il fiocco    

La rosa, sebbene protetta
da un astuccio di cellophane,
non durò molto. Ma tu, che mi amavi,
in cima al vaso esile come candela
ponesti il fiocco della confezione:
una coccarda rossa.
Restò lì per mesi, per anni,
quella piccola fiamma
che non ardeva.

Un fiocco, un fiore perenne,
l’impronta di una conchiglia nella pietra.
La foto di un morto che ingialliva,
l’ombra della rosa nel ricordo.

Un dono consumato, una risposta,
un messaggio che ormai non ha fretta.
L’attesa senza fine, la promessa,
la fedeltà, l’intatto
sigillo di una lettera perduta.
    

 

L’immagine non è adatta, ma non ho trovato di meglio. Ho cercato in Google e nei cassetti una coccarda grande come una rosa, di quelle che i fiorai incollano sul cellophane con cui incartano i fiori. Una coccarda rossa come una rosa rossa. Quasi quasi compro delle rose, domani, ma solo per poter fotografare la coccarda. Oppure potrei comprare un costoso profumo (anche in profumieria guarniscono i pacchi regalo di coccarde simili).
In questo momento non saprei a chi regalarle, delle rose o un profumo. O forse una ci sarebbe… A me, comunque, interessa solo una bella coccarda rossa da piazzare lì.

2 giugno, ore 01
Il conconrso "Una rosa per una coccarda" viene vinto, inaspettatamente, da una sconosciuta, tale
solomaria; la quale, però, a quanto mi dice nei commenti, non potrà ritirare il premio. La sua è proprio la coccarda che cercavo. A lei va la mia riconoscenza e, visto che è una neo-bloggeressa, i nostri affettuosi auguri.

La rosa di Gerico

3 giugno

Per chiudere questo post a puntate, e con esso il mio frivolo e glorioso blog, vorrei parlarvi di una pianta che, letteralmente, non muore mai, proprio come una coccarda o un fiore di stoffa. E’

la Rosa di Gerico. Il nome è quanto mai improprio per questa pianta prodigiosa: non foss’altro per la sua straordinaria vitalità e longevità. La rosa di Gerico, infatti, è immortale, mentre le rose (lo sappiamo bene!), non vivono che una stagione (o solo alcuni giorni, se vengono recise e incellophanate e incoccardate).

La Rosa di Gerico, detta anche resurrection plant, è una pianta del deserto, e può resistere per anni in stato di letargo, per così dire. Nei lunghi periodi di siccità, si chiude, si appallottola e sembra un cespuglietto completamente secco. Il vento la fa rotolare sulla sabbia del deserto, della quale lei riesce a imitare perfettamente l’aridità e il colore. Ma quando piove, si apre come una conchiglia e mostra un cuore di smeraldo. E più le sue radici filiformi assorbono acqua, più lei diventa verde e rigogliosa. 
Ne ho una in casa, una Rosa di Gerico che tengo in un piattino di vetro di Murano. Una volta al mese le do un po’ d’acqua e il miracolo della resurrezione si ripete. Bisogna darle da bere per tre-quattro giorni di fila, non di più, altrimenti marcisce. Poi bisogna lasciare che si riaddormenti.  La vedrete sbiadire e richiudersi pian piano, serenamente. Può dormire per anni, per decenni (dicono).

Proverò a fare come lei: mi chiuderò, appassirò, per rivivere in una stagione migliore.

Appena il contatore delle visite arriva a 25.000, tiro giù la saracinesca.

Dai cassetti di GIOVANNI MONASTERI

Troppo silenzio e aria di chiuso in questo blog da quando il Monasteri se ne è partito per la Sicilia, senza mandarci, oltretutto, nemmeno una di quelle cartoline che aveva, sia pure vagamente, promesso. Sono perciò venuta a frugare nei suoi cassetti, dove, in mezzo a non vi dico che confusione di fogli e foglietti e lettere non spedite, brutte e belle copie, bollette scadute, note della spesa, fotografie di se stesso ripreso in tutte le pose, luccioline e altri insettini non meglio individuati resi trasparenti dalla morte, in mezzo a elastici, monetine fuori uso e forcine, ho pescato due poesie che mi sono parse molto belle (molto adatte, anche, a questo senso di lontananza che il nostro amico andandosene ci ha lasciato).
Una è del 1998, come l’Inventario dei beni da spartirsi, cui si ricollega per tema.
L’altra, invece, è molto precedente, scritta dieci anni prima, nel 1988, quando da poco Giovanni era venuto a vivere a Marghera. Anche questa tratta di una separazione: dalla terra, da una fase della vita, da un vecchio se stesso.
Buona lettura.

