Oltraggio alla rosa

Piccola rosa rossa, piccola rosa
non di bosco o giardino, ma di serra,
non avevi profumo, e il tuo colore
era così pomposamente rosso…

Non era terra quella che ti ha cresciuta,
non conoscevi il sole,
la pioggia non ti ha mai bagnata.

Il tuo rosso sfrontato,
piccola rosa rossa fuori stagione,
rosa insipiente e orgogliosa,
era un’offesa al pallore
dell’amante che medita vendette.

Ora che ti ho stritolata fra le dita,
piccola rosa contusa,
hai più colori di un arcobaleno.
Sei rossa, amaranto, violacea,
ciclamino, lilla, bluastra.
Somigli ad orbite peste
di occhi che hanno pianto.

L’oltraggio ha spremuto quel profumo
che non volevi concedere, o vanitosa.
Ora posso spargere i tuoi petali
sul salmone rosa ben grigliato.

Luglio 1997

All’ombra del gelso bianco
la zia Santina con gli ultimi denti
mastica avemarie.
Alvise sulla sdraia pare dorma.
Sogna di fionde e nidi da predare
biascicando ambarabàcicìcocò.
Tre civette, sorelle e cugine,
prendono il sole in topless. Dalla collina
il limitante le guarda col binocolo.
Marino (che qui è un cognome)
non impedito dall’enfio pancione
pieno di vino e fegato cirrotico
raccoglie pietre per il muro a secco.
Il cane del vicino
fa strage del suo prezzemolo.
In autunno il muro
sarà abbastanza alto, e certamente
lui morirà in inverno.

All’ombra del gelso bianco
scrivo i versi di sempre (amari, dicono).

Ciascuno con il suo mantra
è solo. Ha un suo desiderio
e non lo può dire.

Agosto è vicino. A sera
una stella si fionda
dietro la collina.
Il desiderio di ognuno
tutti sanno qual è.

Sogno

Ho sognato, sognavo di tornare.
Tu sai da dove, tu certo sapresti
se cessasse il rancore e cadesse
la cortina che l’uno all’altro
ci nasconde, trucco malefico
che trasfigura e confonde.

Avevo questi occhi spenti
che ritrovo ogni mattina
nello specchio rigato,
lo smarrimento che diventa
rassegnazione. Uno sguardo
di cane che fu rabbioso
ma che non può più mordere.

Sulle ossa ammaccate
non sentivo più le bastonate
e non avevo più lena
per scappare o guaire.

Non cessava di interrogare
il suo specchio spezzato, quello sguardo,
e ripeteva con ostinazione:
come hai potuto, come
ho potuto.

Avrei ancora voluto
buttarmi sul tuo divano,
chiudere gli occhi e sperare
che una carezza sul capo
seguisse al ristoro di un tè caldo.

C’era stato un momento
Quando una sola carezza
mi avrebbe guarito, come il tocco
di Cristo pietoso: effèta!
Invece tu dovevi allontanarmi
ancora, scacciarmi più lontano.

Finalmente insensibile, assente
nel luogo dove di nuovo sarei stato
giudicato, pestato.
Non avevo più fiato per ripetere
l’invito straziato, la protesta
del perdente, le scuse del gramo.
Avevo smesso per sempre
di rantolare ti amo.

Anni 70

Un miniappartamento.
Eppure ci vorrà un tir per traslocare.
E sempre più tempo ci metto
a dimenticare gli amori.

Potessi andare via spedito e lieve
come quando viaggiavo in un treno
che attraversava in ventidue ore
le molte città in cui vivevo.

Ovunque andassi avevo una casa
e una casba, un clan mi accoglieva.
Compagni, parenti poveri
e amici di amici laureandi
fuori corso, ma la rivoluzione
era in corso (o così sembrava)
nel mondo, mio dominio e grande ostello
di quella fatua, lunga gioventù.

Anche allora, trent’anni fa,
ero giovane e innamorato.
Lo sono sempre stato, più o meno.
Ma tutto ciò che avevo
stava dentro uno zaino.

