PORTO EMPEDOCLE

quegli ulivi, com’erano antichi!
Provvidero gli unguenti a salme greche
e ai Sicani olio e collane.
Ma le ruspe li strappano già via
insieme a rugginose falci e spade
e monete che brillano ancora
se le strofini s’una pietra nera.

Pazienti ulivi nati sulle tombe,
sulle stoviglie e i teschi di coloni
che aravano ossame di coloni:
Ricordate voi? Ricordate?
Non dico l’eroe o il nobiluomo
che sprofondò nella nebbia dell’Ade
lasciando stoviglie d’oro e armi argive
nella terra assolata,

ma le voci recenti, il canto
dell’aia. Ricorda qualcuno?
Il frumento battuto con le mazze,
trebbiato dagli zoccoli dei muli,
spagliato col tridente. E tu ricordi,
accigliato Nettuno?

Qui frantumi di tegole si mischiano
ad ariballi anfore crateri.
Capitelli e pietre degli stazzi
fanno un pietrame indistinto.
Tutto cambiò, morì tra questi ulivi,
persino il morire. Ma il merlo
è sempre quello
e fischia un eterno motivo.

Riprendendo a scrivere, nel mese di ferie

Agosto 2005, Piazza Armerina. Nel mese di ferie, per la prima volta dopo molti anni, avevo una macchina per scrivere. Mi avevano prestato un computer. E così mi sono fottuto il mese di ferie… O forse no.
Questo cappello è necessario perché il poemetto è un frammento di un discorso più ampio, i cui pezzi prima o poi riuscirò a calettare. Per me non si tratta di mettere le poesie una dietro l’altra, come in questo blog: bisogna trovare, creare gli incastri.
Aver rinunciato al gioco dei commenti mi è stato d’aiuto. Adesso i miei lettori sono ben pochi, ma mi leggono davvero. E finalmente scrivo qualcosa di nuovo.
Appena mi passa l’ispirazione, abilito i commenti.

 

Sono tornato. Qualcuno
mi chiede coma va,
e se ho mai completato
l’inedito famoso assottigliato
dalla lima, guastato dal tempo.
Sono sempre più pochi e invecchiano
i vecchi amici.

Non ho che un mese su dodici
per frugare, non solo tra le carte
di un tempo. Constato che il nervo
rimane scoperto, malgrado
i mezzi siano nuovi, più potenti,
e le parole meno rumorose
e meno urgenti. In tanti anni
non ho fatto che suturare
e ricucire, ma è inutile.

Più d’uno nella matassa
i fili da riannodare,
la trama ha troppi nodi e smagliature,
un lavoro infinito.
Varrebbe la pena disfare,
rifare tutto, con pena
e pazienza ritessere la vita.

Adesso potrei scrivere di notte,
il PC non disturba. Ma oggi
ho meno motivi di allora
per non dormire – ma dov’è finita
la mia l’Olivetti Lettera 32?

Potrei, volendo, non aver nulla
da dire, specie per iscritto, ma
le mie due anime gemelle
cresciute in climi distanti
discorrono un po’ tra loro cautamente,
sfiorando ed evitando di infilare
dolorosi e triti argomenti.

-Tu come stai? -Io bene, e tu? -Così così…
Per essere più precisi,
mi manca qualcosa, mi manca
qualcosa come una patria, non so, un posto
adatto a questo tavolo
che regge un Pentium quattro
e la tastiera made in Taiwan.
Fu piallato a mano da un falegname
di cui conosco il nome e un pronipote.

I tarli soffocati dal benzene
ne avrebbero da raccontare!
E persino da scrivere. E anche noi
ne avremmo di file da tradurre
e da spedire! Ma
non troviamo un accordo
sull’eredità, io e lui viviamo
in pianeti diversi e siamo l’uno all’altro
zavorra tarlo paralisi.

Uno è sensibile, ascolta
il fruscio che fa il vento tra le foglie,
l’altro soffre di ipoacusia
per via del fruscio della ventola
del PC.

L’uno lavora, l’altro maledice.
L’uno è cocciuto e cieco, come chi deve
alla Torre un tributo di mattoni,
l’altro smonta il Lego, e coi suoi versi
si disgrega e rinasce, e mai finisce
ciò che comincia. Così
rinvia la predicazione
di una fede imperfetta, così scampa
a nuove, più insidiose inquisizioni.

Lo schiavo distrugge di notte
ciò che di giorno edifica. A lungo scrive,
poi seleziona e preme il tasto Del.
I pochi lemmi che sfuggono alle maglie
li bloccherà un’altra Rete. L’esiguo
e discreto fiume di parole
scorre dentro il monitor, rifluisce
per tornare a fluire e disperdersi
nel mare che lo generò.

Mormorazioni paramistiche notturne

[segue…]

Ma una sola, tra tanti canti e suoni
e clangori e blablà e filosofie
fuse insieme nel sogno incessante,
nel silenzio sonoro – una sola
è la sorgente, il germe d’ogni parola,
suono che accende ogni suono: la Parola.

La conobbero forse certi maghi,
o i bambini la sognano d’estate:
quel soffio, quel mantra, quel fiat
che soffia sulla brace delle stelle,
sulle sfere che dissero sonore,
e spalanca la terra, dove i demoni
dormono il sonno dei minerali
che attendono la luce per brillare.

