si pone una domanda che mi ha fatto molto riflettere: lo scrittore è un adescatore? Che potremmo così riformulare, adattandola al contesto delle nostre chiacchierate: il blogger è un adescatore? Vi invito a partecipare a quella discussione. Eburnea, traduttrice dal tedesco e dall’inglese, è colta, brillante, simpatica. Ha un solo difetto: non dà il suo numero di telefono agli sconosciuti. Dovrete accontentarvi di conoscere il suo indirizzo http e il suo ammiccante nickname.

Informatica? Poesia? Scritture private?

Miei cari, stavo riflettendo sull’intestazione di questo blog e sul fatto che il programma originario del blogger giowanni (che non è un nickname, ma un errore di battitura) si è via via modificato. E’ stato l’informatico a voler aprire un blog, non il poeta. Un informatico che magari si riprometteva di cedere la consolle, di tanto in tanto, al poeta. Questi, dal canto suo, non era molto convinto, o addirittura non era contento di esporre le sue “scritture private” in un blog, timido e riservato com’è. Ma alla fine ho l’impressione che il poeta, o l’aspirante tale (o ciò che di lui sopravvive), abbia preso decisamente il sopravvento, a dispetto delle sue tante insicurezze. E allora tanto vale che l’informatico sia dia per vinto, si sbarazzi del titolo “critica dell’interfaccia” e si tolga di mezzo. Non so più come giustificarlo, questo titolo; a meno di non voler suggerire un uso estensivo della parola “interfaccia”, fino a comprendervi i linguaggi in senso lato, e persino il linguaggio poetico (“interfaccia” da e verso l’anima).
Qualcuno vuole aiutarmi, insomma, a ribattezzare questo blog? Nel frattempo mi sbarazzo del mio canzoniere d’amore, mettendo in liquidazione, uno dopo l’altro, i preziosissimi pezzi che lo compongono. Io avrei pensato al titolo “Amore mio mi scrivo”, ma non sono affatto sicuro. Lo metto ai voti.


 

Venedig

 

Come il senno d’Orlando sulla luna

è altrove il tuo cuore. Io trovai il mio

in quella brutta pizzeria – quella sera,

nella città più bella del mondo.

 

Eri la donna più bella, in quel mondo.

Niente ci accomunava, se non lo stesso

ministero, collega. Io non sapevo

che fare della mia vita,

tu dei tuoi week-end.

 

Se abitassimo altrove! A Fiabilandia

troppe regge di marmo oro corallo

illudono lo sguardo, troppi ponti

da attraversare per un uomo solo.

 

Che profusione di fiori sui balconi!

Ma come un’orchidea in Groenlandia

Amore nel tuo paese

non attecchisce, muore.

 

Né possono bastare

a nutrirlo e proteggerlo igloo

di parole, pacciame di parole,

pioggia equatoriale di parole,

serra che cova e scalda un solo fiore.

 

Non c’è lusinga, né brutalità

che ti possa attrarre o trascinare

altrove, che pure è vicino.

 

E per te non ho mappe o dépliant

che ti guidino fuori dal cortile

delle garbate atroci convenienze

in cui trascorri la tua ora d’aria,

 

nel luogo dove saresti

straniera come me

e affettuosa, al tuo cuore più vicina.

 

 

 

Il telefono

 

Specialmente di sera io ti amo.

Con l’ultimo Burchiello

da Marghera e Fusina il vento

Risale il Brenta placido. E’ già freddo.

 

Di sera, specialmente, io ti parlo

e ti amo – ma così tanto

che mi pare rimbalzi e si propaghi

con il vento che pulsa alle persiane

il nostro, mio vaneggiare.

 

E credo tu possa sentire

da casa tua – se pure

mi vieto di chiamarti –

ciò che io ti dico in cuor mio.

 

Come a chi è presente io ti parlo.

– Vuoi ascoltarmi? Perché

non ascolti? Tu hai chiuso la finestra,

ma invano hai dichiarato la contesa

acqua passata, risolta, conclusa.

 

Perché meno vogliamo ascoltare

le parole dell’altro, più loro

c’inseguono insistono frugano

s’insinuano come spifferi

da una chiusura difettosa.

