Ancora un compianto per la Luna

Povera ostia di pomice, tenue luna!
Sei così lieve che l’aria ti muove
e il vento ti spiuma fino all’osso.
Misteriosa e domestica luna!
stella sbandata macigno sospeso
meschino esilio teschio di cometa
torsolo di pianeta grinzo frutto
vampira! strega flusso
di malie mortifere, luna
lievito putrefatto gioiello falso
presidenza vacante ai languori
stravaganti e (oh, sì!) terribili,
cadavere, livida luna – ecco: ti accendono
stelle, lumini, steariche
in una fioca veglia di lutto.

Sai che ti dico…

Amico caro, ma davvero caro,
un amore così – l’hai detto – è raro.

Io ti capisco eccome. Ma ora andiamo
a sognarla, a dormire…
Cazzo, sono le cinque di mattina!
Letargico ti sia, se non lo vomiti,
il Merlot d’ogni colore
a litri tracannato,
letale il baccalà alla vicentina
(dodici o più porzioni)
condito con benzodiazepina.

Muori senza di lei
e senza lei non vivi:
OK.
Anche questa, a mia volta, a suo tempo,
devo averla detta anch’io a te,
eppure eccomi qua: vivo, direi.
Suvvia, che uomo sei!
(che uomo sono stato!)

La faccenda o questione
(vivere senza lei o per lei morire)
si risolve, io credo, in una terza
e comunque funesta soluzione:
crepare d’indigestione.
Ma aspetta, lasciami il tempo
di prepararti il catafalco. Scansati,
che apro il divano letto.

Una serissima conclusione

Ho ancora in mente te, nella mie mente,
mentre confondo i salmi del Salmista
con certe lagne e enfatiche proteste
ch’eran tutto per me – per te più niente.

Quanto grande è l’amore, tanto grave
è l’offesa. Perciò quel sommo amore
io non avrei dovuto bestemmiare,
anche ne fossi il solo e tristo autore.

Pietà di me Signora, volgi a noi
lo sguardo tuo misericordïoso.
Ma tu tacevi, e quel silenzio poi
fece il verso più sordo, più bilioso.

Invano tento infine di scolparmi
asseverando: amavo, era l’amore.
Né lavacro mi sono le parole
che non sono mai pago di cantarmi.

Ho conquistato, vedi, la misura
da te auspicata (se mai fu smodato
l’amore, il proclamarlo nell’ingiuria):
quasi rimato è il verso, e misurato.

Eppure no, non mi perdono ancora:
lo attesta il malriuscito canzoniere.
C’è chi mi dice: bravo, scrivi bene.
Ma non d’amore, non per te, Signora.

Anche ai miei versi sola assolutrice
sarebbe la tua fica. Ma il dio tace.
E il tuo silenzio come una fornace
il mio canto disgrega, Beatrice.

Dis-indentità di vedute

Potessi tu conoscerti, vederti
com’io ti conoscevo, e io sapere
ciò che i tuoi occhi possono vedere!
Non è un fatto di vista, di acuità
visiva. E’ fondamento dell’amore,
non dell’amore quella cecità.

Ma se vedessi tu, se tu sapessi
ciò che i miei hanno visto nei tuoi occhi,
nel fondo algoso quegli arcobaleni,
limpidi cieli in torbide barene,
quando guardavano ciò che del mondo
quasi comprendo se lo guardo in loro!

Ah, sapere in virtù di che elezione,
capricciosa attrazione, somiglianza,
erano così intenti a certe inezie
di cui ignoravo l’esistenza e il nome
ma vedevano in ciò che mi abbagliava
non altro che un abbaglio, o il niente, l’aria!

E che paesaggio poi si spalancava
se, come cieca, restavi a fissare
il libro aperto, un’unghia, una vetrina!
Era una cosa che non c’era, oppure
un riflesso, un gingillo- “Sì, carino!”

Un istante durava quel silenzio
ed era abisso, come la visione
vana della quisquilia, del tailleur
indicibile, insomma della cosa
che fissavi incantata e silenziosa.

Ma no, tu eri intenta a un tuo destino,
mentre eri così assorta e così sola.
Non era, no, visione, ma prescienza
in quel silenzio: questi versi strabici
per i tuoi occhi, a quei tuoi occhi belli,
erano scritti già nel mio taccuino.

