FANTASIME

Ora che non ci sono più, e tutto
ha ripreso il suo corso rientrando
nel solito tracciato, è soltanto
uno sbaglio, un vizio di malinconia,
se tornano – quando sanno che più
non è qui la loro casa o non è questa –
che di altri sono calze e biancheria
stese alle vecchie ringhiere, di altri
in queste stanze le voci consuete –
e loro non diversi da emigrati
che tornando ospiti al paese
per qualche giorno, si sanno in cuore
dal loro stesso cuore ormai spaesati.

Anna Setari

ASOLO

 

Era così simile a te, quella strana città! Sembrava l’avessero costruita apposta per te, per il tuo sguardo capriccioso, per le tue scarpette di cervo (morbide, benché lunghe e puntute come baionette) e per le tue gambe di stambecco.
Se io provassi a raccontare di un luogo in cui siamo stati insieme, di uno qualsiasi, o di quello che più mi è piaciuto, non riuscirei a dire che di te. Come se dappertutto non avessi visto che te, quella tua andatura prodigiosamente lieve, i tuoi occhi d’ambra che non potevano fermarsi per un istante su una cosa senza cercarne subito un’altra. Se ripenso a quelle gite domenicali, solo di te ho memoria: di nessun altro paesaggio. Asolo me la ricordo,  tuttavia. Ero io, proprio io, l’uomo che passeggiava, quasi correva, per quei vicoli in compagnia di quella ragazza dai capelli rossorame, in quello splendido pomeriggio di marzo.
Non c’era strada che non fosse una salita ripida, o un’improvvisa discesa. Così era Asolo: come la ragazza. E nessuna di quelle strade portava a una piazza già nota, a una vista su una vallata già contemplata. Nessuna viuzza, piazzetta o cantone di cui si potesse dire: di qua siamo già passati. Eppure la città era piccola, e la passeggiata durava da un bel po’ di tempo.
Con che agilità, con che grazia lei correva per quei vicoli tortuosi. Era il suo sguardo avido, il suo sguardo mobilissimo a guidare e precedere i suoi scarti repentini, e a calamitarli entrambi – l’uomo e la ragazza – ora verso un poggio turrito, ora verso un’ampia terrazza: uno sguardo lanciato innanzi come il gomitolo che la zampa del gatto tocca e non afferra. Il gomitolo si srotolava e lei ne seguiva con sicurezza il filo, nel labirinto. L’uomo, che a fatica riusciva e restarle accanto nella passeggiata – senza mai sfiorarla, senza osare impedirle il passo o distrarla dal suo percorso a zigzag – da quello sguardo indovinava il vicolo che lei avrebbe imboccato, la scalinata verso cui si dirigeva, la chiesa in cui stava per entrare. Un istante prima che la ragazza deviasse giù per una stradina scoscesa, o si dirigesse verso una terrazza, o si avviasse quasi di corsa verso una scalinata, lui intuiva la direzione e accelerava già prima che lei accelerasse, o per un istante la precedeva nel vicolo che subito dopo lei imboccava. Ma era quasi sempre lei a precederlo, a correre più in fretta,  a trarlo dietro di sé lungo il percorso labirintico. Ad ogni curva, ad ogni angolo, in cima ad ogni salita s’apriva una nuova prospettiva.  Dal punto in cui ogni strada sembrava finire, molte strade si dipartivano: in discesa, in salita, in tutte le direzioni. L’uomo era accaldato, sudava. La ragazza era fresca come il pomeriggio di marzo sui colli asolani. Non gli rivolse mai la parola, né lo guardò mai, quel pomeriggio. O forse disse una sola parola: guarda!
Duplice era per lui la visione di quei vicoli, dei portici, delle chiese, del castello: la visione della città reale e di quella rispecchiata nello sguardo di lei.  O forse non vedeva nient’altro fuorché ciò che la ragazza vedeva. O non vedeva nient’altro fuorché la ragazza; e anche adesso, mentre crede di cercare i tortuosi lineamenti di una città nei suoi ricordi, è lei che vede se chiude gli occhi, lei insegue ancora, solo di lei gli piace raccontare.
Un poeta aveva cantato quel luogo definendolo “città dai cento orizzonti”, ma ben più di cento dovevano essere gli orizzonti e le ringhiere a cui la ragazza voleva affacciarsi, in quella giornata straordinariamente limpida. In fondo a ogni vicolo si apriva una nuova prospettiva, un belvedere, una piazza, un nuovo quadrivio. E nessuna vista somigliava a un’altra, nessun paesaggio era uguale a un paesaggio già percorso con lo sguardo – uno sguardo sempre in fuga, sempre obliquo e inquieto.

