Le pietre di Sambuco

Sto per tornare in quei posti. Le solite vacanze estive al paesello. E allora dissotterro dei testi che sono nati lì, precisamente in contrada Sambuco, nella mia campagna.

 

Dalla strada che fende la collina
come un’incerta crepa
conduce alla pineta demaniale
una gradinata di terrazze
sorrette da sipale (1). A pochi passi
è un bosco d’eucaliptus
così grande che ti ci perderesti,
non vi fossero i viottoli tracciati
dai turnisti della forestale.

Non piove mai, la terra diventa sabbia.
Ma i pomodori riescono,
se sacrifichi l’acqua della cisterna.
Un’autobotte d’acqua, qui al Sambuco,
costa sessantamila lire
e dura una settimana.

Le pietre del Sambuco
non sono rinomate
come le sue vigne. Ma che pietre!
E che vino, fratelli d’Italia!

Il mio vicino è un pensionato,
ha sei figli migrati, sposati,
quarantadui aulivi,
quattro ficare, due persichi,
ventidue pruni e decine
di rocchiuli di vigna.
Dice: “Ma che ti credi,
io era un capomastro specializzato
e non un ortolano: addonca, Giuà,
se non capisci il ciaccés(2),
potiamo parlare il taliano”.

Però ha una passione per l’orto,
conosce il mestiere di suo padre.
Nella sabbia asciutta le patate
gli vengon lisce come l’alabastro:
le dissotterra insieme a certe pietre
tonde come patate.

Le pietre del Sambuco sono tante
e hanno tanti nomi,
secondo la loro forma e il loro uso.
Dicono che gli esquimesi
hanno ben dodici parole
per dire ghiaccio. Noi per dire pietra
ne abbiamo ancora di più.

Noi che veniamo dal nord,
noi che torniamo al sud,
e andiamo su e giù per l’Italia
come salmoni su e giù per il fiume,
e chiamiamo le pietre solo sassi,
ci stupiamo, noi. Oh, le pietre!
Il pesciolino rosso
non ha mai visto le alghe!

Pietre di forma regolare,
lingotti obelischi colonne
mele giganti, gialle melanzane,
pomodori, uova di caimano.
E pietre dalle forme così inconsuete
che non le diresti pietre,
ma pesci preistorici, o sculture
di Moore, di Pomodoro.

Ci sono pietre buone da murare,
pietre per allontanare i cani,
pietre per il selciato, per le sipale,
pietre per sgherigliare le dure mandorle
e quelle per le nocciole.
E adesso anche le pietre ornamentali.
Si chiamano: cuticchi cuticchiuni
scagghioli mazzacani
balati balateddi balat’dduni
puntagghi rasagghia basuli rusugghi
balatinu murra cucculuni
e petri.

Ovunque scavo, qui, trovo un tesoro:
le conchiglie di oceani remoti,
felci e fiori impressi nelle pietre,
pietre per ornare la fontana
asciutta, pietre d’oro.

Sui pendii tra le fratte lavora
la pioggia, impareggiabile scultore.
Avara, senza fretta consegnò
i propri capolavori
all’oblio delle frane.
Ora, dov’è una collina
prima o poi una ruspa la spiana.

Come da sarcofaghi violati
si affacciano al nostro stupore
tesori, pietre. E ognuna
è un dono, un frutto maturo,
una pianta nuova e abbagliante.

Quale scalpello o fornace
fu capace di tanto miracolo?
E l’unico stampo è distrutto,
il modello pliocenico perduto.

Nessuno le considerava,
le pietre. Ora le comprano!
quelle grezze a un buon prezzo,
ma quelle scalpellate o cantoniere
costano quanto i nani e biancaneve.

 

[i] Sipala – Dialett.: muro a secco
[2] Ciaccés – [Dieletto] piazzese (vernacolo gallo-italico parlato a Piazza Armerina)

Regia trazzera Enna-San Cono

Ormai ci vengono solo d’estate
a villeggiare come i signori,
i figli dei vignaioli.
Sono pensionati e professori,
bottegai e impiegati cardiopatici.
Alcuni padri vivono ancora,
Crescono sempre i noci americani,
rovi felci sambuchi
e ora anche i pali del telefono
e nuove case abusive
color verde pisello e rosa pastello
sulla regia trazzera Enna-San Cono.

Coltivare la vigna è terapeutico,
un’ora al giorno, poi stanca.
I bambini qui possono giocare,
passano poche macchine, un trattore.
L’acqua è di cisterna, ma l’aria è buona
sulla regia trazzera Enna-San cono.

