Questo è un vero SCOOP

Visto che Giowanni si mantiene nel suo ritiro e si compiace di far l’ospite a casa sua, cerco di evocarne la presenza – e di stuzzicarne gli umori – pubblicando poesie piuttosto audaci (o hard o ardite, osé, erotiche o sporcaccione, come più vi piace) di un suo quasi compaesano, tal Carmelo Vullo, siculo catanese, uomo bizzarro, genialoide e inconcludente, a quanto ho capito, che aveva girato anche un po’ il mondo (o forse solo l’Italia) arrangiandosi variamente, talvolta anche con momenti di non trascurabile e presto sperperata fortuna, senza però mai radicarsi in nessun luogo né mestiere, finché, dopo la guerra, era tornato in patria a far nulla, campando di una miserabile rendita e passando il tempo nei caffè ad attaccar socraticamente bottone con altri perdigiorno come lui.
Questa la storia del personaggio.
Almeno quella che ho ricostruito io dai cenni (un po’ reticenti, per la verità) che me ne ha fatto Giowanni. È lui infatti che mi ha fatto avere questo piccolo canzoniere erotico, di cui – pur non avendo mai conosciuto di persona l’autore, morto quando lui era ancora un ragazzo – si è romanzescamente ritrovato in possesso, attraverso vicende che io spero vorrà di persona narrarvi in stile suo.
È possibile che ne sia circolata qualche altra copia, passata segretamente di mano in mano nei vari circoli dove i maschi s’incontrano nel tempo dell’ozio, giù in Saracinia. Ma è anche possibile che il poeta avesse mostrato questi suoi tentativi, non privi di ambizioni, pur se mascherate dietro il genere “comico”, solo a pochi, o a nessuno, e che essi siano passati da un cassetto all’altro soltanto dopo la sua morte.
Certamente questa, di cui è in possesso Giowanni, è la prima e unica copia a venir resa pubblica.
Non so dirvi di più. Qualora volesse degnarsene, Giowanni stesso (se non fosse, come sembra, sordo ad ogni appello) potrebbe lui raccontarvi meglio, correggendo le libertà che mi sono presa nella ricostruzione della personalità del suddetto Vullo.

Dimenticavo: il Vullo aveva firmato queste sue rime segrete, intitolate Carmina Mentulana con lo pseudonimo (un po’ da ginnasiale, mi pare) di Cavidio Ovazio Porcio, cui aveva aggiunto il tocco: detto Carmelo.

Il genere di questi componimenti ve l’ho preannunciato.
Quanto alle poesie (di cui qui presento una scelta), esse delineano un ambiente di selvaggiume contadinesco-pastorale quasi più visionario, mi pare, che realistico. Pur se nate da una volontà giocosa, si staccano dall’ovvio che parrebbe implicito in tale premessa, rivelando anche una reale passione di ricerca espressiva. A me sono parse succose, piene di aspri sapori, e soprattutto di linguaggio ricco, immaginoso, impastato di arcaicismi e calchi dialettali, pieno di sorprese, forte. Giudicherete voi.

Avverto però che non sono adatte certamente ai minori e a stomachi virginali.

 

CARMINA MENTULANA

Versami il vino asprigno che inacida col pecorino
Strigliami il vello con l’ugne sporco di polve di paglia
Rasciugami il sudore col pregno petto, moglie.

Poi t’inginocchia in guisa caprina
La vesta sopra la testa
E guarda dal gattarolo che non venga
A domandare il lievito la vicina.

 

*

 

Maciullo al sole l’erba con dita da contadino
Erbamatta e gramigna: la mastico
Faccio un cataplasma per te stesa nell’erba
Per le tue cosce per la panzaredda
Che ha doglia e voglia.
E rossa linfa da bere,
E un figlio da formare
Di fango e d’erba frullata,
Noi rustici dèi

 

*

 

Belli i tuoi fianchi buone maniglie
Quando alla botta rimpalli o scarti di colpo
E mi scavezzi l’osso del cosso
Girati – e giri. Tu trottoli come
Gallina che cerca e non trova
L’ovo nella paglia

L’acrobata balza e si ti ribalta
– ti slogo, ti disosso.

 

*

 

Li pettini a mane, e a sera scarduffi i capegli
Ti stingi e pallida sei e minuta e minnuta
E aguzzi i tuoi duri capezzoli
E i tuoi peli  lana di ferro che mola e striglia la coscia
Ma morbida carne di brace e serica al tatto
La mangio la bagno si sfanno
In zucchero li occhi grifagni

 

*

Altri nei piatti fini fiorati di terraglia
Sulla tovaglia al tombolo e vino nei bicchieri
Io nel tuo pelo con i tuoi brodi
Rognonata insalata
Moscato della fiasca
Olio della brocca
Bocca a bocca

 

*

 

Tuo il vino rosso
Mio il latte col caglio
Mostaccini pasticci saporosi
A’ nostri denti e vasta tua mia lingua
Nel letto apparecchiato, sulla bianca tovaglia
Si slomba il toro e la bianca
Vitella incornata si dissangua

 

*

Fammi scalare orchessa il letto tuo caldo
Issami cara grassa sulle tue morbide rocche
Perdimi o pelosa nel tuo acido lattice
Immagliami megera nei tuoi peli corvini
Ruttami ninne nanne con il tuo greve fiato
Infra le cosce tue tienimi accubami piscia
Mangiami fammi abitare
Nei lavici tuoi intestini

(di Cavidio Ovazio Porcio detto Carmelo)