     Nata in primavera

Oggi sono arrivato molto tardi al lavoro e ancora non connetto. Eppure ho in corpo una dose di caffeina che farebbe venire le convulsioni a un elefante. Sono qui che traffico con un modulo di richiesta ferie on line. Ho sottomano un calendario dell’anno scorso… Se almeno sapessi in che giorno cade la Pasqua, che non ho mai capito per quale arcano motivo cade sempre in un giorno diverso. Anzi, se qualcuno volesse spiegarmi… Cerco i giorni segnati in rosso nei mesi di aprile, maggio, giugno (non si sa mai). Poi mi accorgo che il calendario è del 2002… quindi dell’anno scorso…. no, di due anni fa…
«Scusa, sapresti dirmi che anno è oggi? », chiedo a un collega. «Anzi, già che ci sei, mi detti i miei dati anagrafici? Sto compilando la richiesta di ferie on line… Che reparto è il nostro? In che qualifica funzionale sono inquadrato? Cos’è una qualifica funzionale? Chi sono io? Come mi chiamo?».
Il collega mi guarda preoccupato. «ti x’è mona o ti fa finta?», mi dice. Lo mando al diavolo e cerco su internet. Vado su Google e digito “Data odierna“: 119.000 ricorrenze. Allora digito l’indirizzo del mio giornale on line prediletto, o l’unico URL serio che risco a trovare tra i duecentomila preferiti. Così mi guardo le notizie, già che ci sono.
Eccolo qua. Il ministro Calderoli si dimette (come mi dispiace!)… Il Viminale dispone un’ispezione all’Anagrafe di Roma… Mandato di cattura europeo: il Senato approva, la Lega no…. Ah, questa potrebbe interessarmi: l’IRAP sarà abolita…. Ma cos’è l’IRAP?. E’ meglio che io non chieda al collega (sono un dipendente del ministero delle finanze, dopotutto). Ma ecco che la mia attenzione si appunta sulla data odierna: venerdì, 18 marzo 2005…  Un lampo improvviso squarcia le nebbie del nulla che accade, in cui andavo fluttuando come una barcaiolo ubriaco nelle barene di Porto Marghera, in un brumosissimo giorno di fine inverno. Il 18 febbraio…
Ma sì, oggi è il compleanno di Eburnea! E’ il compleanno di Eburnea e la primavera è iniziata. E io so che questa non è una coincidenza. 
Buon compleanno, Eburnea!

La mimosa

Un solo anno e almeno cento giorni
segnati in rosso – mesti anniversari!
Il ventisei febbraio, l’otto marzo…
La Prima Volta, l’Offesa, il Perdono,
i dieci addii, i nove ritorni.

E corre il tempo, lenti sfoglio i giorni
di questo calendario,
e tu non sai, smemorata,

che il giorno del tuo compleanno
è Natale, l’Egira e Capodanno.

Il primo Avvento, il secondo,
l’Ascensione al castello di Asolo,
la Gita a Cividale (già nel terzo)…
Dozzine di pasque gaudiose
e altrettanti venerdì santi.

Era d’inverno, quasi già primavera,
quando, al maestoso plurale,
disse la dea: facciamoci una storia.
E come allora, come 
le viole della canzone, 
sfioriscono le viole e rifiorisce…

La mimosa! Un intatto ramoscello
comprato ad un semaforo
un anno fa: patetica reliquia,
povera scoria.

La sdegnasti ("no grazie"), quasi offesa.
Aborrivi le cerimonie.
L’omaggio floreale, poi… così old-fashioned.

Lacero coi denti il cellophane.
Ed è un’esplosione di polvere
giallognola, copiosa polluzione
di petali disfatti, non più di polline.

