Parafrasi giocosa

Perch’i’ non spero di tornar giammai
(e se altri sperasse che tornassi
non tornerei), va tu in campo dei Frari,
ballatetta screanzata. A pochi passi
dal pozzo c’è il Sotoportego delle Scale.
Il numero conosci, il campanello,
le sei rampe di scale: vacci tu
a suonare, a vederla passare
appostata, a chiamare
quella che non m’azzardo
a dire donna mia,
che per sua scortesia
t’ignorerà, né mai ti farà festa,
anzi del tuo chiamarla o salutarla
avrà disdoro. Ma tu insisti, chiamala
da sotto la finestra ad alta voce,
e insisti, e sii in mia vece
indiscreta e cafona. Corri lesta:
non devi andar lontano, è qui vicino,
mica in Toscana.

Dichiarazione (di poetica)

Tutto cospira a privarmi
di te, del poco che di te rimane
qui, in queste parole.
«Cambia musica», dicono gli amici,
«suona un’altra canzone».
Ma a quale causa eletta loro, o il mondo,
ambiscono di guadagnarmi?
Io non son buono a nulla, non ho ambizioni.
Solo questo so fare: poesie
che invocano (e disperano di)
una sola, profana salvazione.

Mi chiederanno un giorno,
quando sarò morto, o anche prima,
quale fuoco m’abbia mai acceso
ad alcuna mia impresa. Io non arrossirò
rispondendo che fu il desiderio
di scopare con te ancora, ancora.

Lo ribadisco: in niente trovai ragione
a questo mio disporre in assidue file
le parole, in ranghi compatti
e pronti allo sbaraglio – in nessuna cosa
possibilità di riscatto,
miraggio di perfezione,
fuorché nell’abbaglio per cui ti vidi,
difettosa e malfatta come sei,
seducente sopra ogni cosa
– o mia dolce mia dolce illusione,
paradigma perfetto, in quell’inane
vaneggiare cantare maledire,
d’ogni guerra e (umana) passione.

La chimica o la fisica quantistica,
gli stati entangled o l’interazione
a distanza (di tempo e di spazio)
tra chi sa che enzimi secreti
in qualche deliziosa circostanza
dalle mie e tue mucose: non so cosa
possa spiegare ciò ora accade.
Un io plurale, un tu che mi comprende
ed è qui e là, giù e su: un tu
che chiamerei olistico.
La meravigliosa conferma
di un’ipotesi euristica del cuore.
Stupefacente è il fenomeno, e
discretamente mistico:
Ogni giorno, alla stessa ora,
dico: “Adesso” – e tu appari.

L’allodola?

A giudicare dall’ora,
deve essere l’allodola, lì fuori,
l’uccello che si sgola
gioioso di una gioia senza ritegno,
estatica, assoluta – O grida forse
un suo sconforto, un richiamo
straziato, una petulante petizione?

Quel fraseggio che insiste di trilli,
cinque o sei. Poi l’attesa
di una risposta, un’intenta
pausa di tre battute,
per fare che l’ultima nota
riecheggi più intensa, più acuta,
come una domanda ripetuta
o una smisurata esclamazione.

Ma niente, nessun suono
le risponde nel buio – o è già l’alba?
Solo il rombo ovattato degli autotreni
dalla non lontana tangenziale.
O sarà il mio solito acufene?

Scritta col lapis, a computer spento.

Da dove scrivi, amico?
E chi c’è accanto a te,
o cosa? Io da un luogo
che chiamo casamia.
Talvolta da casa di Annalisa.

Parva sed apta mihi ma neanche tanto,
casamia. Puoi viverci solo
o seduto o sdraiato.
Ma per quanto in effetti sia
troppo piccola per un uomo solo
(casso e censuro un verso con rima in ìa),
io ne occupo di solito
una minima parte:
lo spazio tra la sedia e la scrivania.

Di sera vado a letto senza mutande,
in compagnia promiscua
di due o tre libri: stasera
una Cavalli un Genna (?) e un mio amico
che nessuno ha mai letto.

Alla mia destra ora c’è
un libro pugnalato da una penna
per segnalibro; sul libro
una tazzina vuota
da cui bevvi un caffè.
Nel fondo della tazzina
un caramello nero pietrificato
simile ad antracite
preziosa lucente dura.

Che dite, si può fare
da qui, di queste cose
(se spengo un po’ il pc)
letteratura?

Come un’evocazione

I versi per l’amata – loro sì
sono veri, non tu. Loro brillavano
di un fuoco che li consumava, e ancora vivono,
sia pure agonizzanti. Loro evolvono,
si appannano poi, sbiadiscono
e (requiescant in pace) si disgregano
come ogni cosa che fu e patì.

Tu non sei niente, tu, larva, pretesto,
testo che irride a cio che fu sofferto.
Loro che pure guardano
indietro, ancora arrancano, ma tu
sei di sale, di pietra, un simulacro
piacente, che contemplo ancora un poco
di spalle, senza passione, da lontano,
mormorando, come un’evocazione,
quel gelido “mai più”.