Lassù

La terra vista dalla luna (e viceversa)

Quando vengono in ferie gli emigranti
è agosto, il sacro e santo menz’austu,
la fatale festa del ritorno
e della madonna (Santissima
Ausiliatrice delle Vittorie).

Le tavolate in campagna,
specialmente di sera,
con la lampadina appesa al fico,
le paste di mandorla dolcissime
e il melone rosso (che lassù
si chiama, pensa un po’, melondorùge).

Quando non piove, di giorno
vien notato che il cielo è cilestre
e di sera le stelle sono tante
e la luna una sola (a dire il vero
c’è dappertutto, ma non così grande).

Ah, una notte così
te la sogni lassù,
a Dusseldòrf a Bruxelles a Milano.
L’acqua di fonte è pura, il pane è buono,
la lattuga è fresca, le uova pure,
il sole tramonta ogni sera dietro il colle
e, pensa un po’, rispunta ogni mattina.
Però lassù, come dire?, è un’altra cosa:
le città sono tutte in pianura,
le strade larghe e piane, gli autobùs
ogni dieci minuti.

Lassù c’è tanta gente, ma riservata.
Gli ospedali sono puliti,
le infermiere educate.
Si muore quasi mai, e per le strade
si vedono pochi e sparutissimi
cortei funebri. Ah sì, Lassù la gente
sta proprio bene.

Nei bottegoni vendono di tutto,
li chiamano supermercati.
Sui balconi milioni di vedove
coltivano gerani e rose.
Certo, ormai anche qui.
Ma credimi, lassù
è un’altra cosa.

shut down failure

shut down failure

Ma a volte non si spegne,
s’incanta, s’ngrumano
i task e i processi nella RAM.
Proprio come i pensieri nella mente
che resiste al reset del sonno.

Il cielo del desktop rimane grigio,
pallide le icone come immerse
in un limbo, un tramonto
che non si spegne più.

E la clessidra che non si svuota mai,
la clessidra che seguita a ruotare
come un insetto ferito, mutilato.

Aumenterò la dose di Lexotan.

This is the question…

C:documentipoesieamore.
La rinomino, o la seleziono
e premo il tasto canc?

Ma lasciamola stare.
Procede, ma è solo linguistica
la rielaborazione.

Ma l’amore no

Come ho potuto, donne e governi
d’altri tempi, come
ho potuto dimenticarvi
per anni in una directory
sopravvissuta a quindici upgrade?

Per quanto tempo, miei antichi versi,
avete invidiato le illustri
cartelle MACROMEDIA JAVA ed ASP,
i nuovi e dominabili miei inferni!

Benvenuti in un mondo a voi ignoto.
Installatevi pure nel museo
del cuore, che nessuno
di voi si vergogni o si perda.
E’ tempo di incontrare
il driver di stampa a 32 bit
e la gloriosa carta
che nutrì l’anima acerba.

Ora è più difficile, lo so.
Il labor limae è più arduo
di qualsiasi debug.
Un algoritmo che frana
puoi sopportarlo, ma l’amore no.

Les Poètes de [dix]sept ans

(su un antico quaderno ritrovato)

Come tutti i poeti adolescenti
di Catania e di Enna, io pure scrissi
di Polifemo, di Aci e Galatea,
di Demetra e Persefone, di Castore
e pure di Polluce. E se era nuvolo,
io, montanaro, cantavo marine
affollate di dèi, colme di luce.

Mio padre in vita sua lesse si e no
cinque poesie, e una era la mia.
Non riusciva a sfogliare il quaderno
con quelle dita ruvide e nocchiute
come scorza d’ulivo, né poteva
umettarsele: il gelo dei cantieri
gli seccava le fauci.
In bocca non aveva, nonché denti,
né lingua né saliva.

Certo quelle ardue strofe in italiano
le reputò un portento,
notandone una qualche somiglianza
con le canzonette del sussidiario.
Mia madre, più perplessa che contenta,
narrò allora di come da infante
dicessi mamma e cacca precocemente,
mentre Ermione bambina ricopiava
nel suo caro diario alcune stanze.

