traducendo

Visto che nessuno ha pubblicato nulla, nonostante il semaforo sia rimasto verde per un giorno e una notte, ne approfitto per farlo io con questa traduzione che mi pare tematicamente adatta al blog in cui mi trovo.

Così dunque vivrò, credendoti fedele,
come un marito ingannato; così il viso d’amore
potrà ancora sembrarmi amore, sebbene già mutato:
con me il sembiante tuo, il cuore altrove;
ché nei tuoi occhi odio non ha stanza,
sì che non so in essi leggere che muti.
In viso a molti sta d’un falso cuore la storia
scritta in musi e cipigli e strane pieghe.
Ma il cielo nel crearti ha decretato
che nel tuo viso sempre stesse amore,
e dei pensieri e processi del tuo cuore,
il tuo sguardo non dice che  dolcezza.
Quanto simile si fa la tua bellezza al pomo di Eva
se la tua apparenza in tua dolce virtù non trova rispondenza!

So shall I live, supposing thou art true
Like a deceived husband; so love’s face
May still seem love to me, though alter’d new;
Thy looks with me, thy heart in other place:
For there can live no hatred in thine eye,
Therefore in that I cannot know thy change.
In many’s looks, the false heart’s history
Is writ in moods, and frowns, and wrinkles strange,
But heaven in thy creation did decree
That in thy face sweet love should ever dwell;
Whate’er thy thoughts or thy heart’s workings be,
Thy looks should nothing thence but sweetness tell.
How like Eve’s apple doth thy beauty grow,
If thy sweet virtue answer not thy show!

(William Shakespeare, Sonetto 93)

AR TELEFONO (POESIA IN ROMANESCO ORECCHIATO)

(Cari amici, mi sun de Milàn – giammai del Milan!- però un quattro anni fa m’è venuto il raptus di scrivere qualche poesia in romanesco orecchiato . Questa non è mai uscita dal mio computer, è proprio inedita. I romani eventualmente in linea, se vogliono, possono correggere gli inevitabili strafalcioni. Un caro saluto a tutti da Franz/Markelo!) 

AR TELEFONO

L’antro ier sera quanno tramontava

e er chiaro de la sera se scioglieva

e faceva la notte ner baleno

d’una romana e dorce tiritera

me sò fatto coraggio e t’ho chiamata

ar telefono amico dei codardi.

 

Senza che tu vedessi la mia faccia

pregna de stordimento e in più d’ambascia

t’ho detto che partivo un po’ più tardi

senza famme capì co li miei sguardi.

Nun hai fatto la piega né un sospiro

m’hai detto ch’eri invero si contenta

ma co la voce che drento ar respiro

procedeva annoiata e pure lenta.

 

“Allora che voi fa, voi venì qui?”

m’hai domannato un po’ pè fare fiato

un po’ pè famme credere de si

che davero volessi famme grato.

Era dorce e cattiva ner contempo

quella tua frase detta circospetta

me faceva capì ch’era ormai tempo

de vortammese er core a chi l’aspetta.

 

“No, nun te preoccupà, c’ho un po’ da fare”

t’ho dato pè risposta questo motto

“nun m’aspettà, e svagate un pochino, fatte trovà da l’amicucce care”.

Io volevo venì, tutto d’un botto

pè famme amare come so partito

come a li tempi belli der trasporto

quanno rispetto a oggi era invertito

questo rapporto nostro ar suo traguardo;

quanno m’amavi tu cor solo sguardo

che te scoccavo quanno t’abbracciavo

te intorcinavo tutta de passione

te facevo smanià la convulsione

come ar montaggio de la majonese

ner novero dei piatti alla francese:

e più m’amavi più me te negavo.

 

Ora, co sto bruciore ar core de lo stommaco

m’intorcino er cervello e le budella

co l’interiora ar posto de la mente

e ar posto der cor tuo la coratella.

Me consolo magnando, svaporando de bianco imbecillente

cor bianco der lenzolo pè sudario

e a fine pasto diggerisco gnente.

 

Ripenso a li bei tempi ora in carcassa

a quanno me chiedevi “voi venì?”

cor core in tal tumulto che la Sip

ce faceva pagà la soprattassa.

E quella sera stessa, attaccàti l’un l’altro come fronde

me davi in pasto core e pure sesso

movendo ner mio corpo mille onde.

 

Ma se ho ben donde de parlà de onde

è perché de ‘ste cose sono esperto:

si, l’onde der mare solo e sempre a luglio

e l’onde radio pè captà li mejo;

ma l’onde der telefono conosco

mejo der tipo losco le sue tasche:

perché quell’onde lì sono un po’ strane

te bucano er cervello cò l’impulsi

de piagne solo le tue gocce vane

pè finì dritto ar giro de l’insulsi.

 

Ora la storia bella s’è invortata

come ar tegame er fritto de frittata;

quello che soffre adesso è il qua presente

che appende la cornetta e in più se pente

persino per averte disturbata.

Lo specialista

Una lieve carezza sulla carotide,
poi, per due secondi, mi ausculta il cuore.
Mi scruta dentro un occhio, poi nell’altro,
senza guardarmi negli occhi.
Mi misura il cranio con un metro,
come un sarto, un antico cappellaio.
Mi farà un’anima nuova e alla moda.
Palpa la fronte, le palpebre.
Annota ciò che va detto per l’anamnesi
e pure ciò che non dico
per pudore.