L’universo, che ha tanti tasti e suoni,
e non soltanto per il nostro orecchio,
ha pure un suo riposto interruttore,
simile a quello che cerco a tentoni
sul comodino ingombro di libri:
l’illusione può esserne accesa
e spenta, come lo sguardo
di chi si sveglia e addormenta.

E’ un suono mormorato, due o tre sillabe,
ma smuove i cieli più che cento salmi
gridati, più che il sofferto,
lungo invocare del santo sillabato
goccia a goccia alla terra come sangue.

L’uomo che possiede quella chiave
può saziarsi di cibo, bere vino
e bestemmiare, ma al suo comando
un angelo accorrerà
e come un falcone ammaestrato
si poserà sul suo braccio,
recandogli il potere, noto a chi
è simile al pensiero e vola e varia,
di creare e dissolvere universi
quasi fossero sogno – perché sono
sogno favola flatus
aria.

La fonte di Frattulla

Se lasci la provinciale per un viottolo
che sprofonda tra i rovi, dove il bosco
protegge un suo segreto – un fresco rivolo
che brilla tra le pietre- udrai ancora
il racconto di un qualche Mustafà
e del deserto, del tempo
quando né i pozzi né i carri
avevano un motore:

Se in una sola giornata, dall’alba al tramonto,
berrai a sette fonti
avrai il dono dell’immortalità.

A meno che tu non vada
per genti e paesi diversi
col tappeto volante, e non t’inganni
un’unica vena che dentro la montagna
si riparte per dissetare gli orti
di quattro o più versanti:
sette non siano le barbute fontane,
ma le sorgenti.

Non ne basterebbero settantasette
per l’uomo che di sabato col fuoristrada
viene con taniche e fasci di bottiglie
all’oasi di Frattulla, dove galleggiano
nella limaccia verde dell’abbeveratoio
i vuoti eterni e immondi
di sette marche d’acqua minerale.

Dovrei andare a letto più presto

Tanti sono i suoni e le parole
che ho udito in questa giornata, nella mia vita.
E tutti stasera insieme suonano,
consonano, riecheggiano, risuonano,
folti come l’aria che m’assedia.
Non è fatta che d’aria ogni parola
che fu detta, ogni voce, d’ogni cosa
che respiri o si muova, o che taccia;
eppure, come parla, e come suona!

Ha un suono il mare, il vento, la pioggia,
il silenzio, la notte illune,
il telefono muto – e i ricordi, specie
quelli tristi, quando l’orecchio
fischia perché qualcuno pensa a te
o perché hai un’otite procurata
dall’aria condizionata.

Ha un suono il muschio sulla pietra,
seppure solo udibile
dagli insetti minuscoli, hanno un suono
le parole che non senti più
e non dicono nulla. Hanno un suono,
un sibilo, un rumore bianco,
gli elettrodomestici spenti.

Ha una voce ogni cosa che tace,
un insetto che striscia, la zanzara
immobile, in agguato tra le pieghe
della tenda che fruscia se pure
la finestra è sbarrata
e la notte è serena.

Specialmente ciò che fu detto
da chi ora tace, né parlerà più,
ha un suono, una voce che non cessa
e persiste nel sonno,
se mai riesco a dormire.

Il cuore che batte così forte
da infastidire l’insonne,
il respiro, il cuscino ciarliero
come non fosti mai, tu che una volta
vi posavi il capo: hanno parole
che non saprei trascrivere, se pure
le sapessi inseguire.

PERDITA DI GRAVITÀ

Ancora quella piccola falena.
Tutto il giorno ha dormito, ma di notte,
qui, nell’arida stanza,
una fame insaziata
accende quei suoi impeti improvvisi,
eccessivi in una farfalla.

Lieve sulle palpebre ho udito
il frullo del suo volo -o era un sogno?
Poi un ticchettio, il ripetuto
battere delle sue ali
contro lo specchio nel buio.

O sonnambulo insetto!
Se accenderò la luce
dondolerà accecato sopra il letto,
come un ragno sbandato, una paillette
appesa a un filo invisibile.

Poi, simile a una pagliuzza
in un gorgo, stregata dalla luce,
danzerà in un moto a spirale
intorno alla lampada, centro
della lievissima sua gravità:
sempre più più vicina e più veloce,
finché, risucchiata nel vortice,
collasserà rimbalzerà cadrà

sul tuo vestito appeso, restando lì,
immobile come una spilla.

In musica

Il solitario acuto a cui talvolta
non vuoi segua alcun suono – Ti abbandoni
e cadi dall’arcione – è così acuto
da spezzare le corde. Poi di nuovo
la musica, i clamori, gli stridori.

In Te io canto e canta ogni canzone.
E null’altro che Te so più cantare.
Niente, fuori che Te, posso più udire
e solo Tu dal cavo atro del cuore
puoi cavare le note che so udire.

D’ogni musica e suono la Tua voce
è spartito e strumento e esecutore,
amore che incessante canti e danzi
e fai un canto solo, un solo suono
d’ogni musica e suono e dissonanza.

Voce che ha la Tua voce e che da Te
proviene, e in me risuona e a Te ritorna,
suonami dunque, Tu che sola puoi.
Io solo ho fiato per le Tue segrete
tube ritorte, e Tu per la mia tromba.