 

E mi pare che infine tu risponda

e mi dica che vuoi, che non puoi,

che devi, che io devo – che dobbiamo.

Ed è allora che accade, ma ti giuro,

non sono io a fare il numero.

 

Per un falso contatto, un’avaria,

o perché il conflitto delle anime

è così fanatico e incessante

da risolversi in qualche sintonia

– hanno un brivido i vetri

e il tuo telefono squilla.

 

E tu di nuovo ascolti la mia voce,

ed io la tua, che sempre

sa di broncio, di offesa patita

e di abbraccio scontroso, anima mia.

IL DIAVOLO E SAN FILIPPO

Era luglio affocato. Il grano era stato appena mietuto e il pianoro, disseminato di grandi covoni simili a capanne di paglia, pareva un grande, spopolato villaggio africano. Uscire dall’ombra del castagno era come entrare nelle vampe di un vasto inferno. Sopra il giallo accecante delle restoppie il cielo vampava come un immenso forno. Don Masino – erano ancora le quattro di dopopranzo – aveva legato il mulo al moncone di un ciliegio bruciato e, all’ombra del castagno, si concedeva un po’ di tregua. La giornata era lunga, non finiva mai, e c’era da insaccare ancora molta paglia, un mare di paglia. S’era disteso a terra quant’era lungo, la berretta sugli occhi e la bardella sotto la testa. La fiaschetta, che di mattina era piena, a quell’ora era ormai vuota, e Don Masino aveva la gola arsa a causa della susca (1) e della crudele canicola. Avrebbe voluto dormire un poco, ma il caldo, le mosche e quella susca dannata che s’impastava col sudore e mordeva le carni come tanti spilli, glielo impedivano. Allora decise di ributtarsi a lavorare. Uscì dall’ombra del castagno ed entrò nelle vampe del vasto inferno. Prese raffio, reti e rastrello e si rimise a insaccare paglia. A un certo punto, asciugandosi il sudore, alzò lo sguardo verso il ciliegio bruciato … E il mulo? Dov’era finito il mulo? Guardò fin dove giungeva lo sguardo accecato dal sudore e dal sole, facendosi schermo di tutte e due le mani. Il cielo vampava come un immenso forno, la collina vacillava negli occhi come dietro il fondo di una bottiglia scolata. <<Morello Morello>>, prese a chiamare, con grido che la susca strozzava. Ma i muli non rispondono al chiamo come i cani. Non gli restava che andarlo a cercare. Si mise a camminare, col sole che gli cuoceva la ragione dentro la berretta. <<Morello Morello!>>. Ma di Morello neanche l’ombra. Allora si disperò e perse la fede in Dio. Si morse i pugni, gettò la berretta per terra, la pestò sotto i piedi, e appiccò a tutti i nomi dei santi i più oltraggiosi insulti che la collera gli suggeriva: lui che non aveva mai bestemmiato in vita sua e la domenica in chiesa era più puntuale del sacrestano.
<<Che avete , massaro, che sacramentate come un saracino?>>, disse a un tratto una voce alle sue spalle, mentre lui bestemmiava. Don Masino si volse … E quello lì, chi diavolo era? Da dove sbucava fuori? Era pallido in viso (in quella stagione!); aveva una giacca con due file di bottoni, come i cittadini, pantaloni di tela fine, stivaletti neri ai piedi e una paglietta bianca sul capo: un cittadino tale e quale. Per la verità, quell’abbigliamento non era il più consono, in una stagione così calda.
<<Bestemmio come mi pare di bestemmiare, che m’è scappato il mulo e sa il diavolo dov’è>>, disse Don Masino. E l’altro, con l’aria di chi la sa, disse:
<<Posso farvelo trovare io, il vostro mulo. L’ho visto in un vallone qua vicino.>>
<<E ditemi dove, mannaggia al trono di Nostra Signora.>>
<<Non è facile, e poi non è proprio vicino.>>
<<E allora portatemi là, mannaggia alla corona di San Crispino.>>