“Cefalea essenziale” è la sentenza.
Ci avrei giurato: io non potevo
ammalarmi di un morbo che non fosse
la quintessenza di quel morbo stesso.
L’archetipo, l’idea platonica del mal di testa.
La delucidazione non sarebbe
compresa tra i suoi doveri
o nel prezzo, o in entrambi. Tuttavia
mi spiega che “essenziale”
è quell’affezione o malattia
di cui non risultano obiettive
cause o indizi nel sangue o nelle varie
escrezioni, che pure attraversano
il disordine vasto dei pensieri
e la cancrena della nostalgia.

Essenziale. Però mi propina
bonifiche antibiotiche, non si sa mai,
e non steroidee e cortisoniche.
Io invece mi prescrivo di:
alzarmi dalla sedia,
aprire la finestra,
spengere il PC.


 

 

Vento di luglio

E’ nei giorni più caldi d’estate
che viene il vento sulle colline.
Ogni frutto è caduto, consumato.
Dalle pietraie la gramigna e il cardo
spandono al vento i semi.

Nel giardino della rivista
di fai da te e giardinaggio
s’alzano vortici di paglia.
Non gli sono propizi questi climi,
questa terra non l’ama.

Dopo l’arsura, anch’io ora patisco
un vento infuocato, carico
di semi d’erbe grame
simili a grano ingiallito e mai mietuto.

Selvatiche spighe tenaci
si agitano e premono ai recinti,
lanciano piccole frecce
nelle aiuole assediate, nei solchi vuoti.

Il loglio ha pregato che il vento
giungesse prima del fuoco.
Tutte le terre incolte
fremevano alle brezze, nell’attesa
non della pioggia ancora, ma del vento.

E il vento venne, spargendo semi e incendi
dove ormai poche viti
cercano un sostegno, dove mai
più imbiondirà il grano.

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Nostos
(Le mie ferie e le tue in Magna Grecia)

A Itaca
io ci torno ogni estate,
mille e cinquecento chilometri d’autostrada.
Ma adesso ho la macchina nuova,
climatizzata.

Si parte che è ancora notte
e si arriva di sera: attraversiamo
molti paesi dell’Esperia e tanti
perigli e mostri affrontiamo: i tir, gli svincoli,
lavori in corso specie nelle calabrie,
le curve a centotrenta.

Scarichiamo i bagagli e poi
due cose da fare subito,
antiche come la terra: strappare via
l’erba dai muri secolari
e procurarsi l’acqua. Ma dovrei
svegliare i vicini o andare giù in paese
solo per telefonare
all’uomo dell’autobotte.

Rinviamo tutto all’indomani,
quando, aspirata la polvere
imparziale e austera, che non lascia
distinguere la plastica dal legno,
la luce del giorno ci rivela
che tutto è a posto e niente ci mancherà:
brocche e crateri con i fiori secchi,
scheletri di selle appese ai travi,
il Baygon (indispensabile), i cavagni
di canna, le sedie di Auchan,
il tavolo di pietra e l’abbronzante
a tripla protezione e falci e zappe
e tridenti e steariche e falene.
E i molti libri tascabili estivi
e i pochi impegnativi, imparzialmente
deformati dall’umidità.

Siamo di nuovo a casa, cara: niente
è al posto giusto.

Hai scelto e scartato con cura
gli arredi e i comfort: no
al telefono e alla televisione,
sì al frigorifero e al bagno con scaldabagno.
Hai stabilito e sai con sicurezza
cosa disturberebbe il capriccioso
genius loci, e cosa gli piace.
Se provo a ribellarmi, perché è atroce
privare un uomo del telegiornale,
minacci di cambiare rotta e climi,
di tradire la tua Sicilia
(non certo la mia) per il Tibet
e le Maldive.

Avrei da opinare che i miei avi
non leggevano libri in luglio,
ma mietevano il grano senza creme
preservative.

 

I topi nel parmentu

I topi e noi non ci disturberemmo,
ci daremmo il cambio: noi d’estate,
loro nelle altre stagioni.
Hanno abitato qui per tanti anni
che potrebbero essere loro
proprietari per usucapione.

E in fondo una casa così
è a misura di topo: anfratti, crepe,
vecchi legni per panche,
tavole mal commesse sui tronchi.

Questo inverno, il più lungo per loro
dai tempi della spagnola,
hanno fatto più che da padroni.
Migrati dalle campagne confinanti,
sfuggite a belve satolle ma crudeli,
ai gatti posti a guardia dei villini,
trovarono scampo qui,
nell’unica casa somigliante
alle case di cui hanno nozione.

Riconobbero subito, i topi,
le tane dei loro avi.
E io, sopravvenuto,
sarei stato clemente
con loro come coi ladri (li conosco!).
Ma s’erano mangiati i fiori secchi,
i materassi a molle, i libri, i manici
delle scope, e, come dessert,
da veri intenditori,
l’asciugamano firmato pierre cardin.

E così un mattino hanno trovato
sotto la cassapanca
un cibo prelibato. Avvelenato.