Il mio giardino d’inverno

Sono sdrucite e sempre più spaiate
tutte le mie lenzuola, tranne queste:
il mio giardino d’inverno.
Calde, felpate, soffici.
Il disegno a fiorami verdi e gialli,
frutici rimasti senza nome.

Che cascata di fiori quando insieme
le scartammo dalla confezione!
Le spargemmo sul letto chiedendoci
se fossero glicini anemoni
o ricino o mimose o rose gialle,
prima di rimboccarle.

“Ma che gusti pacchiani”, sentenziò
un’altra, tre mesi dopo.
Tanto bastò perché chiudessi gli occhi
ai suoi baci, in quel prato o sottobosco,
e restassi supino.
Temevo di sporcarle.

Fiorì il mio giardino d’inverno
in un paese che non ha giardini.
Ed ancora fiorisce, sebbene
più che di fiori olezzi di calzini.

Parco dei laghetti

Ogni volta che andiamo
al parco di Martellago
sembra più vasto il meno piccolo
di quei piccoli laghi
e più boscose le ispide rive.

Qui anche noi sedentari
abbiamo il nostro paradiso esotico.
Luminose acque freatiche
colmarono gli aridi crateri
di quelle che un tempo erano cave.

A due passi da casa tua è il luogo
dove, se un giorno cesserà di piovere,
tra due rovi o due roveri
io stenderò al sole un’amaca
e tu farai un milione di foto
a canneti saggine pungitopo:
là, sulle rive dei piccoli
Tanganica Vittoria Titicaca.

Là dove nevica, nevica…

Mi scrive da non so dove.
Racconta di un esilio
che io avverto sdegnato
oltre che doloroso.
Dice che c’è la neve,
spedisce cartoline,
ritaglia figurine.
Nel poco che rivela
c’è forse, o io mi fingo,
un indizio, qualcosa
che si cela.

Non è luce, abbondanza,
né penuria invernale.
E’ qualcosa che grida,
senza dirlo: mai più.

Nel poco che lei cela
mi fingo ciò che forse
vivido si rivela
(ma non per noi quaggiù),
ed è un bianco sudario
sull’oro che abbagliava
dei suoi capelli estivi.

Sempre più minimali
e anonimi i ritagli.
Ma c’è un accoramento
nel suo racconto! Dice
di una pena perversa
spacciata per destino
o vocazione.
E simile alla mia
è la sua invocazione
da un non-luogo a un altrove,
o viceversa

Riviere del Brenta

Il luogo dove vivo è attraversato
da corsi d’acqua che non sai mai
se siano fiumi o canali,
affluenti del Brenta
o rami che se ne dipartono divagando
per chissà dove. A certe ore del giorno
non indovini il verso della corrente.
Puoi costeggiarli a lungo e non sapere
se giungerai a una foce, ad un incrocio
o al mare.

Così va sfilacciandosi il discorso,
il corso del fiume in mille rivi
e navigli, in un luogo che non ha un centro
e sempre più mi somiglia.
Ogni cosa qui, presso la laguna,
pare sbandarsi, perdere l’oriente
e per misteriosa attrazione
imitare la trama, l’infinito
imbroglio dei rii veneziani.

S’inclinano grandi salici sull’acque
verdi, indolenti come il burchiello
che nei canali scivola bianco.
E scivola, con uguale
lentezza, anche una strada,
scorrendo su binari: è il ponte mobile
che ogni giorno attraverso rincasando.

Astragalo (a Mariangela)

Da mesi ormai ti duole. E’ una pedestre
tallonite, o fascite plantare.
Ed è peggio del male il rimedio:
rinunciare per sempre al tacco alto,
ai tuoi eminenti stivali.

Cosa somatizzi, non sappiamo:
tutto bene al lavoro, a casa, in chiesa.
Sei una brava mammina – nulla insomma
che non funzioni, a parte quel sospetto
di non essere buona, imprecisato
come la causa di un’antica insonnia.

Pare normale il piede
(solo un po’ buffo l’alluce – ridiamo),
ma nel cielo notturno della lastra
ammiriamo traccianti, comete,
l’aquila, l’acquario, Ganimede,
mappe e disegni di costellazioni.

Vorresti forse impedirti -congetturiamo-
di scappare, saltare il fosso.
Ma vedi là, quel punto luminoso
come una supernova?
Il malioso nome di quell’osso
è astragalo.
Sa di volo, di viaggi siderali
e stregonesche pozioni.

Da quel bozzolo certo gemmeranno
degli astri nuovi, o prodigiose ali.
E a nulla serviranno, ci scommetto,
la tua nota prudenza, la scienza
ortopedica, né il cortisone
e l’umiliazione dei plantari.

