come da una pagina del diario


C’è sempre il mare, il mare nei miei sogni.
La sveglia suona nel pozzo del sonno
e io mi sveglio e non so che notte sia,
di che mese, di che settimana,
in quale letto e secolo e tomba.
Il mare è poco distante,
la stazione non è molto lontana.
Di notte il vento e i treni
fanno lo stesso rumore.


Marghera, novembre 1988

meditazione


Insondabile, immenso.
Non dico dell’universo,
ma di casa mia, del suo disordine
che non è caos, ma entropia.

Specificatamente della perdita
d’informazione, prima che di senso.
Di tutto ciò che da secoli,
da milioni di anni oramai,
non butto via, non rassetto:
di opuscoli carte bollette
libri cd dvd
depliant dell’Auchan
arcaici dattiloscritti.

Penso, e questo pensiero
un poco mi consola,
d’essere un’infinitesima frazione
dell’immenso frattale
fratto in milioni di milioni
di coglioni come me intasati
di cose e indistricate cognizioni
che Morte spazzerà via.

l’origine del Canzoniere


“Parlami”, lei diceva. “Non toccarmi,
ancora”. E dopo avermi accarezzato,
un po’ pietosi e un poco divertiti,
i suoi occhi pazzi
s’erano spiccati da ogni cosa,
in voli divergenti, come a
cercare e accogliere più spazio.

Magari stava solo
guardandosi le unghie,
mentre si stiracchiava
per uggia o desiderio. “Non toccarmi,
parlami, prima.”

Ma io volevo solo
baciarla, poiché tutte le parole,
fuorché il suo nome, eran fuggite via
come sciame d’uccelli.
Solo dopo, a lungo, le parlavo
tra i capelli odorosi. E lei dormiva.


Invano ho lasciato chiusa la finestra
ogni mattina: non m’è riuscito
di soffocarlo. Per qualche giorno
ha dormito, ma riecco il ticchettio,
il rodio nella mensola, dentro il muro,
maledetto tarlo. Che non sia
la mancanza d’aria il suo ossigeno?
Lo tiene in vita questa asfissia?
(Ha ragione l’amica, e questa chiosa
è frutto del suo ingegno:
il tarlo è nella mia testa di legno).

ripostigli


Laggiù, a millequattrocento miglia
da quassù, noi abbiamo una casa
(il solenne plurale di mia madre
abbraccia anche il buonanima,
oltre che i quattro figli). In quella casa
possediamo, noialtri – si badi
e se ne prenda scrupolosa nota –
quarantadue cassapanche
e trentanove armadi,
per non dire di una ventina
di bui, catacombali ripostigli.
Le stanze in cui entra un po’ di luce,
quelle che danno sulla strada,
sono solo un paio. Più una terza,
cieca, che però ha un lucernario.
Il resto è un succedersi intricato
di retrostanze cripte sottoscala.
Quella sì è una casa
(così sostiene mia madre):
una casa adatta a conservare.
Per dormire, a che serve la luce?

Ma ora che non abbiamo più la paglia,
né cannizzi col grano e botti e giare,
né damigiane impagliate e mezzalore,
che c’è da conservare?
Se non c’è traccia di forni e tanure,
di lemmi e di cafisi e di carbone,
di fornacelle e di cavagni e concole,
di madie e trespi e di lasagnatori,
di conserve in burnìa e legna e versoi:
ora, ci domandiamo,
cosa conserva mia madre?
Nessuno ne ha idea: lo sa lei;
ma quando vado a trovarla in automobile
(station wagon del novantasei)
m’implora di portar giù i vestiti vecchi
e ogni altra cosa smessa o poco usata
ch’io rischi, non sia mai, di buttar via.

Prego che non accada tanto presto,
ma è scritto che accadrà. E’ necessario
che io torni laggiù prima o poi.
Non in vacanza estiva, ma per sempre,
perché si compia, in uno con la vita,
il mio, nostro destino e l’inventario
delle cose perdute.

Sai, quel prozio che fu ciclista un tempo
(vinse una Catania-Enna
nel millenovecentrotrentanove)…
Te lo ricordi?
Teneva una Bianchi in soggiorno,
accanto alla televisione. Si vedeva
solo il manubrio a tortiglione,
coperta com’era da un drappo
che pareva prezioso, damascato.

L’ho visto l’ultima volta la scorsa estate.
Stava seduto al balcone
in pantaloncini e canottiera.
Ansimava nell’ultima salita,
le caviglie gonfie, tumefatte.

Farfugliava qualcosa su una figlia
morta nel cinquantanove. Poi mi porgeva
un foglietto, un referto cardiologico.