Ma l’intera famiglia a lungo poi
si lagnò del notturno ticchettio
dell’Olivetti che scampanellava
a ogni verso concluso, ad ogni incastro
frantumato o risolto. Erano gli anni
fulgidi della rivolta.

Ahi quanto scrissi allora della mia
torpida giovinezza, e quanto poco
rimane oggi da dire! Anni ed anni
consumati soltanto a maledire
la sorte nequitosa in prosa e in versi,
ché tutto era sbagliato e doloroso
nel mondo rio, nell’informe universo.

E quanto amavo quella che mi piacque
e lungamente amai, specie di notte!
Mai non m’accadde di guardare il cielo;
eppure in quei miei versi c’era un cane
che abbaiava alla luna a più non posso,
mentre fuori pioveva a dirotto,
governo infame, e con la destra mano
mi tastavo il pigiama.

[1] “Les Poètes de sept ans” è il titolo di una poesia di Rimbaud. Io fui un po’ meno precoce di lui…

Lutto

Lei mi tiene aggiornato sul maltempo
e i suoi dolori che ne sono spia
e conseguenza. La voce
è roca di pianto o di sonno.
Mi assicura che tutto va bene.
Non si sente bene, ma è il telefono.

E se poi le giuro che anche qui
c’è il sole o piove, lei sembra sorpresa
come di una fatto inaudito,
di una miracolosa coincidenza.

Vorrebbe dirmi ancora una cosa
ma la memoria falla -ahi, la vecchiaia!
Dimentica le messe, le domeniche
e pranzo e cena e il resto. Ormai morire,
svanire a poco a poco
nella vestaglia nera
quasi è un dovere, ora che il malato
se n’è andato.

Il purgatorio esiste, e almeno lei
lo abita con dignità. Quasi ha espiato,
e un’altra prece in suffragio
basterà al suo riscatto. Ancora ha forza
di vivere (non più da vendere)
e la sua vita ha uno scopo:
mantenere acceso un lumino
davanti ad un ritratto.

Cadeau

Mie Uniche! Mie care!

Sono i meteoropatici
che hanno il potere d’influenzare il tempo.

Oggi, senza una ragione,
mi sveglio e sono felice.
Alzo la persiana
come strappassi una pagina.
Tiro il cordino della tenda
e il cielo si schiarisce.

Lo stesso temporale, la stessa pioggia
mutilò il tronco e fa nascere
germogli dal moncone.

Mio amore! miei amori!

Per ripagarvi di quella
ferita che a fatica
secerne nuova scorza
(su di sé a lungo distilla
resina di parole),

E perché sia di nuovo
il giorno giusto per il nuovo incontro
o l’ultimo, fulmine che abbacina
e stronca,

Ecco a te, a voi tutte
il meritato dono:
una giornata di sole.

 

[ G. G. Belli aveva espresso lo stesso concetto più sinteticamente:
Non faccio per vantarmi
ma oggi è una bellissima giornata ]

Necrologio tardivo

(A massàr Totò, alcuni anni dopo la sua serena dipartita)

Vecchio ortolano, quasi ce l’hai fatta
a festeggiare il secolo e il millennio,
tu, per l’anagrafe nato in agosto
ma per tua madre il mese di gennaio
del milleottocentonovantotto.

I tuoi figli, ridotti ormai a sette,
alleviati di colpo dal dovere
di venire a Natale da lontano
a baciarti la fronte cieca.

Dei tuoi quasi cent’anni, unica gloria
della tua lunga vita, ricordavi
pochi istanti oramai, poche persone.
Come un uccello svegliato da un tuono,
talvolta erano acuti nella notte
i sensi pigri, e da una guerra all’altra
atterrita correva la memoria.

Poi ti placavi e come nel sonno
raccontavi di prodigiose annate
e delle grame, delle grandinate.
Di feste e matrimoni e funerali,
di eldoradi e deserti, di muli
azzoppati e di bai impennacchiati.
Ah quei carretti carichi di broccoli,
muluni, fasulina, milingiani!

Fu proprio un bel regalo di Natale
per i tuoi sette figli ormai brianzoli
evitar loro il fastidio e la pena
di venire due volte lo stesso anno,
andartene il giorno di Natale.