Il pomeriggio poi
viene la camionetta del gelataio
dipinta da carretto siciliano.
Col megafono a forma di conchiglia
grida GELATI e suona le canzoni.
Mamme in vestaglia e quindicenni in body
corrono a riempire di granite
pentole e insalatiere (non si sa mai,
una siccità).

La spesa te la portano con l’ape:
birra e coste d’agnello surgelate.
Chi se ne fotte della recessione:
se non piove c’è l’autobotte,
e chi non ha lavoro ha la pensione.
Non trovi più un bracciante che si alloghi
per meno di ottantamila.
Per fortuna ci sono i tunisini
che la mattina vengono a piedi
fino alla regia trazzera Enna-San Cono.

Questi extracomunitari!
lavorano anche sedici ore.
E di un eucaliputs di due anni
sanno fare, piallandolo
con una scheggia di vetro,
un nuovo manico al vecchio zappone.
Mio padre usava la roncola,
che ho appeso al muro con altri decori.
Io non so fare nulla, ho lo stipendio
e questa casa antica
sulla regia trazzera Enna-San Cono.

Ah, è bella la campagna!,
Dice persino un vecchio contadino.
Qui era un posto di vigne
e gente non ce n’era in questa stagione.
Ora è quasi un paese.
Pino, dalla collina dirimpetto,
mi chiama col microfono del karaoke
per un caffè.

Lungo il bosco odoroso d’eucaliptus
la marmaglia in vacanza ci fa dono
di divani sfondati, bottiglie
di plastica e sacchetti d’immondizia.
E’ la regia trazzera Enna-San Cono…

A luglio fa un po’ fresco di mattina.
La nonna tiene lo scialle sulle ginocchia.
Seduta ai piedi del pruno barbuto
depredato da gazze e nipoti,
guarda la messa in televisione.
Si è alzata alle sei di mattina.
I ragazzi hanno fatto le ore piccole
e dormiranno fino a mezzodì,
perché oggi è Domenica
e domani è Lunedì
sulla regia trazzera Enna-San Cono.

 

Piazza Armerina, contrada Sambuco, estate 1997

 

Agenda del 2004
del Monte del Paschi di Siena.
Ho cancellato, raschiato via Siena
dalla copertina in similpelle.
Dentro non c’è una pagina, una data
in cui risulti annotato un promemoria,
un appuntamento: solo versi,
versi ogni santo giorno, e quasi tutti
da tratti obliqui e rabbiosi
lacerati più che cancellati.

(16 luglio 2005)

Come uno specchio che
il malefico fiato
della tua bella bocca
seguita ad appannare

come un gioiello per te
che al tuo sguardo offuscato
non può, non sa brillare,
tutto ciò che io scrivo
e lo stesso mio amore
si fa opaco e vile.

(16 luglio 2004)

Avevo scritto l’intestazione, la data e l’oggetto: domanda di trasferimento. Poi, sullo stesso foglio, ho scarabocchiato alcuni versi, che ora provo a trascrivere. Da allora sono passati alcuni mesi. Suppongo che il termine di presentazione della domanda sia scaduto.

 

Quale sarà la patria
delle rondini? Il cielo
del loro primo volo,
o la grondaia che difenderà
la loro povera cova?

Non ricordo più quando e dove
sono stato felice.
E non so, certe sere,
di cosa ho più noslalgia,
se d’Itaca lontana,
degli occhi di Nausicaa
o del culo di Circe.

Questa terra straniera
non cresce il carrubo e la palma?
Pianterò basilico e patate.
E se muoio, non voglio si spendano
euro o dollari o lire
per traslare la salma.

Vorrei che del mio ultimo trasloco
nessuno si sentisse sollevato
o dichiarasse afflitto.
Crematemi, e buttate le mie ceneri
nella terra del potus
che pende dal soffitto.

Adieu

C’est le dernier tour, Marie.
E piangi, sfògati pure.
Per tutti gli amori e gli addii
piangi e piangiamo, amor mio.

C’est vrai, c’est comme ça: je ne sois pas
l’homme que tu a connu.
Né gli somiglio – ma taci!
Hai ragione, c’est vrai,
on a déja fait le tour.
E io davvero, davvero
amo un’altra: quell’altra che eri tu.

Tu non sei tu: è questa
la risibile accusa. E del nemico,
di questo sconosciuto, ogni carezza
come un’offesa brucia
sulla tua pelle livida. E vorresti
arracher i miei baci comme des poils
(andrà bene il peeling? La ceretta?)

Dimenticavo: tu non hai peli
sulle cosce, né sulla lingua.
Ah, quelle cosce morbide come burro!
E quei tuoi basci, i tuoi basci,
che erano ancora più baci
con quella sc! Ma il tuo viso
già non lo vedo e non ricordo più.