Chiaro di luna

Alla mia amica Arden, cronicamente malata di mal di luna, dedico questa poesia di Jules Laforgue, il più lunare e lunatico di tutti i poeti. L’ho tradotta (malamente) un pomeriggio di domenica, non a caso. Testo originale sotto.

Pensare che nessuno vivrà mai su quell’astro
talvolta mi trafigge l’epigastro.

Ah! tutto per te o luna, quando avanzi
nelle sere d’agosto per le malie del silenzio!

E quando disalberata rotoli al largo
Tra gli scogli cupi delle nuvole!

Oh! Salire perduto a te, arenarmi alle stesse
Tue fonti battesimali beatificanti!

Astro colpito da cecità, faro fatale
Dei voli migratori d’Icari gemebondi!

Occhio sterile come il suicidio [suicida]:
Siam l’assemblea dei languidi – e tu presiedi;

Algido cranio, schernisci le calvizie
Delle nostre incurabili burocrazie;

Preludio alle nostre estreme letargie,
Infònditi nei nostri encefali coriacei!

O Diana dalla clamide assai dorica,
Fa lievitare l’amore, prendi la faretra e pungi,

Ah!, inoculando col dardo l’insetto privo d’ali,
I cuori terrestri degli uomini di buona volontà!

Astro lavato da inauditi diluvi,
Che uno dei tuo casti raggi febbrifughi

Devii stasera, inondi le mie vesti,
Che io me ne lavi le mani della vita.

J. Laforgue, da “L’Imitation de Notre-Dame la Lune”

 

Clair de lune

Penser qu’on vivra jamais dans cet astre,
Parfois me flanque un coup dans l’épigastre.

Ah ! tout pour toi, Lune, quand tu t’avances
Aux soirs d’août par les féeries du silence !

Et quand tu roules, démâtée, au large
A travers les brisants noirs des nuages !

Oh ! monter, perdu, m’étancher à même
Ta vasque de béatifiants baptêmes !

Astre atteint de cécité, fatal phare
Des vols migrateurs des plaintifs Icares !

Oeil stérile comme le suicide,
Nous sommes le congrès des las, préside ;

Crâne glacé, raille les calvities
De nos incurables bureaucraties ;

O prélude des léthargies finales,
Infuse-toi dans nos durs encéphales !

O Diane à la chlamyde très-dorique,
L’Amour cuve, prend ton carquois et pique

Ah ! d’un trait inoculant l’être aptère,
Les coeurs de bonne volonté sur terre !

Astre lavé par d’inouïs déluges,
Qu’un de tes chastes rayons fébrifuges,

Ce soir, pour inonder mes draps, dévie,
Que je m’y lave les mains de la vie !

Pulizie d’autunno

Ho tenuto per anni inscatolati
dentro e sopra gli stipi e sotto il letto
non so che libri e carte e masserizie.
E in canti mai frugati dalla scopa
càpita di trovare, grazie a insolite
pulizie intraprese per pigrizia,
cose che non sospettavo di aver scritto
e utensili improbabili, soprammobili
che non ricordo di aver posseduto.

Non so che sia l’amarezza
o il disprezzo di chi butta via
vecchi maglioni stoviglie sbreccate,
né la pazienza del catalogare.
Provvede il disordine a nascondere,
dissipare. E l’oblio a cancellare.

Io posso solo perdere, disperdere,
abbandonare al suo disfacimento
con negligenza imparziale
il consunto l’usato il disusato
e occhiali nuovi, libri mai letti.
Il numero su un foglietto di una tale
che corteggiavo e regali
mai spacchettati, non so da chi regalati.

Non era in previsione un inventario,
tanto meno un trasloco. E ora non so
dove mettere, in quale scatolone,
cassetto o pattumiera,
queste mutande di pizzo nere
simili a polverosa ragnatela
non so da chi lanciate sull’armadio.

Agnosia

Cosa ne ho fatto? A chi l’ho regalata?
Come la spesi? Come l’ho sprecata?

Dove l’ho messa? Dove l’ho perduta?
Chi me l’ha presa? Chi se l’è fottuta?

Ma che cos’era? Come si chiamava?
Donde veniva? Dove mi portava?

Che forma aveva? Com’e m’era entrata?
Con quale fiato? Come fu inalata?

Quale l’essenza? Quale la sostanza?
Ipostasi di che? Di chi sembianza?

Non so che fosse, quale fede o scienza,
ma so che l’ebbi ed or ne sono senza.