<<Prima dovete fare una cosa.>>
<<Che cosa?>>
<<Togliervi una cosa che avete indosso.>>
Don Masino si tolse la camicia.
<<Non quella: un’altra cosa che avete indosso.>>
Don Masino si tolse i calzoni.
<<Non quella: un’altra cosa che avete indosso.>>
Don masino si tolse gli scarponi.
<<Non quella: un’altra cosa che avete indosso.>>
Don Masino si tolse le mutande.
<<No, è un’altra cosa che avete indosso.>>
Don Masino si tolse i pedalini e restò nudo.
<<Non quelli …>>
Don masino ora sudava come il putto di una fontana, e non solo per il gran caldo. E tremava.
<<Toglietevi quella cosa che avete indosso.>>
Don Masino si strappò il crocifisso dal petto e lo scagliò per terra.
<<Ora venite, vi porto dov’è il mulo.>>
Si avviarono, l’uomo davanti e Don Masino dietro, nudo come una pecora tosata. Giunsero a un ripido pendio roccioso, tutto balze e dirupi, brullo, bruciato come neppure l’estate poteva averlo ridotto. Don Masino non ricordava di aver mai visto quel luogo. Eppure era pratico della contrada. A lungo durò la discesa, perché il vallone era così profondo che pareva non aver fondo. Infine giunsero all’imbocco stretto stretto di una grotta nera nera. L’uomo disse:
<<E’ lì dentro, il vostro mulo.>>
<<E io son ciuco! Come può un mulo entrare in quella tana? Un mulo non è un coniglio!>>
<<Fidatevi, e venitemi dietro.>>
L’uomo si imbucò nel cunicolo. Don Masino si disse: ho fatto trenta, farò trentuno. E si imbucò anche lui nel cunicolo. A lungo strisciò dentro il buio budello. Si pentiva di aver dato ascolto a quell’uomo: un mulo, come poteva impertugiarsi lì dentro? Ma ormai voleva andare fino in fondo, al budello e alla faccenda. Sbucarono, finalmente, in un antro così vasto, ma così vasto che appena se ne scorgevano i confini e la volta rocciosa. E c’era un caldo, in quell’antro, ma un caldo, che quello di fuori era nulla al paragone. Le pietre e la terra fumigavano come lava or ora rappresa, e in lontananza balenavano lampi che parevano fiamme guizzanti. E se non erano fiamme, in nome di Dio, cos’erano?
<<Eccovi il mulo>>, disse l’uomo porgendo le redini. E infatti il mulo era lì, proprio Morello, tale e quale, a parte gli occhi, che erano due tizzi ardenti, e il fumo che sprizzava dalle froge.
<<Don Masino agguantò le redini, ma subito le lasciò, ché scottavano. La bestia nitrì, s’impennò. Don Masino cadde all’indietro e finì col culo sopra una pietra rovente, e non fece in tempo a dire ahi, che già le natiche gli friggevano come braciole sulla graticola. Allora si buttò in ginocchio e <<San Filippo>>, gridò piangendo, <<San Filippo d’Aidone, fatemi uscire di qui, salvatemi. Fatemi uscire di qui e ogni anno, per la vostra festa, io vi porterò una torcia grossa quanto una colonna.>> Poi gli mancarono i sensi. Fu tutto buio.
Si svegliò che le cicale cantavano nelle restoppie e la luna era alta nel cielo. Il mulo, legato al ciliegio bruciato, dormiva in piedi, immobile. <<San Filippo, grazie, grazie San Filippo!>>
Questa storia vera, la racconta lo stesso Don Masino. E siccome la gente senza fede non riesce a credere che un uomo possa finire all’inferno vivo (e alcuni non credono affatto all’inferno, neanche per i peccatori morti), lui si slaccia le brache, senza complimenti, si abbassa i calzoni e mostra la cicatrice dell’ustione. E ogni anno, sull’altare della chiesa di San Filippo, per la festa che chiama ad Aidone pellegrini da cento paesi, nella selva di candele che ardono davanti al santo, ve n’è una che pare una colonna, tanto è alta e grossa. La recò Don Masino da lontano, sulle spalle, come Cristo la croce.

(1) Polvere della paglia