ieri sera


Subito dopo cena, ieri sera,
ha cucinato il coniglio ,
rimestato sughi (un ricco pranzo
per quattro, e pure abbondante).
Poi ha incoperchiato pentole e tegami
e se n’è andata.

E’ quasi l’una. Forse
dovrei mettere la pentola sul fuoco.
Spero arrivi qualcuno.
Almeno lei, la cuoca, la fantesca,
la mia padrona, la mia antica amante.


Variazione

Subito dopo cena, ieri sera,
lei scongelò e cucinò un cinghiale,
rimestò a lungo sughi (il pranzo era
per cinque convitati, forse sei).
Poi incoperchiò le pentole e i tegami
e se ne andò con un arrivederci
a domani.

Oggi difatti eravamo in tanti
a pranzo, in casa mia: io e lei.
La cuoca, la fantesca, la sorella,
la padrona di casa, l’ex amante…
Inoltre erano state convocate
la donna della mia vita (ancora lei)
e lei, la moglie, lei, la cara amica.

Non mancava all’appello che la fica.

stalking (1)


I crimini e gli sport
oggidì si declinano in inglese,
e noi cocciuti italiofoni non capiamo
quanto siano estremi e perniciosi.

Io ignoro, per esempio,
se [to] stalk esprima meglio
la nozione di caccia (alla volpe)
o il fare la posta (al coniglio).

Però mi rendo conto
che sì, ho fatto cose discutibili:
m’illudevo che il caso meritasse
discussioni e dibattimenti.

Tuttora sarei perseguibile,
il reato non è ancora prescritto.
Per fortuna e prudenza ogni prova
venne distrutta dalla parte lesa.

La pena fu scontata, a dire il vero,
ma il caso non è menzionato negli annali.
Nessuna traccia di attori, testimoni,
movente. E quanto al reo,
gli fu ingiunto di non esistere.

Ci sono cose che non finiscono
soltanto, com’è destino d’ogni cosa:
pur accadute, vengono abolite,
nientificate come una parola
cancellata dal monitor,
come il disegno malvagio e inattuato
di un reprobo che si ravvede.

Neanche nel ricordo di chi vive
vivono più, e la vita
ne è monca, diminuita.
La solitudine non è essere soli,
è quest’assidua menomazione.

avvenimenti


Piove. Nient’altro. Ma all’improvviso
s’apre una falla di certezza
nel grigio compatto del futuro:
ben due avvenimenti, e almeno uno
metterà alla prova il mio coraggio.

Merita darne l’annuncio via Skype
alla mamma e agli amici: pomeriggio
vado a fare la spesa all’Auchan,
poi dal medico (una visita di routine).

Cos’altro vuoi che accada
in un giorno di pioggia.

La moglie di Mastella?
Il Papa non va alla Sapienza?
Che opinione conviene farsene
perché non cada il governo?

Bisanzio


Stanotte la mia casa s’affacciava
sul Canal Grande. Abitavo nella Ca’ d’Oro,
o forse altrove, in riva al Corno d’Oro
in una fantastica Bisanzio.
Passavano velieri galeoni
e gondole feluche sanpieròte.
E tutte, varie e lievi imbarcazioni,
si allontanavano, mentre il balcone,
staccatosi dalle trifore moresche,
come un tappeto volante si alzava in volo.

Ma ecco, tra cigolii e schianti, nell’azzurro
fattosi d’improvviso fosco e buio,
avanzare una nave immonda, nera,
così grande e vicina
da oscurare il cielo. Si fermava
e incombeva come un vasto muro
d’un guasto condominio.

 

sul libro ancora da scrivere


Riuscissi a non cercare compagnia
nei pomeriggi grigi, nei week end,
e a vivere di poco, di un part time,
di ancora meno di quanto mi basti.
Niente più blog, amici di penna,
fast poetry, lepide e-mail.
Né questo vano mestare in quaderni
lagni amorosi e vieti canzonieri
in vita e in morte d’indegne madonne.
Ma cosa ho scritto in tutti questi anni?
Dov’è il fiore splendente che intristì
e si chiuse nel frutto imbozzacchito?
Non era questo il poema che il cuore
allevava – quand’ero giovane:
questi versi imbastiti nei ritagli
di tempo, frettolosi e malcontesti.

Potessi ritrovare l’innocenza
d’appena ieri (ero giovane ancora
a cinquant’anni, quando accadde il fatto).
E se non ho più filo per la tela,
avessi ora il coraggio e la pazienza
di riannodare, qui, nella voragine
della pagina, i fili spezzati.
Non importa se al libro di una vita
difetterebbero l’arte e la scienza
(che una prudente gioventù operosa
m’avrebbero ottenuto, e non l’amore):
potrei almeno mostrare al mondo e ai figli,
come i vecchi orgogliosi e sconfitti,
i sacrifici, il frutto del lavoro.
Ma ormai io non avrò figli spietati
da cui sperare assoluzione e affetto
o compassione invece che disprezzo.

capodanno in famiglia


Un vero luminare, lo specialista.
Per duecento euro formulò una diagnosi
che potrei definire vaga, certa
e quasi certamente non infausta:
acufene a bassa frequenza.

E’ un rombo qui, nell’orecchio,
dentro la testa. E non c’è cura, salvo
questa: “fare finta di non sentire,
pensare ad altro, avere pazienza”.

E’ come fossi dentro una vecchia auto
(diesel, motore ancora buono):
la città si allontana alle mie spalle,
è notte, ho fatto il pieno, piove un poco
e la strada è deserta.

Pazienza? Neanche a dirsi. Io dormo e mangio
e leggo, poi di nuovo mi addormento.
E di che cruccio o patimento o attesa
ora potrei soffrire
– nello stato in cui sono,
ottuso di cibo e vino,
nel luogo delle mie buie vacanze,
nella casa degli avi, nel paese
del sonno e dei dormienti?

“Sei nel tuo” dice mia madre.
E intende: in casa mia,
a bere della mia botte
e mangiar pane della mia farina.

Un tempo resistevo, ho resistito
e questo mortifero sopore.
Ma ora sono stanco. Si dissolve
ogni inganno e fantasmagoria,
spenta la televisione. Chiudo gli occhi
e lascio che empia l’anima svuotata
il grato, cupo suono dell’oblio.