Sul cadavere di un fiore

Nel mio unico vaso sul poggiolo
è un piccolo sterpo ritorto
ciò che fu una pianta ed ebbe almeno
un fiore, mai innaffiato. Ne ricordo
vagamente il colore.
Potrebbe essere stato un giaggiolo,
un gladiolo, una specie di viola.

L’ho accarezzato, una volta,
con la nocca del dito,
conficcando una cicca nella terra.
Ah, cadaverino delicato
nel minimo giardino recintato
da una palizzata di mozziconi!
Io non seppi mai niente di fiori.
Venivo sul balcone
soltanto per fumare.

Dono di un vento marzolino,
negletta eredità di un precedente
inquilino di questa casa sola:
non so cosa si fosse, né perché.
Eppure, sterpo gelato,
tutte le viole, tutti i fiori ha in sé.

Matrix

Avviene che nel cuore della notte
mi desta un ronzio, un sibilo, un rodio.
Mi alzo senza accendere le luci,
per poterla sorprendere stavolta
la creatura notturna, la cosa
che mi divora il sonno
e la casa.

C’è qualcosa nel buio, qualcuno
che lacera le palpebre dei sogni
e abita abusivo come un topo
queste stanze anguste in cui del sogno
per un poco persistono nel buio
scale senza fine labirinti
androni corridoi vaste cantine
tendame di broccato e ragnatele.

Ma ecco, riemergono le rassicuranti
sagome dell’armadio, della tenda,
il lampadario spento, gli scaffali,
la grave compostezza delle sedie
– quelle spalliere umili e insieme
solenni: mi ci appoggio barcollante,
imbocco varchi consueti
dilatati dal buio. Ogni cosa
mi appare infine e al suo posto,
familiare ma come in agguato
nella luce sinistra dei display
d’infiniti ronzanti sibilanti
elettrodomestici in standby.

Il lager d’inverno

Si sfaldano nel cielo freddo
nuvole che qua sono nevai,
là sfilacciate alghe, o fondali
affioranti di limpida laguna.

In poche ore potrei giungere a piedi
fino a quei monti, a quel confine nitido,
prima che si perda nella bruma
e ancora in nubi evapori. Ma il mondo
non ha più strade, chiuso è ogni valico
all’uomo che cammina.

Ogni cosa, da qui a ogni orizzonte,
è uno steccato, un confine.
Guard-rail tangenziali canali
fitti cipressi nani, ragnatele
di cavi (recinti elettrificati
per gli uccelli). E quelle file
scheletrite, funeree di pioppi
lungo le morte gore dei fossati.