PENSIONE SAITTA

Ho chiuso la porta a chiave, la finestra
e il libro – perdevo il segno, il segnalibro
e leggevo più volte con impegno
lo stesso capoverso.
Non riuscivo a capire o a condividere
quell’ottuso ottimismo
e non riuscivo a finirlo, malgrado
mi sembrassero sagge e scritte bene
quelle diete per l’anima (che geme).

Ho chiuso le persiane, una s’incastra.
Non riesco a far buio abbastanza
da oscurare lo specchio su cui altri
pellegrini e sfollati s’accanivano
con decalcomanie e sputi
che non riuscivano pulirlo.

Ho spento il modem, spento anche il PC
che suonava un qualsiasi CD
finalmente odiandolo, quel coso
che scrive e suona ma non balla ancora
e mi ha rubato il tempo infecondo
che l’antico rovello mi lasciava.

Ho chiuso tutto, chiuso
anche con lei che amo come la
vita che ancora appartiene,
per potermi azzerare –
resettare
formattare
, per non sentirmi più
solo con la speranza, che non muore
ma agonizzava – chiuso. Poi ho spento
la luce e semplicemente
ho pianto.

1998

RICAPITOLAZIONE

Sembra tutto finito, ma non è
la prima volta che muoio.
Forse tutto fu fatto e consumato
in quell’attimo, in quella fiammata.
Come neve la cenere di adagia
dov’era una foresta misteriosa.

Non dovrei parlare come i vecchi,
non sono tanto vecchio,
anche se di nient’altro più mi sollazzo
che della mia saggezza
petulante e affabile.

Nei giorni feriali, sapessi,
parlo di molte cose, e di me stesso
con speciale insistenza.
Tutti mi ascoltano attenti, ma io
non sento e non mi ascolto.
Il sabato poi taccio,
me ne sto solo, in silenzio.

Un tempo avevo l’età
di una bella ragazza
che ho conosciuto ieri.
Bella! un uccellino, un pesciolino
flessuoso e variopinto
in un acquario con le alghe finte.

Eh sì, i tempi cambiano,
e anche la nostra loquace generazione
non parla più a nessuno
e nessuno più ascolta. I tempi cambiano!
E questa è la sola verità
che non sia andata in pensione.

Quella che amai, comunque,
era diversa – e anch’io ero migliore.
Voleva sempre parlare e giocare,
povero piccolo cane.

Il mio amore dorme
come un pesce in un iceberg.
Qualcuno lo sveglierà?
Un tempo le ragazze in tutto il mondo
avevano la mia età.

Non sono andato in India né in America,
a quell’epoca. Ora è troppo tardi.
Ripenso ai poeti del liceo
che amavano per tutta la vita
una ragazza morta.

1988

Giovanni Monasteri

Divorzi e ancora divorzi. Alcuni seri, altri assai meno. 
Sto per lasciarvi (se qualcuno si strappa i capelli, me ne mandi una ciocca). Mi sbrigo alcune faccende e poi parto per la Sicilia, da dove spero di poter inviare una cartolina ai miei blog-fans più affezionati (magari sotto forma di commento). Per un mesetto, almeno, non ci vedremo.
Una mia amica ha le chiavi di questo blog. Ne farà quel che vorrà farne e potrà pubblicarvi, indifferentemente, cose mie e sue (le ho dato anche la chiave del mio cassetto). Vogliatele bene come gliene voglio io e più di quanto ne volete a me (se mai me ne volete).
Arri**

Inventario dei beni da spartirsi
– Copia per A., conforme all’originale


  Ciò che ancora dovrei portar via,
mia cara – ma davvero
cara al mio cuore avvilito –
ciò che dovrei predarti per strappare
davvero l’unghia incarnita

ciò che dovrei riprendermi non ha
un prezzo, neppure quello
dell’usato e consunto come amarti.

Non sapresti che farci, ma non puoi
ridarmelo in nessun modo,
né in concessione né in dono
né in usufrutto né sbattuto in faccia
né in deposito o in pegno o con clausole
fideiussorie, o per togliermi
dai tuoi piedi, che bacio.

Ciò che dovrei riprendermi è un fardello
di cui né tu né io
sapremo liberarci. E’ la fiducia,
la baldanzosa incoscienza
con cui entrai un giorno nella tua casa,
nel sacrario più volte profanato
stracolmo d’offerte e reliquie.

