Il telefono

 

Specialmente di sera io ti amo.

Con l’ultimo Burchiello

da Marghera e Fusina il vento

Risale il Brenta placido. E’ già freddo.

 

Di sera, specialmente, io ti parlo

e ti amo – ma così tanto

che mi pare rimbalzi e si propaghi

con il vento che pulsa alle persiane

il nostro, mio vaneggiare.

 

E credo tu possa sentire

da casa tua – se pure

mi vieto di chiamarti –

ciò che io ti dico in cuor mio.

 

Come a chi è presente io ti parlo.

– Vuoi ascoltarmi? Perché

non ascolti? Tu hai chiuso la finestra,

ma invano hai dichiarato la contesa

acqua passata, risolta, conclusa.

 

Perché meno vogliamo ascoltare

le parole dell’altro, più loro

c’inseguono insistono frugano

s’insinuano come spifferi

da una chiusura difettosa.

 

E mi pare che infine tu risponda

e mi dica che vuoi, che non puoi,

che devi, che io devo – che dobbiamo.

Ed è allora che accade, ma ti giuro,

non sono io a fare il numero.

 

Per un falso contatto, un’avaria,

o perché il conflitto delle anime

è così fanatico e incessante

da risolversi in qualche sintonia

– hanno un brivido i vetri

e il tuo telefono squilla.

 

E tu di nuovo ascolti la mia voce,

ed io la tua, che sempre

sa di broncio, di offesa patita

e di abbraccio scontroso, anima mia.