alzando la persiana


Certe inattese mattine di sole
nella stagione più cupa
dell’anno, della vita che s’ingorga
nelle abitudini:
la luce che irrompe liberata
al primo cigolio della serranda,
piena impaziente che premeva
dietro la chiusa che si leva, là
dov’era più torbida e infetta
l’acqua del fiume bloccato;

certe mattine pare che la vita
sia stata per anni in attesa
appena là fuori, confidando
che per una tua disattenzione,
per una mossa sbagliata,
fossi tu a darle un’opportunità.
Bastava forse una piccola breccia
sulla pietra tombale
per squarciarla in una trionfale
resurrezione; bastava
un’incrinatura, una crepa
nel guscio d’una viziosa infelicità.

ricordando G. C.


Quel moncone di ponte che additava
la montagna lontana, sporgendo
da un dirupo franoso, là sopra una strada
che solo tu vedevi
tra saggine e ginestre e pietrame;
quel ponte, mi spiegavi, non era un ponte,
ma un antico acquedotto.
Me lo dicevi come confidando
a me solo un segreto.
Non c’era anfratto e maceria
e leggenda che tu non conoscessi
di quelle nostre contrade.

Acquedotti. Ce n’erano tanti,
in epoca romana, ai tempi
di Massimiliano Erculeo, precisavi:
specie dove ora la campagna
era più arsa e spoglia. Poi, brandendo
uno stecco come una spada,
indicavi anche tu un preciso punto
all’orizzonte, dove terminava
il tuo ponte-acquedotto.

Sei morto l’anno dopo. Ora io solo
so del balzo di quelle antiche acque
da lì all’opposto versante
lungo l’immenso ponte.