I contadini non amano i fiori

AMARCORD (che in vernacolo piazzese si dice iè m’ r’gord)

Questo poemetto, come quasi tutto ciò che ho scritto, non è recente. Diciamo che quando lo scrissi ero molto giovane (adesso sono soltanto giovane, avendo passato i cinquanta). Mi raccomando, perciò, alla clemenza dei coraggiosi che volessero leggerlo nonostante la sua lunghezza. Suggerisco, inoltre, di considerarlo un testo indeciso tra poesia e prosa (oltre che ancora in lavorazione).
Ricordo il momento, l’occasione in cui lo scrissi. Avevo appena letto il Tonio Kröger di Thomas Mann. Cosa c’entra Tonio Kröger con un poemetto malriuscito, scritto da un contadino mancato? Nulla, per la verità; ma all’epoca in cui lessi quel racconto riflettevo sulle cause di un mio irrimediabile disadattamento (“sei un adolescente disadattato”, mi diceva la mia fidanzata di allora), e una frase mi colpi, qualcosa che l’amico pittore dice a Tonio Kröger (il protagonista del racconto di Mann): “Sei un borghese disadattato”. O forse la frase era “sei un borghese traviato”. Ecco, io mi sentivo un contadino mancato, disadattato e soprattutto traviato. Traviato dalla poesia, dalle cattive compagnie, dalle malefemmine nordiche. Una volta mio padre mi disse: si peggiu d’ ‘na mala annata (sei peggio di una cattiva annata). Ero cronicamente fuori corso all’università, e invece di studiare o cercarmi un lavoro scrivevo poemetti. Ah, avessi dato ascolto alla buonanima! Un contadino non dovrebbe mai fare lavori improduttivi. 

Cos’altro? I toponimi (Muliano, Leano, Serradape ecc.) sono di località rurali nei pressi di Piazza Armerina.

I contadini non amano i fiori
(sulla passione per l’antiquariato)

Non ha finestre, quasi non ha porta
il ripostiglio, la grotta
nel recesso più buio, più segreto
della casa dove sono nato.
La muffa nera alle pareti
è soffice come muschio e ha un odore
di salnitro e ammoniaca.
Da nere travi pendono corde secche,
qualche paniere sfondato e ragnatele
disabitate. Neanche più gli insetti
vivono in questa tomba.
La chiave viene perduta
e ritrovata ogni sette anni.
M’invitano a indossare abiti vecchi,
tute scafandri caschi,
se voglio entrarvi a cercare con la candela
cose che altri dicono preziose
senza conoscerne i nomi francesi o arabi.
Appena trent’anni fa erano vive,
ancora in uso. Niente di speciale:
contenitori per olio e conserve,
attrezzi per lavorare la terra.
Cose che non hanno ancora un nome
nella straniera lingua in cui scrivo.
E non vorrei, del resto, per rispetto,
scriverne i nomi in corsivo,
evocarle in dialetto.

Sopravvivono i nomi – e gli scheletri.
Durano poco, oggigiorno, le cose.
Le parole, un po’ più durature,
non sono pietra, sono creta, o rame,
che quando è nuovo sembra oro.
Ma questa è l’epoca della resurrezione,
della vita eterna sulle mensole
di vetro, nei paradisi antiquariali.

Dovrei svuotare questo intestino cieco,
tradurre tutto nella mia nuova casa,
quando ne avrò una: panieri ceste
lumi a petrolio crivelli caldani
stoviglie pentole giare
cordame aratri falci rugginose
e ragnatele spesse come terra.
Ma basterà lavare, restaurare?
E quali piante dovrò coltivare
nel mio giardino?

O cara infanzia, amate cose, vecchie
e non antiche, Itaca
è mai esisistita? E vi ho davvero amate?
Ci eravamo disaffezionati
a voi, alle vostre ombre, come ai malati
che non guariranno più,
e non li guardiamo neppure,
quando siedono a tavola
pallidi e silenziosi.
Trent’anni dopo, di sé non lasciano
che ossidi, gusci vuoti e contraffazioni
persino nella memoria. No, non somigliano
alle patacche in vendita presso gli scavi,
né alle reliquie dubbie degli antiquari
che mostrano gromme e patine “originali”.

Dovrei lodarvi, venerarvi, o lari,
comporre odi per voi e peana.
Invece mi fate pena, come a mio padre.
Nascondetela, quella padella
annerita al fuoco di legna.
Perchè le avete inflitto
il ludibrio di stare lì esposta,
appesa, tra rampicanti e bougainville,
al muro di cinta di un villino,
in compagnia di un’erma di cemento
e di ortensie negli scaldini?
O almeno allontanatela del tutto,
truccatela, mummificatela
come le sue sorelle,
la cui crosta di fumo fu lavata
con l’acido per il water,
e il cui rame splendente, ritrovato,
venne di nuovo cancellato
con nitrato d’argento e ammoniaca
che le insignirono di un verde antico,
da bronzo greco o patella
trovata alla Villa Romana.