E’ come dispersi le mie carabattole
nel tuo bazar sterminato, sfrattando
ombre vischiose d’altri
morosi come me,  perché il tributo
era esoso, malgrado quell’amore
spensierato  – l’amore birichino
stuzzicato a dovere, guidato
da una regia così fluida e perfetta
che ancora mi sorprendono e divertono
quelle canaglie, quei due clandestini.
E mi domando quale tirocinio,
quale felice scuola, o dolorosa,
ti aveva esercitata in una parte
così ben recitata.

Ciò che di mio dovrei prenderti
in questa minuziosa dettagliata
spartizione dei beni,
bruciato fino alle radici
il bene grande come il mondo, ma
poca cosa per te a paragone
di una porzione di mondo
gelosamente tua

Ciò che dovrei riprendermi
è prezioso e ingombrante, ma non so
da quale baule inchiavardato,
da che nascondiglio o parete
potrei strapparlo via
per lasciar vuota e nuda
di nuovo la tua scena, mentre la mia
non sopporta veli né luce
e non potrebbe essere più desolata.

Tu sai di me quanta parte
ti resta addosso, accanto.
E come faccio a riprendermi
il sonnacchioso me stesso
che per dieci anni parcheggiò l’auto
sotto la tua finestra,
fece le scale vuote
per ritrovarti ogni giorno
e abbracciarti.

Lunga è la lista di cose
che appartengono a me della tua casa:
 
La polvere e i miei poemi
sul comodino di vetro.

Un confetto divelto (e mai mangiato)
dall’ultima tua scultura di pastafrolla.

Una spiga di fieno o un cardo secco
caduto dal composé di fiori secchi
(prima che l’aspirapolvere lo inghiotta
insieme ad altre prove del tuo amore).

Un insetto, una cimice balorda
che fu verde e puzzava, finché
non s’insaccò nel lume del lampadario
e appassì ancor prima di morire.

E quel nido di vespe, quel guscio
di roccia stipato di larve!
Era così saldato ad un mio libro
che bisognò strapparlo. E addio per sempre
allo strano sciame che annunciava
per te la nuova stagione,
per me il rinnovo del contratto.

Tutto vorrei di te,
poco del tuo. La farfalla
quasi disfatta dentro un vecchio libro
salvata dallo scanner a colori
insieme a scarabocchi di bambini,
perché di ciò che passa resti almeno
un’immagine come di giardino
nell’autunno che viene  – e che tu vuoi
sia solo tuo anche quello, perché niente
infine mi appartiene.

Poi dammi ancora un altro dei tuoi fogli
di “carta da collezione”.
Dopo tanti cadaveri aborriti,
puoi privarti  di un po’ di munizioni?
Che lettere preziose vuoi ancora
affidare al piccione? La carta
i calamai i computer le stampanti
i cofanetti i nastri, non sono troppi,
persino per i tuoi amori?
Dammene uno solo. Voglio scriverci
numeri di telefono
da perdere.

Ma specialmente voglio portar via
una cosa che non potrai contendermi
e non potrò mai svendere
né regalare a un’altra: l’immagine
della tua fronte china
quando il volto era più stanco.
Rammendavi una strega di pezza,
riparavi un vestito logoro
che nessuno indosserà più.

Ho amato quel tuo accanimento
nel voler salvare, riscattare
ciò che il mondo dilapida.
Umili cose che, strappati appena
la carta a fiorami e il cellophane,
quelli come me che hanno le mani
bucate o senza artigli
condannano alla fine.

Imparerò forse anch’io
a non buttare via nulla, dopo questa
perdita al gioco d’azzardo.
Mi riempirò la vita (solo mia?
in comunione legale?)
di mille scatola vuote e
– cos’altro? Cartoni da imballo,
sveglie e orologi fermi. Gusci e scheletri
e barattoli e l’ultima coccarda
strappata via coi denti.

Ora tocca a me fortificare
la cittadella, sbarrare le porte
e lasciare al nemico invasore
solo una feritoia, uno spiraglio
per colpire, per essere colpito.
Ma non saccheggerò, non darò fuoco
a ciò che resta dei doni ospitali,
benché si debba stimarli come paglia
dopo la mietitura, barattarli,
farne oltraggioso mercato.

Per me saranno lievi come la foto
che mostrerai alle tue amiche vedove
con un sorriso triste come per
un lieto fine: un filare
di oleandri lungo la muraglia.
Sarò io a piantarli, per te sola,
nel tuo giardino.
 
Marzo 1998