Stellata sulla casa di vacanza

I

 Ancora una volta, come quando
ti chiamavi mia moglie,
siamo qui insieme a contemplare
il cielo che non muta, tu sdraiata
sulla sdraio, io scomodamente
seduto su una sedia traballante.
Tu estatica, io sofferente
di torcicollo. Per niente al mondo
ti perderesti, prima di partire,
l’ultima stellata. Non hai cenato,
ma non morirai d’inedia.
Aveva più fichi che foglie
stamani il fico, e tutti li hai mangiati.

Mi sorprendo a rispondere “sì, amore”
se la tua voce mi chiama: accade
solo qui, in questo posto, di sera.
E’ un riflesso condizionato, o solo
un riflesso, un riverbero, il bagliore
che s’irradiò da qui, da questo poggio
anni luce fa – la nostra voce
è l’eco di parole d’altri amanti
morti da milioni di anni
e seppelliti in un’unica tomba.

Ogni stella – dicevo una sera,
in quei lontani anni –
è una coppia di amanti
che guarda il cielo stellato: un solo sguardo
non brillerebbe agli sguardi perduti
d’altri lontani amanti: lei sdraiata
sulla sdraio, lui scomodamente
seduto su una sedia traballante.

“Pensa: quando la luce ci raggiunge,
non si amano più, o sono morti”.
Così ti dicevo – ricordo.
E mi fingo infiniti sguardi
che guardano identici sguardi
attraverso il tempo, gemellanze
di amori nello spazio, o un solo amore
che rimbalza e danza nel tempo
e contempla se stesso, infinite
rifrazioni di un’unica luce.

“Guarda, mia cara, ogni stella
è un amore che brilla prima di spegnersi
come una supernova”. “Il paradosso”
ribatti, “è evidente: nessuna stella
avrebbe dovuto brillare
allora, quando il fuoco
s’era acceso da poco”, “Ma lo spazio
è curvo”, obietto. Gli occhi mi si chiudono.
Una cometa mi resta impigliata
nelle ciglia, si va sfilacciando.

Persino io lo sento: sto ronfando.

 

II

“Guarda che spettacolo!”, bisbigli
nel mio sonno. Ho un soprassalto.
“Che fai, dormi?”, “Non dormo”.
Ed io: “Ascolta, amore: ad occhi chiusi
si vede ancora meglio”.

Lo spettacolo ha il solito, solenne
commento sonoro: il coro
dei grilli – Ah, il respiro della notte
che il cuore dilata e s’alza
fino agli astri! Alto, vasto
vibrare, risuonare d’erbe e fronde
all’onda musicale delle stelle!

“Bello, vero?”, “Sì, bello”.
Ho dormito un minuto, mill’anni,
e ti ho sognata. Eri tu,
ma eri un’altra. Con le dita
ho sfiorato il tuo braccio (o un bracciolo
di similpelle). “Cambiamo sedia?”
Non hai sentito.

Si leva intanto la luna, esigua ancora.
“Ha la gobba a levante?”, “No, a ponente”.
Tu sei sempre più intenta, deliziata,
io distratto, inquieto. Ora disegni
nell’aria con un dito
costellazioni: l’Orsa, il Sagittario…
“Li vedi?”, “Non li vedo”,
“E’ perché non t’impegni”.
Ma tu non hai visto cadere
nessuna stella cadente, io ne ho vedute
dieci, “dieci a zero”. Francamente,
non ho alcun desiderio.