Il potus

Trapiantato da poco, rinverdisce
il potus traboccante dalla cesta
appesa lì al soffitto.
Devo ricordarmi d’innaffiarlo,
di lasciargli aperta la persiana.

Era così difficile
trovare il tempo e la voglia
di montar sulla sedia, scostare
l’intrico di liane per versargli
un po’ d’acqua! Il terriccio
si era ridotto a sterpaglia.
Pendevano stracchi i tralci
simili ai rami spogliati dal gelo
dei salici chini sul Brenta.
Le ultime foglie cadevano sul divano
a grumi secchi, friabili
come fogli bruciati.

Pianta che non fiorisce non dà frutto.
Mi somigliava troppo, l’ho odiata.
E il suo virente orgoglio che ingialliva
avevo eletto pietoso segnacolo
del mio ostinato, dispettoso lutto.

Doni rustici

Il buon vino nostrano che Minolfi
chiamava vino di vigna,
recatomi in dono però
alle sei di mattina in una tanica
di plastica – e l’olio,
olio d’oliva d’olivo,
scuro, denso. E le bacche di gelso
da mangiare all’alba a digiuno,
come da rigorosa prescrizione
della mamma, e olive nere
condite con quell’olio.
E origano e peperoncino
e pecorino pepato
e pomodori secchi fragranti,
sott’olio anche quelli: tutto ciò
portai alla mia ragazza veneziana
in un trolley bisunto.
Ah, era sempre più bella!
Ma lei: “Cosa vuoi farti perdonare?”.
E poi: “Sei un coglione:
guarda, mi hai sporcato la tovaglia”.

Nel lavello in cucina
c’erano due vasetti di yogurt vuoti
e niente sotto il nero baby doll,
a parte la coda di paglia.