I miei ricordi non sono ancora
memorie. E vorrei cancellarli
con plasticoni e vernici. Non posso
tenere i cadaveri dei miei morti
in mostra sul canterano.
Tornato da Milano, del resto, non ho trovato
il lume a petrolio nel granaio,
il fuso e l’arcolaio nel sottoscala.
I miei cugini li avevano razziati
e venduti ai mercanti di Catania.
Puzza di morchia la giara superstite
ancora dopo trent’anni.
Dovrei riempirla di terra, come fan tutti,
e piantarci una palma, o dei gerani.
Ma mio padre e mio nonno a Leano
non piantarono palme, mai, né oleandri,
né rose né gerani. Gli unici orpelli
erano le decorazioni sulle stoviglie,
le ceramiche di Caltagirone.
Ma quelle erano fiori dei padroni,
regali del barone palermitano,
del cavaliere gerosolomitano.
I miei avi piantavano peri e meli
e pomodori, non laurocerasi.
E mandorli e noccioli, altro che ficus.
Seminavano grano, non prati inglesi.
Cipolle, non bulbi di crocus.
Le palme e i fiori stavano ai giardini pubblici,
non in casa e in campagna.

Ce n’erano anche là, fiori, cipressi,
dietro il muro di glicine e spine
che ci vietava la cerca dei nidi,
nella casa che apriva il suo cancello
solo a settembre, quando l’autunno
con l’esattore veniva
a esigere il raccolto dell’annata.
Ed allora cessava
il silenzio solenne in quei giardini.
Gli uccelli vi potevano cantare,
il signorino giocava
con una palla d’oro,
il fiero campiere s’inginocchiava
e baciava la mano.
Narrano che a dodici anni
il signorino morì
per una puntura di vespa,
o forse perì avvelenato
da un bicchiere di vino di Serradape.
E il barone, che aveva celebrato
l’aria salubre dei colli armerini,
non vi tornò mai più.

Ci sono entrato mai in quella casa?
Grande, più grande d’ogni casa umana.
Ero bambino e l’orgia dei tritoni,
là, fra gli spruzzi e i salici di babilonia,
mi parve cosa che forse ho sognato.
Dagli archi un po’ normanni e un po’ moreschi,
dalle mensole e dalle balconate
ghignavano e ringhiavano mascheroni,
un po’ draghi e un po’ grugni satireschi.
E dentro, quanti marmi e princisbecchi!
nuvole a forma d’angeli e madonne
volavano fra stucchi e lampadari.
Le cornici barocche dei ritratti
di Paladino, gli specchi, i doppieri,
le dormeuse le agrippine i luigi dodici
e altre meraviglie che anche adesso
non saprei come chiamare:
roba che certo non potrei trovare
alla Zineffa, rivendita
di vernici e cornici fatte a mano,
barocche anch’esse e di poliuretano.

Il corniciaio vende anche le pecore
di gesso, e putti e piccoli gazebo
per i giardini con bossi e panchine,
cose che tutti possono comprare.
Mi racconta che il padre era un pastore.
E io ripenso agli ovili di Muliano
e al pastorello di quattordici anni
che ammazzò col bastone una ninfa
chiamandola puttana.

Lu iornu pasciva li pecuri
la sira faciva sipali… (1)

Degli ovili come dei terreni
facevano recinzioni con muri a secco.
Le pietre nel ragusano
sono merda del diavolo,
altro che suiseki e giardini zen:
per ogni chicco da seminare
bisognava togliere una pietra.
A Enna, che si chiamava Castrojanni,
le case dei pastori erano grotte,
come nel presepe, e di pietra vera.
I figli di quei trogloditi sono pingui
come tutti gli ex emigrati
e bilingui: ennese e tedesco.
Fanno sopraelevazioni e seconde case
con blocchi di cemento.
Folcloristi antropologi professori
li vogliono specie antica da salvare,
ma quelli non lo sanno: troppi innesti
allignano sull’ignobile nobile ceppo.
Nel campo avito piantano un pesco
e due pini di aleppo.

(1)Da una canzone popolare: 
di giorno pascolava le pecore/di sera costruiva muri a secco.