Munnàri (Le donne che mondano cicoria)


Il tempo passa, passano il tempo
con l’uncinetto, con il coltello
che monda le verdure di stagione.

Sono due voci roche
per un solo racconto. Le dita
passano su ogni foglia dieci volte
prima di strapparla, ed è un rosario
di soli misteri dolorosi.

Due voci, un coro stanco per cantare
e piangere gli stessi morti, enumerare
le medesime piaghe, nel deserto
dove l’angelo passa ogni notte
e non segna, non trova la porta.

Nelle pause dell’una, segnalate
dall’ansito perfetto, in contrappunto
l’altra viene cantando
la stessa canzone, sfibrando
gli stessi cardi induriti.

E non cessa il lavoro della lama
e non cessa la recita sapiente
neppure quando non resta
che il cuore verde da
tornire ancora, ancora smozzicare.

Il capo accenna, le mani filano tessono
ricamano lustrano: fanno
tutto ciò che sanno e sapevano.

Non alzano mai lo sguardo dal grembiule,
accarezzano la fronte degli agonizzanti,
cantano anche per sé la ninnananna
che tutti possa per sempre addormentare.

Due vecchie nere e sole
cantano la canzone con la voce
che non so e non cesso d’inseguire.
E mai l’ho intesa così amara, mai
così dolce.


[ Il romanzo è concluso – C’è uno strappo,
una lacuna proprio nel punto
dove l’enigma stesso era svelato
di come avvenne che ci fu sottratto
il cuore del racconto.

Rischiavo di non averti mai incontrata
senza alcune tardive, un po’ abusive
interpolazioni dove infine
figura un nome, il tuo: d’una persona
che mi appare estranea del tutto.]

l’amore ai tempi di Photoshop


Bellissima. Quasi più vera che di persona,
nel monitor a diciannove pollici.

Mai ti vidi così nitidamente.
Le efelidi che traspaiono dal fondotinta,
il piglio altero e scostante,
il dispettoso startene in posa:
“basta che ti sbrighi”; e quella ruga
disperante, che solo tu vedevi,
di diffidenza e di risolutezza.
E l’altera bellezza che già teme
la luce troppo cruda, l’inquadratura
ravvicinata – Il tuo fastidio, in genere,
per la vicinanza eccessiva.

Quel broncio, che mi piacque
quasi più che il sorriso, la tua dolcezza
camuffata e delusa, l’ottuso rancore:
tutto in esatta evidenza,
ad alta risoluzione.

Traffico a lungo col mouse, zoom in e zoom out.
Vizio onanistico, pura contemplazione.
Ti allontano e avvicino, e come Alice
diventi grande e piccina. Ti accarezzo
e ti tocco, ti clicco
col cursore a forma di lente, di nuovo, ancora,
fino ad entrare nel tuo sguardo come
in un torbido acquario. Zoom out,
e torni dolce e arcigna, un ovale
un po’ quadrato, angoloso,
pressoché a grandezza naturale.

Mi tolgo gli occhiali per guardarti
da più vicino. Posso persino
ruotare l’immagine di novanta gradi
e inclinare il mio capo, simulare
una vicinanza orizzontale – La tua bocca!
E’ ancora più rossa, più bella, dopo l’upgrade
di questa postazione telematica
che a lungo, a lungo patì l’accesso negato
e fu lei stessa una porta sbarrata.

“Ma smettila, smettila di chiamarmi amore”,
sembra tu mi ripeta. Zoom in
sull’ombra di tristezza e di livore
nello sguardo, sulla piega lieve
di disgusto e sussiego in quella bocca
che dalle mie impronte insolenti
indovino persino a pc spento
(malgrado ogni tuo schermo, devi ammetterlo,
ti tocco ancora, ancora).

Zoom out, amore. Vattene di nuovo,
e che io non sappia dove.
Non possa più giungermi di te
né buona né mala nuova.
Zoom out, finché non diventi
che un francobollo, una caccola
in fondo al desktop – Sparisci, vattene
dalla mia mente.

Zoom in – Resterò al tuo cospetto,
immagine in me chiusa come un figlio,
altare, simulacro. Resterò
finché l’infinitesimo dettaglio,
ogni più tenue macula o vena
non ricalchi il disegno del sigillo
da sempre in me stampato,
figura che riconosco e mi somiglia.

E sarà infine svelato il segreto
per cui tutto ciò che io sono e mi fu ignoto
si rivolse a te, da te agitato
fino al fondo più oscuro – Zoom in
nell’occhio che si allarga a dismisura.
Ed ecco, non sei niente: nulla più
resta di te nel fosco paesaggio,
in quel bosco indistinto, giù, nell’iride
dove finisce il viaggio.

stazione di montaggio 215 – linea 3


Era vecchio, chissà se vive ancora.
Vecchio, grasso e giulivo.
Ricordo quella volta che i due jolly
gli accordarono il cambio per un’ora
perché all’ora del rancio
suonasse il mandolino.

Riusciva a divertirci, noi tifosi
dell’ultima in classifica,
persino raccontando di come lui e sua moglie
facevano o non facevano l’amore
e imitando il fischio lamentoso
della sua pistola-avvitatore.

Era grasso e malato, ma rideva.
E come sapeva ridere,
il menestrello blu!
Ora quella stazione
è deserta. Né uomini né macchine
fischiano e sparano più.

Dappertutto è silenzio, anche fuori
da quella galera. Sia lode
al Milan, a Maradona
e all’artiglio di platino
che avvita svita punzona.


Ottobre 1988