“Che c’è scritto?”, mi chiese.
… Stenosi aortica severa,
edema alla regione pretibiale…
“Niente: dice che devi star seduto
all’aria aperta, non ti affaticare”.
E lui già m’indicava
con la mano tremante, estastiato,
la stupenda veduta. “E che aria! Guarda:
il castellazzo, lo stadio, la cattedrale…”

Le rondini volano basse al mio paese.
Che cielo in quella stagione!
Ho saputo ieri che da mesi
ha toccato il traguardo.

ode a una camicia


Sola una, delle tante mie camicie,
resiste ai lavaggi in lavatrice.
Ad ogni stiratura tutte le altre
(roba da grande magazzino),
appaiono qua e là magagnate,
stinte sdrucite maculate,
consunti i colletti e i polsini.

Una sola conserva inalterata
la sua brillantezza primigenia.
Il disegno a quadri è delicato,
tenue come filigrana,
di un limpido azzurro-mattino:
un colore che non può dirsi “tinta”,
ma intrinseca luce di zaffìro.
E’ morbida, liscia al tatto.
le grinze si lasciano spianare
docilmente dal ferro da stiro.

Non si può certo dire che io sia
un Lord Brummel, quanto a eleganza.
Di firme non m’intendo, non distinguo
la iuta dall’organza.
Eppure questa che vi canto è mia,
la mia camicia, e chi la stira e bacia
non è la colf, l’odalisca
di un magnate dell’alta finanza,
di un emiro o pascià: son proprio io.

Ma anche se non fosse così chic,
camicia il cui nome di camicia
non dice che tesoro di camicia
indegnamente, fieramente indosso,
lei, nobile classic shirt, capo esclusivo,
classico che non passa mai di moda,
resistente agli insulti del tempo
e dei detersivi – se anche fosse
contraffatta la griffe, e il tessuto
un ordinario polimero,
sarebbe pur sempre la mia
camicia prediletta.
Mi fu donata, dono di Natale,
da una ragazza (un amore da niente,
di nessun pregio, insulso, vile, effimero:
il più precario, certo il più rimpianto
fra i tutti gli amori dismessi).

meditazione vipassana poco ortodossa

I – Sabato mattina

Poiché sono mortale
e questo caffè mattutino
potrebbe essere l’ultimo che bevo,
questo verso l’ultimo che scrivo
e questo respiro
di non molti respiri precedere
l’ultima espirazione, a addio poemetti
e grandi, anzi mediocri aspirazioni
(intanto ho finito le sigarette,
e questa meditazione
potrebbe essermi stata ispirata
dal memento mori cubitale
stampato sul pacchetto vuoto);

Poiché non sono immortale,
dovrei intanto fare economia
di respiri, rasserenarmi.
Fermarmi, se mai è possibile:
chiudere gli occhi, controllando
la respirazione, e concentrarmi
per recitare questo
poemetto in forma di giuramento
(se vorrà confermarsi in una forma):

Nessuno dei giorni che ho vissuto
sarà cancellato, perduto,
disprezzato (chiudi la bocca,
non parlare,
respira col ventre e con il cuore).
come un’ampolla sigillata,
conservi la bocca la dolcezza
di ogni bacio che ho dato,
che l’étere non svapori.
Disegni la mia carezza vuota
il contorno di un viso dileguato.

(Chiudere gli occhi – chiudi semplicemente
gli occhi e respira piano,
lascia andare la mente, lasciala andare…)

Rasserenarmi, cessare
ogni combattimento, non spaventare
l’ombra fragile che ha il suo viso, ancora,
e la sua figura, il suo nome.
Rellentare i battiti del cuore
(del cuore, del cuore, del cuore…),
sincronizzarli al respiro,
normalizzare, regolare il ritmo…

E’ difficile, respirare piano.
I versi, come il cuore,
hanno qualche extrasistole
se ripenso ai suoi occhi
e al resto; perché l’amore
come il fumo nuoce alla salute,
provoca perturbazioni circolatorie.

Non smetterò di fumare.
Non voglio, amore: mi piace.
Non ti dimenticherò, posso riuscirci.
E questa non è una minaccia,
è un voto, una preghiera.

Come gemme i tuoi occhi
custodirò nel sacrario del cuore.
Non mi scioglierò dal ricordo
dell’abbraccio che hai dimenticato.
Nessun amore sarà mai più dolce
e più saldo e più certo
dell’amore di cui ebbi certezza,
se pure è perduto, finito (come altri dice,
non senza ragionevolezza).

 

II – Dopopranzo, ancora senza sigarette

Altre ne ho amate, poi.
Non molte: un paio. E non avrei potuto
credere di poterle amare, e perciò amarle,
non fossi stato certo di amare te,
di non averti mai dimenticata.

Su questo arduo concetto, a dire il vero,
trovavo un veemente disaccordo,
specie se lo esponevo a letto,
dopo aver fatto l’amore.
L’oblio, mi si obiettava, è necessario
come sgombrare la tavola dei piatti sporchi
e degli avanzi.

Ma cosa abbiamo, fuorché la memoria?
Ogni storia è il prosieguo della storia
di cui siamo scrittori e scrittura.
Niente possiamo davvero cancellare
senza perdere e perderci.
L’oblio è privilegio degli dèi,
che la speranza non sanno,
perché non hanno ricordi.