Avevo scritto l’intestazione, la data e l’oggetto: domanda di trasferimento. Poi, sullo stesso foglio, ho scarabocchiato alcuni versi, che ora provo a trascrivere. Da allora sono passati alcuni mesi. Suppongo che il termine di presentazione della domanda sia scaduto.

 

Quale sarà la patria
delle rondini? Il cielo
del loro primo volo,
o la grondaia che difenderà
la loro povera cova?

Non ricordo più quando e dove
sono stato felice.
E non so, certe sere,
di cosa ho più noslalgia,
se d’Itaca lontana,
degli occhi di Nausicaa
o del culo di Circe.

Questa terra straniera
non cresce il carrubo e la palma?
Pianterò basilico e patate.
E se muoio, non voglio si spendano
euro o dollari o lire
per traslare la salma.

Vorrei che del mio ultimo trasloco
nessuno si sentisse sollevato
o dichiarasse afflitto.
Crematemi, e buttate le mie ceneri
nella terra del potus
che pende dal soffitto.

Adieu

C’est le dernier tour, Marie.
E piangi, sfògati pure.
Per tutti gli amori e gli addii
piangi e piangiamo, amor mio.

C’est vrai, c’est comme ça: je ne sois pas
l’homme que tu a connu.
Né gli somiglio – ma taci!
Hai ragione, c’est vrai,
on a déja fait le tour.
E io davvero, davvero
amo un’altra: quell’altra che eri tu.

Tu non sei tu: è questa
la risibile accusa. E del nemico,
di questo sconosciuto, ogni carezza
come un’offesa brucia
sulla tua pelle livida. E vorresti
arracher i miei baci comme des poils
(andrà bene il peeling? La ceretta?)

Dimenticavo: tu non hai peli
sulle cosce, né sulla lingua.
Ah, quelle cosce morbide come burro!
E quei tuoi basci, i tuoi basci,
che erano ancora più baci
con quella sc! Ma il tuo viso
già non lo vedo e non ricordo più.