La resa che succede all’impazienza.
Mi s’era fatta torpida l’attesa
che fu insonne ed ora sbadiglia
conclusa. Ho sonno adesso.
E posso dormire.

E’ come sapessi infine
che non c’è più scadenza, che abbiamo tempo,
più tempo, o sia irrisoria la distanza
d’oltre l’invalicabile confine.

E’ come tu fossi qui
o non fossi mai stata
fuorché in un sogno agitato.

Dormi, faremo l’amore domattina.
O tra un anno, o mai più. Spengo la luce
e subito cado nel sonno.
Ogni furore dorme. Ti accarezzo
come mi fossi accanto, con me quietata
dopo la fatica del ritorno.

05:02

Improvviso nel cuore della notte
ha un tonfo il cuore e spalanco
gli occhi nel baratro del buio
punteggiato da lucciolii rossastri.

Non è forse un sogno, un incubo
a svegliarmi, né questo
è un risveglio, ma un timer
che scatta in me nel sonno, un innesco
fortuito – o un disastro, un agguato
programmato, puntuale.

La radiosveglia è in ritardo…
o in anticipo… l’ora legale…
Ma è sabato: l’ho spenta. E’ silenziosa
la notte, minacciosa.
Mi alzo a mezzo del letto
e preme nell’orecchio senza suono
come un urto dovuto a un vuoto d’aria,
un urlo muto, la tuba
che informa della catastrofe universale.

Devo andare, ma è troppo tardi.
Ho perso il tempo. Una coincidenza
saltata per pochi secondi.
O fu di anni il ritardo,
e ora, in un lampo, la coscienza
del (non) accaduto, della
occasione perduta. Ma cos’era?
Che fu, di cosa avvenne la scadenza?

Le cinque, passate: il crittogramma
zerocinque-due punti-zerodue
sul display rosso, urgente come un allarme.
Ho cinquant’anni… no, cinquantadue.
Ma qual era, diosanto, l’impegno,
l’appuntamento, il sogno,
l’inadempienza?

Gli amori imperfetti

Quella che piangeva e ripeteva,
mezza nuda, col reggiseno
sbretellato, e piangeva:
non capisci niente – Né ho mai capito
quella sua comprensione della mia
incomprensione, e rimane
arcana a se stessa l’animula
perplessa, che appena indovino
cieca e malformata in un riflesso
indecifrato. E quella

a cui tanto piacevo e a tutti i costi
voleva farmi operare,
tagliare le escrescenze che non poteva
ridurre in suo dominio.
Sulla schiena sul naso sul viso
bruciare, abradere i nei
che chiamava con tanti nomi:
angiomi, eruzioni, lipomi,
percorrendo col dito una trama
di vene o meridiani,
componendo un’ansiosa, preoccupante,
sempre più minuziosa topografia
delle mie imperfezioni e malattie.

Un’altra che m’insegnava
utili, futili cose.
Anch’essa mi spidocchiava,
strizzava i punti neri,
in quelli oscuri indagava (con sospettosa
cautela o discrezione)
finché non fossero chiari.
Ma di questo, in ispecie, le son grato:
di avermi lei appreso e io imparato
dopo infinite lezioni
che sulle camicie e le scarpe
è saggio non risparmiare.

E quella donna umbratile, raffinata.
Che stile! Che malagrazia!
A mia volta, i suoi spigoli
con pazienza e dolcezza io mi studiavo
di arrotondare, accarezzare, e infine
di piallare ruvidamente.
Per rappresaglia, sì, per farle male.

Com’era bella! tutto
in lei era mirabile
e non aveva niente,
fuorché il culo e la bocca impertinente,
che non fosse bizzarro, imperfetto.
Mi piacevono molto le sue tette
puntute, capezzolute
e piccole, seppure finallora
mi fossero piaciute più rotonde,
più grasse.

E le deformità di Monnalisa,
che vuol vivere sola, da sola
e insiste a predicarsi un suo decalogo
fatto di mille voti quotidiani
assolti grazie solo
ad un’agenda che diventa diario.
Come una figlia l’amo oramai
questa saggia, materna calvinista
compressa come un bonsai
nel suo vaso di fragile creta
da un pragmatismo angusto pasticciato
con orfani principi universali.

Di duemila lettere d’amore
(richieste di grazia rigettate,
laudi alle loro perfette e divine grazie,
foilosoferie e anatemi),
il tutto catalogato
per nome dell’amata e per annata,
ecco infine l’epitome banale:
qualcuno s’illuse che fosse
possibile, nonché frugarla
fin nel fondo più fondo,
almeno una cosa del mondo
conoscere, o cambiare.